Partenope Echidna. L’uccello che divenne un pesce

Federico Berti, Partenope Echidna. L’uccello che divenne un pesce

Partenope Echidna

L’uccello che divenne un pesce

Articolo di Federico Berti

Note intorno all’evoluzione dell’aspetto esteriore attribuito, nell’immaginario medievale, alla sirena Partenope, dal simbolo più arcaico, ornitomorfo, alle successive rappresentazioni ittiformi a una o due code. La tesi qui esposta è che nel motivo iconografico della sirena bicaudata sia implicito un riferimento all’Echidna delle fonti classiche, da ricollegarsi al corpus leggendario intorno al culto di Ercole dietro il quale traluce un immaginario più arcaico.

In questo articolo vorrei sviluppare un tema controverso intorno alla figura della sirena Partenope, considerata per tradizione simbolo della città di Napoli, intorno alla quale si sono addensati nel corso dei secoli luoghi comuni e facili generalizzazioni. Nel fare questo partirò dalle fonti del mito classico in cui Partenope viene identificata a volte in una donna, altre volte in una sirena, e la sua storia associata in modo specifico al territorio di Napoli. Confrontando le fonti antiche con quelle medievali e rinascimentali, proverò a ricostruire se e quando vi sia stata un’effettiva manipolazione dell’aspetto iconografico relativo a Partenope1. Non sarà necessario collazionare tutto il corpus letterario e figurativo, essendo stato quest’ultimo oggetto di indagini da parte di filologi, mitografi, archeologi e storici. Sarà sufficiente, per l’obiettivo che si pone questo articolo, discutere (almeno per il momento) il materiale già disponibile a riguardo.

Il primo dettaglio evidente nel repertorio narrativo che interessa il mito di Partenope è che nelle fonti più antiche il suo nome non compare. Karol Kereny2 riporta i nomi di Telsinoe, Pesinoe, Aglaope, Imeropa. Solo nelle fonti più tarde, quelle relative alle colonie della Magna Grecia, si sente parlare di Partenope, Leucosìa, Ligèia, che l’immaginario dei coloni dall’Oriente colloca nel Golfo di Napoli, nel canale di Sicilia, intorno alle coste della Lucania. Le sirene radicate nel territorio italico vengono sovente associate a strumenti musicali come il flauto e la lira, che ne espandono l’aspetto musicale (nelle fonti più antiche limitato al solo canto). Sulla loro conformazione fisica non tutti sono concordi, Omero non si è preoccupato di descriverle e in alcune versioni greco-latine Partenope veniva presentata semplicemente come una donna, figlia del mitico re della Tessaglia Eumelo Falero. Questa versione del racconto propone un tema narrativo compatibile con la monetazione neapolitana del V secolo a.C., dove in un primo tempo si vede solo un volto di donna associato alla figura di un toro antropomorfo, mentre in epoca più tarda compare la donna alata che sorvola (o salta) il toro3. Nella Chiesa di Sant’Eligio a Napoli, non lontano da Piazza del Mercato, si trova un’epigrafe, testimoniata in epoca medievale, che reca la seguente iscrizione:

«Parthenopae Eumeli Phaerae Tessaliae regis filiae Pharetis Cretique regum neptis quae Euboea colonia deducta civitati prima fundamenta iecit et dominata estordo et populus neapolitanus memoria ab orco vindicavit”4

Questa versione del racconto si riferisce a eventi sui quali non vi è nessuna evidenza archeologica, lo stesso Falero nominato nell’iscrizione viene talvolta confuso con un tiranno di Siracusa successivo alle migrazioni dell’VIII secolo, altre volte con uno degli Argonauti. Quel che interessa notare ai fini delle riflessioni qui proposte, è che Parthenope non viene citata nell’iscrizione come una sirena, ma come una donna5. Anche Ovidio e Claudiano immaginarono le Sirene in tutto simili alle donne, senza alcuna ibridazione teriomorfa, mentre Apollonio Rodio e Strabone attribuirono loro il caratteristico corpo di uccello6. Dinko Fabris ne ripercorre la transizione tardo antica, poi medievale e rinascimentale, verso la figura della donna uccello, poi della donna pesce, o della serpe bicaudata, mostrando come questo slittamento sia avvenuto in modo graduale, affermandosi come iconografia predominante solo a partire dai bestiari del XIII secolo in Francia e Inghilterra7.

Si direbbe ampio il consenso nel dibattito su questi temi, se non fosse che documentare le fasi di questa transizione presenta alcuni problemi. In primo luogo l’iconografia della cosiddetta sirena bicaudata non nasce come ben sappiamo nel medioevo, ma molto prima. Qualcuno ha avuto l’impressione di poter identificare nel folklore narrativo europeo sviluppatosi intorno alla figura leggendaria di Melusina (creatura fantastica rappresentata nel Roman de Melusine8 come una donna dalla coda di pesce) un passaggio intermedio in questo processo di trasformazione. Jacques Le Goff sosteneva una sua possibile origine nelle ninfe delle sorgenti adorate da molti popoli europei prima della conversione al Cristianesimo9. Questa pur affascinante ipotesi però, non rende conto del fatto che le prime rappresentazioni delle melusine acquatiche presentano importanti differenze rispetto alle Sirene cantate da Omero ed Esiodo, questo pone a noi di fronte a una precisa responsabilità nella sovrapposizione tra i diversi temi iconografici.

Melusina viene presentata come figlia di una fata e di un personaggio storico, il re di Albania, mentre la radice linguistica del suo nome, ricondotta da alcuni a Merlusigne, la associa in modo inequivocabile a un casato aristocratico francese, quello dei Lusignano10. Partenope è figlia di Acheloo, nume tutelare dei fiumi originario dell’Anatolia, metà uomo e metà serpente, e Melpomene, una delle Muse patrone dell’arte e figlie della memoria, coloro che meditano attraverso la fantasia. Associata all’acqua del mare, ma anche al fuoco dei vulcani, il nome stesso della sua stirpe si ritiene possa derivare dal greco Seirén da alcuni tradotto come cielo splendente, oltre che incanto e suono musicale11. Dal punto di vista narrativo, cultuale, mitico, religioso tra le Sirene di Omero e la Melusina di Arrays non vi è relazione diretta.

In secondo luogo, prima di questa presunta trasformazione, il topos della donna ittiforme a una o due code era già diffuso da diverse migliaia di anni in tutto il Mediterraneo. Ne parlava nel II secolo d.C. Lucio Apuleio nelle sue Metamorfosi12, in cui compare una statua della dea Siria portata a dorso di mulo da un’esuberante compagnia di fachiri e saltimbanchi, nume in cui l’autore stesso vedeva una manifestazione di Venere. Siria a sua volta era il nome dato dai Greci e dai Romani all’Atargatis semitica, il cui culto era ampiamente diffuso quattro secoli prima di lui in Magna Grecia.13 Prima ancora della Siria di Apuleio, le fonti classiche riportano il nome di un demone più arcaico, rappresentato nella forma di una serpe bicaudata dal petto e dal volto di donna, che presenta una serie di convergenze con l’immaginario partenopeo. Si tratta di Echidna, associata da Strabone alle acque del Mar Tirreno. Sorella del gigante a tre teste Gerio-ne, moglie di Tifeo, madre del leone di Nemea e dell’idra di Lerna, la sua figura è intimamente legata a quella del semidio Eracle, fondatore di Ercolano, che ha condiviso per secoli lo stesso tempo e gli stessi luoghi di Partenope14.

Secondo Strabone sotto l’isola di Ischia (Pitecusa) si troverebbe disteso incatenato il mitico Tifeo, un gigante mostruoso legato alla potenza distruttiva del vulcano.

Deriva da tali fenomeni anche il mito secondo cui Tifone giacerebbe sotto quest’isola. Quando si agita, farebbe venir su le fiamme e talvolta anche piccole isole con getti d’acqua bollente”.

Tifone altri non è che la creatura mostruosa con cui Echidna concepì e generò proprio le entità vinte da Ercole nelle sue proverbiali imprese, delle cui leggende si ha testimonianza nel territorio campano: l’Idra di Lerna, la Chimera, il Leone di Nemea. A Tifone/Tifeo si ricollega anche il tema di Caco figlio di Vulcano, lo spaventoso ladro di bestiame che rubò le mandrie sottratte da Ercole a Gerione e che l’immaginario locale ha posto, tra i vari luoghi identificati come un suo possibile rifugio, proprio il Vesuvio. Lo stesso Gerione del resto, padrone di quelle mandrie, veniva considerato a sua volta fratello di Echidna, la cui ombra dunque si direbbe presente, seppure in modo indiretto, nell’immaginario partenopeo molto prima della metamorfosi ittiforme di Partenope. In pratica, prima che la sirena diventasse un pesce, esisteva già nell’immaginario dei popoli stanziati intorno al golfo di Napoli, una figura simbolica rappresentata esattamente come lei verrà rappresentata nei secoli a venire.

Ma chi era Echidna15 e perché mai dovrebbe suscitare in noi interesse? Nipote di Medusa, la Gorgone decollata da Perseo, apparteneva a una generazione di creature leggendarie associate all’oltretomba, caratterizzate da un’ibridazione tra natura umana e serpentina, la generazione dei numi cui, secondo i Greci, Ercole aveva posto fine affrontandoli uno ad uno e uccidendoli in una violenta lotta corpo a corpo. Figli di Echidna erano l’Idra di Lerna, la Chimera, il Leone di Nemea, le cui leggende sono attestate fra Lucania, Calabria, Sicilia e Campania nel periodo successivo alla colonizzazione greca. Nella figura di Echidna s’intravede la traccia di un immaginario residuale arcaico, di cui il mondo Greco sosteneva fosse rimasta viva la memoria nei popoli (o in un senso più appropriato, dei luoghi) cui si era andato sovrapponendo nel corso dei secoli16. La figura di Echidna sembra porsi come un trait d’union tra la Partenope bicaudata delle raffigurazioni medievali e il mito di Ercole, cui si direbbe in qualche modo legata. Come si può vedere, non basta il nome a connotare una potenza numinosa, ma entità diverse possono avere in comune alcuni attributi, epiteti, senza che tra queste si debba necessariamente postulare una continuità storica e culturale.

La prima attribuzione esplicita di un aspetto serpentino o ittiforme alle Sirene si troverebbe nel Liber Monstruorum17 dell’IX secolo d.C. Questa sovrapposizione diventerà sempre più frequente ed esplicita nei secoli successivi, trovando in Paracelso una formulazione che sconfinerà nella speculazione filosofica e persino alchemica, dando origine a tradizioni interpretative che faranno delle Sirene un simbolo sempre più intimamente legato alla musica, alle arti e alla sapienza da un lato, ma anche al peccato e alla seduzione, dall’altro. A partire dal XVI secolo il mito di Partenope travalicherà i confini del territorio campano riverberando in Europa e nel Nuovo Mondo, consolidando l’equivalenza tra la figura mitica della sirena e l’iconografia della serpe bicaudata dal petto e dal volto di donna. Avendo tuttavia riscontrato nel mondo greco delle colonie, sorte intorno alle coste italiche a partire dall’VIII secolo a.C., una figura mitica dal medesimo aspetto della sirena medievale, viene da chiedersi se quest’ultima non sia da leggersi come una permanenza nell’immaginario di elementi pre-greci, piuttosto che un’evoluzione a partire dal personaggio omerico.

La tradizione iconografica relativa alle donne dal corpo di uccello che i coloni raccontavano di aver incontrato nei loro viaggi per mare, si era sovrapposta a un sostrato mitico-rituale precedente la loro colonizzazione, sostrato che riemerse nel ciclo eraclide18 in una forma apertamente conflittuale: così come Perseo aveva decapitato la Gorgone in Africa, Teseo aveva sconfitto il Minotauro a Creta e Apollo trafitto il Pitone a Delfi, in modo simile Ercole si riteneva che avesse sconfitto Echidna (nipote della Gorgone) sterminandone tutta la stirpe: fratello, marito e figli. Quella stessa figura tuttavia non è mai scomparsa dall’immaginario collettivo, non sarà inutile ricordare che il tema dei buoi rubati da Ercole a Gerione, produsse tra l’agro campano e i colli romani, la variante locale del mostro a tre teste Caco figlio di Vulcano, che rubò la refurtiva di Ercole e da questi fu inesorabilmente ucciso. Dinko Fabris fa notare che questo tema narrativo, in alcune fonti letterarie veniva assolto proprio da lei, Echidna la serpe bicaudata. Come si può vedere, divinità diverse assolvono compiti diversi, rappresentate in diverso modo19.

Quella che avviene dunque in epoca medievale non è una semplice trasformazione, una manipolazione del corpo di Partenope, ma una assimilazione tra il mito della Sirena e quello dell’Echidna. Tale aspetto non ha solo implicazioni narrative, ludico-ricreative, morali, ma sconfina nella sfera filosofica, come si è detto parlando di Paracelso20, e in ultima analisi del culto religioso. Il simbolo della sirena si trovava rappresentato, sia nel suo aspetto ornitomorfo che in quello ittiforme a una o due code, sulle mura e sulla pavimentazione di molte pievi cristiane, in modo particolare nell’area padana e in Puglia fra XI e XIII secolo21. Se nel politeismo greco-latino aveva mantenuto un ambiguo significato nel quale all’aspetto oscuro si opponeva comunque la valenza positiva di un’origine divina e di un’implicazione sapienziale, nel mondo cristiano le sirene avevano perso ogni connotazione luminosa assumendo il solo aspetto legato alla seduzione e alla dannazione, come in Sant’Ambrogio che ne sottolinea la melodiosa lusinga della voluttà22.

In ogni caso è evidente come nelle tradizioni religiose europee la figura della donna pesce a una o due code fosse talvolta compresente nella sua duplice connotazione umana e sovrannaturale, nello stesso momento e nello stesso territorio. In un dipinto del 1542 nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, la si può vedere ancora oggi trafitta dall’arcangelo Gabriele, in una pala d’altare23 cui tuttora viene tributato un culto. Su questo dipinto, del quale parlarono anche Matilde Serao e Benedetto Croce quattro secoli dopo la sua realizzazione, si racconta ancora oggi una leggenda secondo cui il volto del demone corrisponderebbe a quello di una donna realmente vissuta nel XVI secolo, tale Vittoria d’Avalos che in quegli stessi anni avrebbe sedotto il vescovo Diomede Carafa. Una donna vivente dunque, nel momento in cui veniva apertamente demonizzata sulle pareti del luogo sacro. Natura umana e divina convivono nello stesso simbolo.

L’antico racconto della Partenope donna, regina, dal corpo interamente umano, lo ritroviamo d’altra parte nel libretto di Silvio Stampiglia pubblicato nel 1699 e musicato tre lustri più tardi a Città del Messico dal compositore Manuel Zumaya nell’opera dedicata24 alla regina della Paleopolis campana, un’opera alla quale si ispireranno Haendel e Vinci, dando nuovo stimolo alla sublimazione di questa figura nell’arte e nella musica dei secoli successivi. La trama di quest’opera ruota attorno a Partenope, rappresentata non come una sirena ma come una donna, la regina di Napoli. I principi di Corinto e Rodi tentano di conquistarla mentre la sua città è assediata dal principe di Cuma. Partenope s’innamora del corinto Arsace senza sapere che Rosmira, da lui precedentemente abbandonata, trama per riconquistarlo travestita da uomo, con il nome di Eurimene. Rosmira nel suo travestimento affronta Arsace in duello accusandolo di infedeltà, ma la sua identità viene rivelata quando il principe impone come condizione che lo scontro si svolga a torso nudo. Il tema, che Guillermo Velazquez considera estraneo all’argomento mitico, è in realtà un’elaborazione della leggenda di Partenope donna e regina, che in alcune fonti si sovrappone al mito della Sirena25.

Umana e divina dunque, antropomorfa e ittiforme nello stesso periodo storico e nello stesso luogo, ma non solo: l’antica rappresentazione della Sirena ornitomorfa non era ignota alla Napoli rinascimentale, come testimonia la fontana della Spinacorona o delle Zizze, la cui presenza nel centro storico della città vecchia è segnalata a partire dalla metà del Cinquecento26. L’acqua della fontana sgorga dal seno di una donna dal corpo di uccello e spegne il fuoco del Vesuvio, recando l’inequivocabile scritta Dum Vesevi Syrena Incendia Mulcet. La figura della Sirena è apertamente associata dai napoletani stessi a Partenope, confermando la perfetta compatibilità fra le diverse rappresentazioni della figura mitica. L’intimo rapporto con il Vesuvio (dal greco Ves-ouivios, figlio di Zeus), ne ribadisce l’intimo legame con il fondatore di Ercolano, il semidio Ercole, e con la stessa Echidna figlia di Tartaro e Gaia, o secondo altri di Stige, il fiume incandescente che attraversa l’inferno27. Difficile non pensare alle colate di lava incandescente che erompono dal Vesuvio. Partenope rappresenta in questo antico manufatto colei che è in grado di spegnere il fuoco distruttore di cui la generazione di Echidna, Gerione, Caco, Medusa, erano il simbolo arcaico. Partenope è colei che ha domato Echidna, assumendone su di sé alcune delle caratteristiche.

Matilde Serao riprese nella sua raccolta di leggende napoletane28 il tema antico della donna ateniese che fugge insieme al suo amante (che lei chiama Cimone) per assecondare una travolgente passione amorosa, e approda sulle coste dell’attuale Golfo di Napoli, fondandovi una città. Nel suo racconto Partenope ancora una volta è donna, priva di qualsiasi aspetto teriomorfo, la sua è banalmente storia di una migrazione dalla Grecia antica. L’aspetto umano della donna e il tema romantico dell’amore avversato dal padre di lei, sottolineato dalla Serao, rimanda alle migrazioni dal Peloponneso dell’VIII secolo, tema nel quale traluce vagamente il ricordo delle migrazioni più antiche dalla Tessaglia, datate a quasi un millennio prima e di cui non mancano vestigia archeologiche29. Elaborazioni più recenti del mito di Partenope, sembrano voler trovare un sincretismo tra l’amorosa vicenda della principessa greca o micenea, e l’aspetto teriomorfo dei due amanti.

Se torniamo al racconto omerico tuttavia, siamo costretti a soffermarci su un dettaglio non trascurabile, ovvero che sia l’Ulisse acheo, sia gli Argonauti micenei, quando nelle loro peregrinazioni incontrano le Sirene stanziate fra canale di Sicilia e golfo di Napoli, si rapportano a loro come demoni che non conoscono ancora, cosa che lascia pensare a ‘presenze’ precedenti il loro transito. Il mito greco sembra voler attribuire a Ulisse e Orfeo persino la morte di quelle creature, considerate quindi per logica conseguenza molto più arcaiche rispetto alla stessa formazione del loro ethnos. La genealogia attribuita da Omero ed Esiodo alle Sirene è del resto riferita a una generazione precedente la nascita di Zeus, Acheloo è un arcaico nume tutelare dei fiumi proveniente dalla costa ionica dell’Anatolia, le Muse sono figlie di Mnemosine, a sua volta generata da Urano (il cielo) e Gea (la terra). Sono dunque ben consapevoli gli stessi Greci, nel momento stesso in cui codificano il corpus omerico nella lectio pisistratea, che prima della migrazione micenea nel Tirreno vi erano popoli adoranti divinità con cui i nuovi arrivati si erano dovuti confrontare. Osservando Partenope in controluce, s’intravede il complesso universo simbolico dell’Echidna e i suoi mostruosi figli, nei quali il ciclo Eraclide identifica quel passato.

Nella trasfigurazione moderna del mito di Partenope dunque, persiste una duplice natura umana e divina, sospesa tra sacro e profano. Si tratta realmente di una trasformazione? O piuttosto non dovremmo forse prendere atto della molteplicità di tradizioni che si sviluppano intorno a uno stesso tema? Basterebbe pensare ai differenti modi in cui la letteratura ha elaborato personaggi come Gerione e Caco, rappresentati di volta in volta come centauri, mostri policefali, con o senza ali e via discorrendo. I tre aspetti di Partenope, quello umano, quello celeste e quello acquatico, sono compresenti nello stesso periodo in diversi autori, sia nelle fonti classiche, sia in quelle moderne, non possiamo attribuirlo a una ‘evoluzione’ ma semplicemente a diversi temi iconografici compresenti in un medesimo soggetto. Il mito si distingue dal dogma proprio per la sua disponibilità alla costante metamorfosi30 dei propri elementi narrativi. Quel che conta è il senso attribuito a ogni figura, ovvero il suo nucleo più pro-fondo, rimasto relativamente invariato, da confrontarsi con le varianti che da esso vengono generate. Nel caso di Partenope questo elemento è da ricercarsi in parte nella relazione oscura con l’oltretomba, ovvero l’aspetto di colei che accompagna il defunto nel regno dei morti, e in parte nell’intima relazione fra il canto delle Sirene, la loro musica, e la sapienza di cui queste sono portatrici. Osservando in trasparenza la figura di Partenope, si vede in lontananza l’Echidna delle tradizioni precedenti, di cui con ogni evidenza la figlia di Acheloo ha assunto alcuni degli aspetti, introducendovi nuovi elementi culturali.

Non si tratta dunque di una trasformazione manipolatoria, ma di una evoluzione in cui il personaggio mitico di Partenope mantiene la sua antica ambiguità fra due mondi sospesa, il regno dei vivi e quello dei morti, il mondo degli umani e quello delle potenze numinose. Intermediario fra questi due mondi è il canto, l’arte della musica eretta dall’immaginario partenopeo del rinascimento e dei secoli successivi a motivo di identificazione profonda. Quel canto portatore di sapienza che può placare la sconfinata curiosità dell’esploratore Ulisse, domare l’esuberanza del fuoco di Gerione, Caco, Echidna, l’Idra, la Chimera, quel suono musicale che può nello stesso tempo trasmettere conoscenza ma anche ammaliare, sedurre, portare alla follia. Per dirla con un classico, ma quanto mai pertinente luogo comune, Je so’ napulitano e si nun canto mòro31.

Bibliografia

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– Stampiglia, Silvio, Partenope, 1714. Libretto d’opera, cit. in: Guillermo Orta Velázquez. Breve historia de la música en México, Joaquín Porrúa, 1970.

Note

1Per un retroterra storico e culturale di ampio respiro intorno al mito delle Sirene, utile a ricostruire le dinamiche dell’analisi qui proposta, si rimanda a Maurizio Bettini e Luigi Spina, Il mito delle sirene. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi, Torino, Einaudi, 2007.

2Károly Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Milano, Garzanti, 1984.

3Gionata Barbieri, La Sirena Partenope ed i nummi neapolitani, in: ‘Napoli’, XI/2007. Nel topos della donna e del toro sembra quasi di ravvedere un’eco lontana del mito d’Europa, la principessa di Tiro rapita da Zeus in forma di tor, immagine del resto coerente con il tema della migrazione da Rodi o da Corinto.

4«A Parthenope, figlia di Eumelo re di Fera della Tessaglia, nipote di Farete e dei re di Creta, che con coloni partiti dall’Eubea diede alla città le prime fondamenta e la governò. Il popolo napoletano pose la sua memoria»

5Il racconto della Partenope umana non può essere disgiunto da quello della sirena, i due motivi narrativi hanno in comune il collegamento col mito del sepolcro tumulato dai pescatori (mai ritrovato) e dei giochi istituiti sulla spiaggia in sua memoria. In alcuni racconti il corpo della donna, trasportato dalle onde sull’isolotto Megaride, è quello di una principessa greca o micenea migrata insieme a una nave naufragata nei pressi del golfo, in altre versioni è proprio il corpo della sirena. I due motivi sono parte di un tema comune.

6Licofrone di Calcide descrisse Partenope come una dea-uccello, pur senza entrare nel dettaglio del suo aspetto: «Poi che Ulisse avrà vinte le sirene, le tre figliuole di Acheloo, Parthenope (Napoli), Leucosia (Punta Licosa) e Ligea (Terina, Lamezia Terme in Calabria), una di esse sbattuta dal mare accoglieranno la torre di Falero e le rive del Clani (Sebeto), e sul sepolcro che le sarà innalzato dagli abitatori di quelle contrade, le vergini, ogni anno, verranno a libare e a far sacrifici di buoi in onor di Parthenope, la Dea-uccello».

7Dinko Fabris, Partenope da sirena a regina. Il mito musicale di Napoli, Barletta, Cafagna, 2016.

8Jean D’Arrays, La leggenda di Melusina, Roma, Edizioni Mediterranee, 2020.

9Jacques Emmanuel Le Goff, Le Roy Ladurie, Mélusine maternelle et défricheuse, in: ‘Annales. Économies, sociétés, civilisations’, 26:3-4, 1971, p. 587-622.

10Laurence Harf-Lancner, Les fées au Moyen-Age. Morgane et Melusine. La naissance des fées, Parigi, Honoré Champion, 1984.

11Diego Meldi, Anna Maria Carassiti e Silvia Canevaro, Sirene in: Vocabolario Italiano, Rusconi Libri, 2020, p. 1048.

12Apuleio, Le Metamorfosi. L’asino d’oro, Milano, Rusconi, 2019.

13Giulio Giannelli, Dea Siria, in: Enciclopedia Treccani.

14Strabone, V 4, 9 C 248, cit. in: Rosa Regine, Il mito di Tifeo a Ischia dalla condanna al recupero locale, https://tinyurl.com/mr2nn5va

15Un’interessante monografia su Echidna e il suo complesso quadro familiare, se bene non orientato in modo specifico alle tradizioni campane, si può trovare in Igor Baglioni, Echidna e i suoi discendenti. Studio sul carattere ibrido e mostruoso nella stirpe di Pontos, Dottorato di Ricerca in Storia Religiosa XXIV ciclo, Roma 2012

16Le migrazioni in Magna Grecia costutirono una vera e propria colonizzazione, l’obiettivo dei coloni era instaurare un monopolio delle risorse anche attraverso un’egemonia sull’immaginario dei popoli indigeni. Su questo argomento si veda Luciano Altomare, La colonizzazione greca e l’impatto sul mondo indigeno della Magna Grecia. Teorie e modelli storiografici da fine ’800 ai giorni nostri, in: ‘Filologia Antica e Moderna’, I, 1/2019, pp. 3-50.

17Franco Porsia acd., Liber Monstruorum, Napoli, Liguori, 2012.

18Sulla culto di Heracles nel meridione si veda il contributo di Antonio Capano, Il mito e il culto di Eracle/Ercole nella Magna Grecia e nella Lucania antica, in: ‘Basilicata Cultura’, 131-132.

19Il culto di Partenope si sviluppa a partire da quello di Demetra, della cui figlia Persefone, rapita da Ade, va in cerca. Ha in comune con Echidna l’ambigua relazione col regno dei morti.

20Paracelso nomina le Melusine tra gli spiriti acquatici nel Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris, pubblicato postumo in latino nel 1566 e tradotto per la prima volta nella lingua italiana in: Ondina. Racconto del barone Federico De La Motte Fouqué con un estratto di Teofrasto Paracelso sugli esseri elementari, pp. 225–237, Milano, per Ant. Fort. Stella e Figli, 1836.

21Tiziana Polo, Le raffigurazioni della sirena. Simbolismo e naturalismo nell’arte romanica italiana. Secoli XI-XIII, CERM, 2018.

22Ugo Rahner, Le sirene di Ulisse. Letture cristiane di un mito greco, Bologna, Edizioni Dehoniane, 2015.

23Al dipinto e alla leggenda connessa è dedicato un poema di Michele Zezza in 78 ottave, vd. Antonio V. Nazzaro, Iacopo Sannazaro, la Chiesa di Santa Maria del Parto e il Diavolo di Mergellina, in: Studi Classici e Orientali LXV, Tomo 2, Anno 2019.

24Silvio Stampiglia, Partenope. Messico, 1714. Libretto d’opera, cit. in: Guillermo Orta Velázquez. Breve historia de la música en México, Joaquín Porrúa, 1970, “Abbiamo avuto davanti a noi una copia del libretto di questo lavoro (stampato dagli eredi della vedova di Miguel de Rivera nel 1711), che è in spagnolo e italiano. Si ritiene che la musica sia perduta, anche se non sono esaurite le speranze di ritrovarla”.

25Nel libretto di Stampiglia il personaggio di Partenope non è solo un parto del-l’immaginazione, ma riprende il filo dei miti eponimi intorno alla fondazione della città intitolata alla Sirena, di cui mettono in risalto la componente umana. Disgiungere dal mito della Sirena il nome della regina Partenope assediata dal principe di Cuma, corteggiata dai principi di Rodi e Corinto, non avrebbe alcun senso.

26S’intende qui la fontana nel suo aspetto attuale, si veda a questo proposito Aurelio De Rose, Le fontane di Napoli, Roma, Newton & Compton, 1994.

27Sulla figura di Echidna si rimanda a Robert Graves, I miti greci, Milano, Longanesi, 1983.

28Matilde Serao, Leggende napoletane, Napoli, Colonnese, 2022.

29AA.VV., Magna Grecia e mondo miceneo. Atti del ventiduesimo convegno di studi sulla Magna Grecia, Taranto, 7-11 Ottobre 1982, Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia, Taranto, MCMLXXXIII

30Si veda a questo proposito Gabriella Pironti, Il ‘linguaggio’ del politeismo, in: Umberto Eco, “L’Antichità. Grecia”, Encyclomedia Publishers, Milano, p. 518-554, “Spesso, nei dizionari di mitologia, i ritratti degli dèi si susseguono l’un l’altro, avvalorando la falsa impressione che il divino al plurale consista semplicemente nella giustapposizione di divinità personali dalle identità semplici e dalle competenze ben definite: il politeismo, invece, è innanzitutto articolazione delle divinità tra di loro, di modo che ogni pantheon, ogni configurazione di dèi, si adatti al contesto in cui è inserita. Una divinità possiede innumerevoli aspetti, che si declinano anch’essi secondo i luoghi e le circostanze: una potenza divina, infatti, non si riduce a un solo campo o modo d’azione, ma riproduce a sua volta, all’interno della sua rete di competenze, una sorta di micropantheon”.

31L’espressione è tratta da un verso di Libero Bovio nel testo di un classico della canzone napoletana, Surdate, 1919, su musica di Evemero Nardella.


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