Podcast. L’Eni tra Greenwashing e disastri ambientali.

E.N.I., Greenwashing e disastri ambientali

E.N.I., Greenwashing
e disastri ambientali

Rassegna stampa a cura di Federico Berti

‘Il Fatto Quotidiano’, 2 Febbraio 2022, Sanremo 2022, così Eni cerca di rifarsi la faccia. Ma il suo greenwashing comincia a scricchiolare

Eni è considerata la compagnia italiana più inquinante, fra i primi responsabili dell’emissione di anidride carbonica in tutto il pianeta. Col programma Greenwashing sembra volersi presentare come un’azienda eco-sostenibile, usando tutti i possibili canali di comunicazione pubblica, dalle manifestazioni per il primo maggio a Sanremo. Tiene conferenze nelle scuole e finanzia campagne di pubblicità da molti definita ‘ingannevole’. Nonostante gli impegni presi dalle conferenze sul clima, Eni tuttavia non sembra avere alcuna intenzione di assumersi le proprie responsabilità. Al contrario nel piano strategico 2021-2014 ha dichiarato di voler incrementare le estrazioni di combustibili fossili del 4% ogni anno, concentrandosi soprattutto sul metano. Il ‘Fatto Quotidiano’ ricorda le politiche distruttive in Nigeria in collaborazione con Shell sulla questione della famosa licenza OPL245. L’accusa della procura milanese infatti è di aver pagato un miliardo di dollari al governo nigeriano, ma una parte di questa somma è stata poi retrocessa a favore di dirigenti delle due società, poi assolti lo scorso anno con formula piena. Si attende l sentenza di appello. Nell’Artico sta investendo in un impianto di liquefazione, compensando con percentuali minime di energie rinnovabili. Con la partecipazione a grandi eventi e pubblicità in spazi estremamente visibili, sperando così di 0ripulire la propria immagine agli occhi dei media. Nonostante l’investimento in comunicazione, l’Antitrust nel 2020 ha multato l’ENI per 5 milioni di euro per pubblicità ingannevole sull’ ENIdiesel+ ricavato da gasolio e olio di palma, tutt’altro che sostenibile a dispetto della presentazione come biodiesel. Si sta proponendo una legge europea per vietare qualsiasi forma di pubblicità ai combustibili fossili. Il colosso degli idrocarburi ha anche attaccato le testate giornalistiche critiche nei suoi confronti, in primis ‘Il Fatto Quotidiano’ e ‘Domani’

‘The Guardian’ 20 Agosto 2016, The troubling evolution of corporate greenwashing,

Il termine Greenwashing è stato coniato per descrivere le false dichiarazioni in merito all’ecosostenibilità delle imprese. Trent’anni dopo questa pratica è diventata molto più sofisticata ed è cresciuta. Proprio a metà degli anni ’80 la Chevron commissionò delle campagne molto costose per convincere l’opinione pubblica del suo impegno ecologico, in cui si mostrava l’impegno della società nel proteggere gli orsi, le farfalle, le testuggini e ogni sorta di animali. Vinsero anche un premio per queste pubblicità nel 1990 e proprio per questo il caso divenne oggetto di studio ad Harvard, divennero famosi al negativo tra gli ambientalisti per quest’operazione esemplare di menzogna sistematica. Il termine ‘greenwashing‘ venne coniato allora, quando l’accesso all’informazione era meno libero ed estensivo di oggi e per le aziende era più semplice pagare per costruire la propria immagine coprendo una politica insostenibile. Ma i dati del greenwashing, sebbene ancora non si chiamasse in questo modo, vengono da molto prima. La Westinghouse fu pioniera in questo senso, preoccupata dei movimenti contro il nucleare negli anni ’60, che sollevavano questioni sulla sicurezza e sull’impatto ambientale, reagì con una serie di pubblicità proclamando la totale pulizia e sicurezza degli impianti nucleari. Una di queste mostrava una centrale in un lago e dichiarava “Stiamo costruendo centrali nucleari per darvi più elettricità, aggiungendo che queste sarebbero state “inodori, pulite, sicure”. In parte questo era vero, nel senso che riuscirono a distribuire energia elettrica a basso costo, ma a giudicare dagli incidenti che accaddero poi nel Michigan e nell’Idaho, la parola “sicura” si dimostrò alquanto argomentabile. La Westinghouse continuò a ignorare i problemi ambientali legati alle scorie, che continuarono invece a restare insoluti. Nel 1983, quando Jay Westerveld ebbe per primo l’idea del termine ‘Greenwashing, non stava pensando al nucleare, ma ai fazzoletti. Studente universitario in viaggio di ricerca alle Samoa, si è fermato alle Fiji per fare surf. Al tentacolare Beachcomber Resort, ha visto un biglietto che chiedeva ai clienti di ritirare gli asciugamani. “In pratica diceva che gli oceani e le barriere coralline sono una risorsa importante e che il riutilizzo degli asciugamani ridurrebbe il danno ecologico”, ricorda Westerveld. “Hanno finito dicendo qualcosa del tipo: ‘Aiutaci ad aiutare il nostro ambiente’.” Westerveld in realtà non soggiornava al resort: alloggiava in una pensione “sporca” nelle vicinanze ed era appena entrato di nascosto per rubare degli asciugamani puliti. Nonostante ciò, è rimasto colpito dall’ironia della nota: mentre affermava di proteggere l’ecosistema dell’isola, dice, il Beachcomber – che, oggi, si descrive come “la destinazione più ricercata nel Pacifico meridionale” – si stava espandendo. “Non credo che si preoccupassero molto delle barriere coralline”, dice. “Erano nel mezzo dell’espansione in quel momento e stavano costruendo altri bungalow”. Tre anni dopo, nel 1986, mentre stava scrivendo una tesina sul multiculturalismo, Westerveld si ricordò della nota. “Alla fine ho scritto qualcosa del tipo, ‘Esce tutto fuori dal greenwash.’ Un ragazzo della classe con me ha lavorato per una rivista letteraria e mi ha fatto scrivere un saggio al riguardo”. E, poiché la rivista aveva un vasto pubblico di lettori nella vicina New York City, non passò molto tempo prima che il termine prendesse piede nei media più ampi. Il saggio di Westerveld è uscito un anno dopo il lancio della campagna Chevron’s People Do. Come in seguito hanno sottolineato i critici, molti dei programmi ambientali promossi dalla Chevron nella sua campagna erano obbligatori per legge. Erano anche relativamente economici se confrontati con il costo del budget pubblicitario della Chevron: l’attivista ambientale Joshua Karliner ha stimato che la conservazione delle farfalle della Chevron costava $ 5.000 all’anno, mentre le pubblicità che la promuovevano costavano milioni di dollari tra produzione e programmazione. Mentre la Chevron pubblicava gli annunci, violava anche la legge sull’aria pulita, la legge sull’acqua pulita versando olio nei rifugi della fauna selvatica. Ma la Chevron era tutt’altro che l’unica compagnia che scavava in profondità nel pozzo nero del greenwashing. Nel 1989, l’azienda chimica DuPont annunciò le sue nuove petroliere a doppio scafo con annunci di animali marini che battevano le pinne e le ali in coro dell’Inno alla gioia di Beethoven. Tuttavia, come ha sottolineato Friends of the Earth nel suo rapporto Hold the Applause, l’organizzazione no profit per l’ambiente è stata l’unica azienda che inquina maggiormente negli Stati Uniti. Altre affermazioni aziendali sono state altrettanto oltraggiose: il gigante della silvicoltura Weyerhaeuser ha pubblicato annunci in cui affermava che era “serio” prendersi cura dei pesci, anche se stava abbattendo alberi in alcune delle sue foreste e destabilizzando gli habitat dei salmoni.

Lorenzo Bagnoli, ‘Osservatorio Diritti’, 10 Gennaio 2018, Eni trascinata a processo a Milano per disastro ambientale in Nigeria

Per la prima volta in Italia una tribù indigena porta a processo una multinazionale. L’azienda dovrà rispondere a Milano di uno sversamento di petrolio avvenuto nel 2010 in Nigeria. La comunità locale chiede un risarcimento di 2 milioni di euro

L’organizzazione non governativa Friends of the Earth ha affiancato il re Francis Ododo e i cinquemila abitanti di Ikebiri, pescatori e agricoltori che vivono sul delta del Niger, nel processo contro l’Eni e la Nigerian Agip Oil Company (Noac) da lei controllata. Chiedono 2 milioni di risarcimento per disastro ambientale del 2010 a Clough Creek, oltre alla bonifica di 17,5 ettari di terreni contaminati dalla fuga di petrolio da un oleodotto. Eni riconosce l’incidente, ma ne minimizza le proporzioni. Danni solo per 10 mila euro su 9 ettari e un terzo degli sversamenti. Il primo atto fu un tentativo da parte della compagnia petrolifera di spostare il processo in Nigeria, per motivi di giurisdizione. Il giudice Maura Barberis ha rifiutato di prendere in considerazione la richiesta.


Ci sono le dichiarazioni di anziani del villaggio, pescatori, imprenditori, contadini. Parlano di «effetti devastanti» sulla popolazione locale, perché «non è più possibile pescare»: secondo le voci raccolte dalla difesa, gli allevamenti di pesce sono andati distrutti. Sostengono anche che a causa dell’inquinamento e dei fumi respirati dopo l’incidente, in tanti si sono dovuti recare alle cliniche della zona per acquistare medicinali.


Jonathan Osain Bein, consigliere anziano, testmonia che in seguito all’incidente molti residenti hanno dovuto curarsi per delle complicanze dovute all’inquinamento, e che non sia il primo dei disastri ambientali nella regione, ne sono accaduti altri fra il ’92 e il 2000 e le compagnie petrolifere non sono intervenute per contenere i danni. Agip sostiene il contrario dichiarando sulle pagine dell’Espresso di aver avviato un dialogo costruttivo con i residenti intervenendo per bonificare i siti e che le ispezione delle autorità nigeriane siano andate a buon fine, esibisce persino un certificato di bonifica regolarmente rilasciato dal governo nigeriano attraverso la National Oil Spill Detection and Response Agency (Nosra). L’avvocato Saltalamacchia denuncia il governo nigeriano di corruzione, di aver rilasciato cioè un certificato falso per coprire le responsabilità delle compagnie petrolifere, richiede pertanto un parere terzo. La sezione nigeriana di Friends of Earth sostiene che i processi a carico delle multinazionali siano troppo lunghi, impossibile ottenere giustizia, le condanne non vengono eseguite. Cita a questo proposito un processo alla Shell del 2005 il cui verdetto imponeva alla compagnia di interrompere le combustioni di gas. Non hanno ai rispettato la sentenza.

Matteo Giusti, ‘Il Manifesto’, 4 Febbraio 2022, Delta inquinato, le comunità Omuku insistono: «Eni rispetti gli accordi»

Il gruppo armato Bayan-Men ha minacciato l’ENI in Nigeria. L’associazione locale Ocylf condanna la violenza, ma denuncia che i furti di petrolio alimentano le raffinerie clandestine. Gli attacchi agli oleodotti continuano, le petroliere esplodono, i gruppi armati arrivano a uccidere i lavoratori di queste stazioni. Si fa chiamare Generale Agaba il portavoce del gruppo armato, denuncia l’ENI di non trattare con le comunità locali, in particolare con il clan Omoku. L’ENI ovviamente nega, dice di aver contribuito allo sviluppo del territorio fornendo elettricità, acqua, strade, scuole, strutture sanitarie. Al contrario la compagnia petrolifera attribuisce l’inquinamento alle raffinerie illegali prelevando decine di migliaia di barili al giorno in cooperazione con cartelli criminali.


Il giornalista nigeriano Tife Owolabi che da anni lavora nel Delta ha le idee chiare sul comportamento ambientale dei colossi. «Generalmente tutte le compagnie petrolifere nei confronti dell’inquinamento tendono sempre ad incolpare qualcun altro per evitare di pagare i danni provocati.


Antonio Tricarico sostiene che i danni ambientali siano anche dati dalla scarsa manutenzione delle infrastrutture da parte delle compagnie. ENI ora vorrebbe subappaltare a compagnie minori perché sostiene che l’estrazione in Nigeria sia già al picco massimo. Di solito queste compagnia quando arriva il momento di andarsene lasciano un minimo di risarcimento simbolico, non bonificano di persona. Intere foreste di mangrovie sono andate distrutte e questo è un danno enorme per i pescatori

Giacomo Natali, 50 anni dopo, cosa resta del Biafra? in: ‘Treccani’

Quando parliamo del Biafra, pensiamo sempre ai bambini denutriti, alla miseria, alle carestie, alle malattie. Nessuno pensa al milione di morti causati dalla guerra civile. Ora quella repubblica indipendente non esiste più, è stata suddivisa dal governo nigeriano in diversi stati. In realtà riferimenti al Biafra si trovavano già nelle mappe degli esploratori dall’Europa nel XIV secolo, indicava le terre intorno al Delta del Niger. Tra 1967 e 1970 proclamò l’indipendenza. Parliamo di appena 7 anni dopo l’indipendenza della Nigeria dal governo britannico, ottenuta solo nel 1960. Il tentativo Igbo di costituire uno stato indipendente fu riconosciuto dal Gabon, da Haiti, dalla Costa d’Avorio, dalla Tanzania e dallo Zambia. Francia, Spagna, Israele e Vaticano appoggiarono indirettamente la secessione. Il governo nigeriano era appoggiato dalla Gran Bretagna, che voleva preservare le riserve di petrolio della Shell nel Delta, e dall’Unione Sovietica. Fu proprio il Regno Unito ad assumersi la responsabilità di stringere la neonata repubblica in un blocco navale, che portò a un disastro umanitario. L’esercito del Biafra resisteva alle offensive, così la Nigeria lo accerchiò isolandolo impedendo qualsiasi rifornimento. Le campagne umanitarie raggiunsero l’Europa, si organizzarono ponti aerei partendo dall’isola portoghese di Sao Tomè. Allora lo chiamavano impropriamente ‘Terzo Mondo‘ e fu proprio l’esperienza del Biafra a dare un primo impulso alla formazione di Medici senza frontiere. Il presidente Emeka Ojukwu, un milionario laureato a Oxford, dovette fuggire e il Biafra venne cancellato dalla mappa, rinominato il golfo, dannata la memoria. Non è venuta meno tuttavia l’emergenza umanitaria, nel delta del Niger il petrolio è prodotto, raffinato e commercializzato dale compagnie petrolifere private, la British Petroleum, Shell, Esso, Total e l’italiana Eni, tra molte controversie date dalla totale assenza di infrastrutture, di uno stato sociale e dal disastro ecologico prodotto dall’industria degli idrocarburi. E’ tra i luoghi più inquinati del pianeta, nel quale è compromessa anche l’agricoltura di sussistenza. La maggior parte di migranti nigeriani in Italia proviene da questa regione, sono trattati da immigrati economici perché non viene riconosciuto loro quello di rifugiati politici o ambientali, in quanto il disastro umanitario, ecologico e politico in quella regione, non viene riconosciuto dall’Europa. Eppure è dal delta del Niger che vengono reclutate le vittime della tratta disperate per la totale mancanza di opportunità, per la totale prostrazione economica, persecuzione politica devastazione ambientale. Ojukwu, l’ispiratore della guerra d’indipendenza, è morto in esilio ma la causa del Biafra è tornata in gioco a partire dal ’99, con il Movimento per l’attualizzazione dello Stato Sovrano del Biafra, stroncato con violenza dal governo nigeriano. Dieci anni più tardi è emersa l’attività del movimento dei Popoli Indigeni del Biafra, a maggioranza Igbo, sostenuti dall’America di Donald Trump nella prospettiva di garantirsi le riserve petrolifere del delta. E’ dal 2017 che il PIB viene annoverato tra i gruppi terroristici nigerani. Il suo leader Nmandi Kanu è scappato all’estero per fuggire all’arresto. Quello che rimane al cinquantesimo anniversario è la consapevolezza di un disastro umanitario, paragonabile a un vero e proprio genocidio.

L’eccidio di Biafra. in: ‘Enciclopedia libera’

Quello che viene ricordato come l’eccidio di Biafra, è un fatto realmente avvenuto nel 1969 in Nigeria, dove morirono 10 tecnici italiani dell’ENI e un palestinese. Per capire cosa avvenne, bisogna ricostruire l’antefatto. I campi petroliferi dell’ENI si trovavano ulla riva sinistra del Niger, confinanti col Biafra ma sotto il controllo del Lagos. L’Agip stava svolgendo attività di prospezione petrolifera in due campi, Okpai e Kwale 3, alla distanza di circa quindici chilometri l’uno dall’altro. Erano protetti dagli avamposti dell’esercito nigeriano. Un commando dell’esercito del Biafra uccise dieci tecnici italiani e un palestinese. Gli altri tecnici di quel campo sentendo gli spari da lontano si avviarono verso Worri, ma giunti al campo scoprirono l’eccidio e vennero catturati. 14 italiani restarono prigionieri nel villaggio di Barakanà e poi a Owerri. Furono rilasciati solo due setimane più tardi dopo trattative con il sottosegretario agli esteri Mario Pedini. Il papa Paolo VI ricevette i prigionieri liberati e vi fu un caso nella stampa nazionale italiana che insinuò il pagamento di un riscatto congiunto fra Stato e ENI per un totale di dodici miliardi di lire. Vi furono anche delle interrogazioni in Parlamento

Liberi nelle prossime ore, in: ‘Corriere della Sera’, 06/06/1969.
Ship with cargo for rebels detained – 2 italians stopped at Ikeja, in ‘Daily Times’, 05/06/1969.

Nnamdi Okwu Kanu è un attivista del movimento neo-indipendentista del Biafra, con cittadinanza inglese. Tra i leaders dellIPOB, che per il governo nigeriano è un’associazione terroristica. Quando è stato arrestato e processato, si mostrava in pubblico indossando uno scialle da preghiera ebraico e un copricapo. Sostenne di credere nel Giudaismo e si considera egli stesso un osservante dell’ebraismo. Vive in esilio. E’ nato nel 1967 nella Repubblica del Biafra e studiato al college nel Regno Unito


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