La leggenda afghana del gigante Zamr Gabrè

La ferita del gigante

Leggenda afghana,
regione del Nurestan

La leggenda afghana di Zamr Gabrè raccontata da Marika Guerrini, fa riferimento a tradizioni orali che si tramandano una resistenza culturale all’islamizzazione della regione, specialmente nel nordest dove si sarebbero rifugiati greci, indoeuropei e zoroastriani. Il protagonista di questa leggenda è un re zoroastriano. La religione di Ahura Mazda o Zoroastro è di origine persiana e copre un arco di tempo che va dal VI secolo a.C. al X d.C., è detta anche Mazdeismo. I re Magi che secondo alcune tradizioni cattoliche avrebbero reso omaggio al bambino Gesù nella notte dell’Epifania, erano zoroastriani. Erodo descrive la religione persiana con tratti propri del mazdeismo, come l’esposizione dei cadaveri agli uccelli.

La figura del re zoroastriano è anche legata a una regione dell’Afghanistan conosciuta come Kafiristan, nella provincia del Nuristan, che si trova per la precisione all’imboccatura di quello che oggi viene chiamato il ‘corridoio afghano’ per la Cina, tra i due bacini idrografici dei fiumi Alingar, Pechm, Lindai, Kunar. Confina a nord con la regione dell’Hindu-kush, a est con il Pakistan. La regione prende il nome dalle popolazioni non mussulmane che l’hanno abitata per molto tempo anche dopo la dominazione mussulmana, preservando tradizioni per lo più induiste. Le popolazioni che vivono nel Nuristan, convertite all’Islam solo nel XIX secolo, presentano tratti somatici spiccatamente caucasici, e praticavano fino all’inizio dell’800 culti politeistici.

Un dettaglio non trascurabile in questa versione della leggenda, è il riferimento al quarto califfo dell’Islam, padre dei due nipoti di Maometto che tentano di convertire Zamr Gabrè e suo persecutore per l’eternità. Un personaggio storico, Alī ibn Abī Ṭālib, cugino e genero del profeta avendone sposato la figlia Fatima, è il primo imam della corrente sciita, minoritaria nell’islam e quel che più conta, perseguitata dalle correnti fondamentaliste che invece praticano forme particolarmente dure e intolleranti della corrente sunnita.

Per intenderci, il governo dell’Iran è sciita, mentre gli stati del golfo sono sunniti. Tutti i musulmani osservano i cinque pilastri dell’islam, ma i sunniti si basano sugli insegnamenti del profeta, mentre gli sciiti si affidano agli ayatollah, considerati un riflesso di Dio sulla Terra. Da questa differenza le reciproche accuse di eresia. Il dogmatismo sunnita viene additato come fondamento per le sette estremiste e puritane.

Gli sciiti, consapevoli di essere in minoranza, hanno evitato per molti secoli lo scontro violento con l’altra fazione, ma i recenti interessi politici ed economici hanno inasprito le relazioni portando la minoranza a sentirsi minacciata. Tra gli obiettivi dichiarati dallo jihadismo è lo sradicamento dell’eresia sciita, se necessario con l’eliminazione fisica dei suoi cultori.

In altre parole, se proviamo a calare questa leggenda nel particolare contesto afghano che si è venuto a creare con il supporto internazionale ai gruppi fondamentalisti, non possiamo non osservare che il racconto si riferisce a due gruppi religiosi, lo zoroastrismo e l’islam sciita, entrambi ostili sia alla leadership dei taliban, sia alle altre associazioni di stampo terroristico e matrice fondamentalista.

Marika Guerrini, ‘Totalità’, s.d., La ferita di Zamr Gabrè.

A qualche anno dalla morte di Mohammad, ma prima che l’Afghanistan abbracciasse, se pur in parte, la fede dell’Islam, nella città di Gardez, che sta a significare cavallo alpestre, regnava un sovrano buono e saggio, conosciuto per la sua imponente statura e la sua forza straordinaria, un gigante di nome Zamr Gabrè. Come l’intero suo popolo, Zamr Gabrè era zoroastriano, il suo pensiero si muoveva per calli celesti ben ampi, ricchi di quelle cosmiche visioni che rendevano anche la sua saggezza sempre più  ampia.

Avvenne che un giorno gli chiedessero udienza due stranieri fattisi annunciare quali nipoti di Mohammad. Siamo venuti a Gardez per convertire te e la tua gente, dichiararono. Nell’udire queste parole, il saggio e pacifico Zamr, mosso da un impulso estraneo alla propria natura, si avventò sui due. Li avrebbe senz’altro sopraffatti, ma i due usarono arti magiche e il re leale ebbe la peggio, subì gravi ferite. I due stranieri si impossessarono del regno e Zamr fu costretto, con pochi fidati, a riparare a nord di Gardez, nel Nuristan. Leggenda vuole che viva ancora lì, nella selvaggia terra di montagna abitata dai Kafir, infedeli, che si proclamavano discendenti di Alessandro Magno, ma che a nostro avviso sono diretti discendenti degli Arii. In quest’aspra affascinante regione dell’Hindu Kush tra Afghanistan e Pakistan, i suoi compagni lo curarono e lo curano, sì, perché pare che ogni primavera, quando la pioggia scroscia violenta, il tuono squassa le montagne e saette solcano i cieli, Zamr Gabrè s’appressi a raggiungere il suo popolo. Ma ogni qualvolta questo sta per avverarsi, le ferite si riaprono e il sangue esce a fiotti e a nulla valgono i tamponi dei suoi fidi compagni. 
Zamr Gabrè forse non potrà più tornare nella sua terra perché il tuono è la voce di Alì, padre dei due stranieri e quarto califfo dell’Islam, e il fulmine la sua frusta che riapre e riaprirà le ferite di Zamr Gabrè. In eterno” 

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