I cinque pilastri del riscatto progressista.

Lo sfacelo delle sinistre nel blocco euroatlantico è spaventoso. Il dibattito politico non solo in Italia si trova impantanato in una spirale di irrazionalismo paranoico e schizofrenico di comunicazione disfunzionale, che arranca a suon di stalking seriale e manipolazione della realtà. La polarizzazione estrema ha sostituito il dibattito costruttivo, la pianificazione, le visioni di lungo termine, trasformando l’arena politica in un teatro dell’assurdo dove prevale chi urla più forte. Di fronte a questa deriva le forze progressiste si ritrovano obbligate a rincorrere polemiche ormai quotidiane, rispondere a provocazioni che servono unicamente a spostare l’attenzione dai problemi reali. Questa dinamica produce una paralisi che impedisce qualsiasi progresso concreto e alimenta la frustrazione dei cittadini, i quali percepiscono la politica come distante e inefficace. È dunque necessario un cambio radicale di registro, un approccio completamente nuovo, una strategia condivisa e ben pianificata.
Vorrei partire da una metafora presa dal gergo degli scacchisti, quella del gioco di fianchetto. Si tratta di un’apertura considerata fra le più popolari che consiste nell’appostare a distanza i propri alfieri sulle diagonali lunghe della scacchiera, una strategia solo apparentemente difensiva, che in realtà poggia su una struttura estremamente flessibile: protegge il proprio campo di gioco, controlla il centro da lontano senza occuparlo e prepara il terreno a sviluppi futuri senza però esporsi a rischi inutili o attacchi prematuri. La bellezza nel gioco di fianchetto sta nella pazienza: non cerca lo scontro diretto immediato, non cade nelle provocazioni dell’avversario che vorrebbe attirare i pezzi in posizioni vulnerabili. Piuttosto, costruisce la propria solidità mossa dopo mossa, mantenendo molte opzioni aperte e aspettando il momento opportuno per trasformare il controllo a distanza in un vantaggio concreto.
Trasferendo questa logica alla politica delle forze progressiste e all’attuale stato miserevole della politica occidentale, possiamo isolare cinque principi operativi che possono trasformare l’attuale debolezza delle sinistre in una potenza fondata sul numero e sull’organizzazione. I cinque pilastri della strategia per lasciare che i sovranismi si autodistruggano, annegando nella propria incompetenza e neutralizzandosi da soli, partono dal disinnescare la paralisi polemica rifiutando di rispondere alle provocazioni, costruire un sistema alternativo di comunicazione efficace, funzionale, capillare, promuovere la partecipazione dal basso con la formazione di comitati, associazioni, collettivi, sviluppare sul territorio politiche sociali di solidarietà e cooperazione, proposte di legge, quindi rinnovare la classe politica attraverso una formazione per gradi sul campo, presentandosi alle prossime consultazioni elettorali con una coalizione coesa, una base allargata, un sistema inattaccabile di comunicazione, un programma condiviso, una connessione con la base della cittadinanza attiva. Stalking e diffamazione non vanno affrontati sul piano dei media, ma nelle aule di tribunale. Chiameremo queste cinque fasi: 1) Disinnesco, 2) Connessione, 3) Militanza, 4) Elaborazione, 5) Selezione.
Proviamo a entrare nel dettaglio di questo piano operativo. Come si è visto negli ultimi trent’anni, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, le destre revansciste e più o meno dichiaratamente neofasciste hanno prosperato come abbiamo visto sulla polemica quotidiana, sulla creazione di nemici immaginari e sulla distrazione di massa, sugli attacchi alla magistratura, sulle macchine del fango. Ogni volta che le forze progressiste entrano in questi dibattiti sterili, offrono visibilità gratuita agli avversari e legittimano implicitamente narrazioni distorte che andrebbero semplicemente portate nelle aule dei tribunali. Come nel doppio fianchetto, occorre lasciare che l’avversario si esponga con mosse aggressive, lasciando però che le provocazioni cadano nel vuoto, senza farsi coinvolgere. Il governo deve essere giudicato sui risultati concreti, non sulle dichiarazioni roboanti. Fatti, non parole.
Secondo pilastro: costruire un sistema di comunicazione digitale organizzato. Il mondo dell’informazione è cambiato radicalmente negli ultimi vent’anni, i canali tradizionali non bastano più. Occorre sfruttare la forza numerica dei militanti e dei simpatizzanti attraverso una strategia coordinata di presenza digitale. Migliaia, milioni di persone che portino valore elevando la qualità del dibattito, impegnandosi nella divulgazione culturale, animando forum, discussioni, portando valore, diffondendo cultura. Ogni cittadino dovrebbe comportarsi come se fosse un influencer, tessendo la propria rete dalla quale controllare le diagonali dell’informazione nella propria bolla, come gli alfieri di fianchetto nel gioco degli scacchi. Quando si deve disinnescare un ordigno mediatico, una rete numerosa e ben organizzata può agire in modo coordinato ottenendo risultati sorprendenti.
Terzo pilastro: promuovere la partecipazione dal basso. La politica non si fa solo in Parlamento, anzi possiamo dire che nasce proprio fuori dalle aule istituzionali, inizia dalla strada. Si deve incentivare la nascita e il rafforzamento dei comitati locali, movimenti di attivisti, associazioni che lavorino sul territorio per affrontare i problemi concreti delle persone, non per protestare contro qualsiasi cosa ma per tendersi reciprocamente la mano, fare rete, affrontare insieme i problemi. Dall’emergenza abitativa alla crisi climatica, dalla sanità pubblica all’istruzione, ogni tema richiede mobilitazione e competenza diffusa. Questi soggetti collettivi sono come i pedoni nella struttura del fianchetto: sembrano piccoli, ma formano una barriera solida e, se ben collocati, possono avanzare esercitando una pressione difficile da neutralizzare. La partecipazione attiva restituisce inoltre alle persone il senso di controllo sulla propria vita e sulla propria comunità, contrastando il cinismo e l’astensionismo che alimentano la prospettiva populista.
Quarto pilastro: sviluppare proposte di legge concrete e praticabili. Basta con la politica degli annunci e delle dichiarazioni di principio, si devono presentare proposte dettagliate, accompagnate da analisi di fattibilità, coperture finanziarie e previsioni di impatto, confrontandosi continuamente con i territori, sottoponendo ogni proposta alla valutazione dei collettivi, integrandola con le proposte che vengono dal basso. Ogni proposta deve essere comunicata in modo chiaro e accessibile, spiegando non solo cosa si vuole fare, ma come e perché. Questa trasparenza permette ai cittadini di sperimentare attivamente le differenze tra un sistema e l’altro: ogni proposta deve essere studiata a tavolino e condivisa su larga scala attraverso la rete della comunicazione orizzontale, coerente con una visione complessiva e capace di produrre risultati misurabili.
Quinto pilastro: assumere la responsabilità dell’urgenza. Il mondo affronta problemi gravi e drammaticamente interconnessi, dal cambiamento climatico che accelera, alle crescenti disuguaglianze economiche, ai sistemi educativi e di previdenza sociale sotto pressione, l’incubo della guerra nucleare che torna a farsi sentire. Le democrazie sono minacciate dall’interno e dall’esterno. Non c’è tempo da perdere in tattiche di breve respiro o calcoli elettorali miopi, ma come negli scacchi, dove ogni mossa conta e il tempo è una risorsa preziosa, la politica deve agire con determinazione su tutti questi fronti, comunicando l’urgenza senza alimentare panico o rassegnazione. Mai come ora c’è bisogno di una classe politica rinnovata, che si formi sul campo della militanza nei territori e sia in grado di coinvolgere quante più forze possibile tra i cittadini per poter creare un’onda d’urto efficace nel momento dell’assalto decisivo alla fortezza ideologica in cui si sta arroccando l’oscurantismo al potere.
L’ondata di irrazionalismo che attraversa il mondo occidentale richiede risposte coordinate e coerenti. Dal declino della fiducia nelle istituzioni alla diffusione di teorie cospirative, dalla xenofobia al negazionismo scientifico, i sintomi sono simili in molti paesi, la nube nera del nulla che avanza assume sempre più i contorni di un fascismo strisciante che della democrazia ha soltanto l’apparenza procedurale. La politica del doppio fianchetto può essere adattata a contesti diversi, mantenendo i suoi principi fondamentali: solidità, pazienza, organizzazione e focus sui risultati concreti. Se applicata con rigore e costanza può produrre risultati anche nel breve termine, entro la fine di questa legislatura è possibile costruire una rete di comunicazione efficace, far crescere movimenti territoriali forti, elaborare programmi condivisi, proposte di legge chiare e ben strutturate, riconquistare la perduta credibilità e la fiducia dei cittadini nella possibilità di un cambiamento reale.
È un metodo che richiede però di non indulgere alla tentazione della risposta immediata, del colpo a effetto, della polarizzazione facile, ma dimostrare una disciplina salda, un coordinamento efficace, una visione di lungo periodo e fiducia nel lavoro collettivo. Non è una strategia spettacolare, non promette vittorie facili o scorciatoie ma proprio come nella metafora da cui siamo partiti costruisce una posizione solida, da cui è possibile sviluppare un gioco vincente non appena l’avversario si sbilancia. Trasforma la debolezza apparente in forza latente, prepara il terreno per mosse decisive e, soprattutto, non si lascia trascinare sul terreno scelto dal nemico per il confronto. Il momento di agire è adesso. Le forze progressiste devono uscire dal teatrino delle ombre e scendere sul campo del gioco reale, quello dei problemi concreti e delle soluzioni praticabili. Solo così sarà possibile rispondere alla crisi profonda che minaccia le nostre società dalle loro stesse fondamenta e costruire un futuro migliore per tutti. La partita è aperta, tratto al Bianco.
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