A proposito della Nostalgia per l’Unione Sovietica

Da ormai quasi quarant’anni nei media delle socialdemocrazie occidentali imperversa una stessa storia, raccontata sempre allo stesso modo, quella dell’incubo comunista. Gli orrori del totalitarismo, la liberazione dal partito unico, la fine della tirannide sovietica, dei gulag e via di seguito. In Europa si è arrivati al punto di equiparare il comunismo al nazismo, ricorrendo sempre allo spauracchio dell’autocrate Stalin e delle sue malefatte. Credo sia venuto il momento di affrontare anche qui in Occidente un problema piuttosto serio per la coerenza logica dei nostri ragionamenti: il fenomeno della cosiddetta Nostalgia Sovietica, sempre più diffuso in quei paesi che furono parte dell’URSS, in modo particolare tra quelli che sono nati prima dell’89 e ne hanno vissuto gli ultimi anni prima del collasso. Una nostalgia che non ha niente a che vedere con quella europea dei nazifascismi, la quale come sappiamo ha iniziato a dilagare man mano che morivano i testimoni diretti. Due fenomeni completamente diversi, insomma.
Già il fatto che in Russia esista dal 2004 un canale televisivo dal nome eloquente di Nostal’gija, con l’icona stilizzata di una falce e martello, dovrebbe far riflettere. Trasmette contenuti culturali, programmi storici, musicali, che richiamano proprio la cultura del periodo sovietico, la memoria della grande guerra patriottica contro il nazifascismo, il prestigio internazionale dell’Unione Sovietica. È molto seguito da persone che hanno vissuto almeno i primi dieci anni della loro vita sotto il Partito Comunista. Il governo di Putin, pur da posizioni apertamente antibolsceviche, asseconda il sentimento dei nostalgici promuovendo una celebrazione di quel passato, incorporandolo nella retorica patriottica per consolidare l’identità nazionale giustificando le attuali posizioni rispetto all’espansionismo del Patto Atlantico. Il canale continua dunque a trasmettere, anche perché i dati parlano chiaro: più di metà della popolazione russa, e di quei paesi che furono parte del blocco sovietico, continua a manifestare da più di trent’anni insoddisfazione per la sua dissoluzione., Si, avete letto bene. Nostalgia per l’Unione Sovitica in Russia e in quelli che ne furono gli stati satellite per quasi settant’anni
Il sito del canale russo NostalgiaTv trasmette musica e film degli anni 1960-90, ricorda i migliori programmi della televisione sovietica, approfondisce la storia di quel periodo con programmi d’archivio e nuove produzioni. Va in onda nel pacchetto base NTV Plus sulle reti via cavo di Russia, CSI e Stati Baltici, Stati Uniti e Canada. Il suo programma più conosciuto nel mondo è un talk show dal titolo eloquente di Born in the USSR, al quale partecipano stelle del cinema, della televisione, del teatro, personaggi politici, atleti, luminari della televisione sovietica, in diretta due giorni a settimana in seconda serata con repliche nel fine settimana. Altri programmi, alcuni dei quali premiati a livello internazionale, trasmettono documentari, musica, dibattiti, approfondimenti storici, satira, cinema. Un programma settimanale è interamente dedicato ai Beatles, un altro alla storia del rock, un altro ancora alla canzone d’autore. Ricco palinsesto per un canale popolare non solo in Russia.
I dati parlano chiaro, più di metà della popolazione russa e di quelle repubbliche parte dell’Unione Sovietica, ritiene ancora oggi che la dissoluzione dell’URSS non sia stata un bene. Addirittura una mozione popolare a Volgograd vorrebbe attualmente riportare il nome della città a Stalingrado. Molti potrebbero pensare che negli Stati Satellite, fra la Cortina di Ferro e le repubbliche più meridionali, vi sia ancora un profondo sentimento antisovietico, ma le statistiche smentiscono la nostra convinzione, tutta occidentale. Si parla tanto del genocidio armeno, eppure in Armenia un sondaggio commissionato da Carnegie Endowment conferma che quasi metà della popolazione sta rivalutando la figura storica di Stalin. Quel che più dovrebbe far riflettere è che non si tratta di un revival postumo o indotto da campagne di disinformazione, ma di un sentimento popolare promosso da coloro che hanno realmente vissuto gli ultimi trent’anni dell’Unione Sovietica. Per intenderci, uno potrebbe pensare che anche in Italia sia in corso una rivalutazione della figura storica di Mussolini e del ventennio fascista, ma i due contesti non sono paragonabili essendo il fascismo caduto nel ’45 e i testimoni diretti ormai quasi tutti passati a miglior vita: il crollo dell’URSS è ancora fresco di memoria diretta, la differenza è rimarchevole.
Quando si analizza la questione della Nostalgia Sovietica, è piuttosto comune fermarsi alle motivazioni espresse dai testimoni, i quali sostengono che il crollo del blocco sovietico abbia portato a una sostanziale diminuzione del prestigio internazionale, un collasso interno dell’economia, la dissoluzione dello stato sociale, una perdita di quei diritti fondamentali come la casa e il lavoro, l’assistenza sanitaria, le pensioni che il comunismo russo ha comunque garantito nei limiti del possibile fino all’ultimo, anche nei momenti di maggior criticità. I popoli uniti dalla federazione delle repubbliche all’epoca chiedevano più libertà di espressione, un maggior dibattito interno, trasparenza, una lotta alla corruzione e pensavano che la democratizzazione avrebbe portato a miglioramenti in questo senso. Volevano più libertà, non meno servizi. A conti fatti, i testimoni diretti sostengono che non solo quel progetto di rinnovamento sia fallito, ma si sono perse anche quelle garanzie di solidità e coesione di cui lo stato comunista allora si era fatto garante, ottenendo in cambio non una vera democrazia ma oligarchie e instabilità. Il risultato è stata, a conti fatti, una rimessa netta.
Vorrei porre l’accento sul fatto che stiamo qui riportando i dati statistici rilevati non solo e non tanto dalle indagini demoscopiche interne alla Federazione Russa, ma studi internazionali commissionati da realtà presenti nello stesso blocco occidentale. Sono dati che fanno riflettere. Se proviamo a spostarci indietro nella storia italiana degli anni ’70, a trent’anni dalla caduta del fascismo, non esisteva in Italia un’aperta e conclamata nostalgia del ventennio se non in una ristretta e sparuta minoranza. La tendenza politica era quella di aggregarsi al centro, intorno a posizioni moderate, filo-cattoliche, atlantiste, proprio come reazione a un progetto politico, quello di Mussolini e Hitler, percepito ancora come fallimentare da quelli che ci avevano vissuto dentro. Il fascismo non aveva garantito alla popolazione quella stabilità interna, quel diritto al lavoro, alla casa, all’assistenza medica, che ora i nostalgici del comunismo ricordano. La nostalgia sovietica non nega le repressioni o i gulag, non si pone su posizioni di negazionismo revisionistico, ma confronta materialmente due periodi storici e conclude che, nonostante tutto, la qualità della vita era superiore prima della transizione.
Molti parlano ad esempio dell’anticomunismo ucraino, dimenticando che anche nelle repubbliche del sud si è sviluppato un sentimento di rivalutazione nei confronti del periodo sovietico, particolarmente nelle regioni orientali. Sentimenti di cui il Cremlino si è poi servito per rafforzare il proprio disegno imperialista, ma che nascevano da un disagio reale verso le difficoltà economiche e sociali del post-socialismo. Persino lungo quella che fu la Cortina di Ferro si è sviluppata la Nostalgia Sovietica, cosa che per noi sembra assolutamente controintuitiva, ma è una realtà con cui dovremo presto fare i conti perché si tratta di un fenomeno in ascesa: la generazione degli ultimi sovietici sta materialmente educando i giovani all’attivismo e alla militanza, il movimento non è composto solo dagli anziani, ma trova nuove forze tra le nuove generazioni, per cui non possiamo permetterci il lusso di ignorarlo.
Se la democrazia liberale e il capitalismo erano davvero così superiori al sistema sovietico, come mai dopo trentacinque anni chi ha vissuto entrambi i sistemi continua a preferire quello precedente? Forse dovremmo smettere di liquidare questo fenomeno come semplice nostalgia e iniziare a interrogarci seriamente sui fallimenti della transizione post-sovietica: una transizione che ha promesso libertà e prosperità, ma ha consegnato alla storia più recente solo oligarchie e precarietà.
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