Il Protocollo Annibale tra complottismo e realtà

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In questi giorni si è tornato a parlare del Protocollo Annibale, tema controverso intorno al quale si sono sviluppate varie teorie del complotto e che proprio per questo merita attenzione. Se vogliamo capire bene questa storia, dobbiamo raccontarla dall’inizio, ovvero dagli anni ’70, quando il valore degli ostaggi palestinesi e israeliani ha iniziato a divaricarsi in modo spaventoso: un solo soldato israeliano poteva scambiarsi con decine, centinaia, addirittura migliaia di ostaggi palestinesi. Scambi asimmetrici, che gli alti quadri dell’esercito iniziarono a percepire come inaccettabili dal punto di vista militare e strategico.

Questa disparità nel valore attribuito agli ostaggi dell’uno e dell’altro è dovuta al fatto che la maggior parte dei prigionieri palestinesi detenuti da Israele non sono combattenti o membri di organizzazioni terroristiche, ma civili: tre detenuti su quattro sono anziani, medici, giornalisti, persone ammalate, trattenute in molti casi senza un capo di accusa o un processo formale. La detenzione amministrativa consente a Israele di trattenere i prigionieri per lunghi periodi senza processi né assistenza legale, in palese violazione dei diritti umani. D’altra parte un singolo soldato israeliano, addestrato e arruolato regolarmente dall’esercito, ha un valore diverso dal punto di vista sia militare che politico, perché il governo deve rendere conto all’elettorato dei propri militari, sottratti alle famiglie per mandarli al fronte.

Data l’asimmetricità nella proporzione del valore attribuito agli ostaggi dell’uno e dell’altro, che corrisponde in un senso più ampio all’asimmetria del potere e alla disparità delle forze nel conflitto israelo-palestinese, nel 1986 tre alti ufficiali israeliani, Yossi Peled, Gabi Ashkenazi e Yaakov Aidror, dopo la cattura di due militari da parte di Hezbollah, svilupparono una nuova direttiva in base alla quale il rapimento di un soldato israeliano doveva essere impedito anche a costo di colpire e danneggiare le stesse forze dell’IDF. Il testo originale di questa direttiva non è stato mai pubblicato e fino al 2023 è stato coperto dal segreto militare, quindi ne abbiamo solo testimonianza indiretta. Proprio in mancanza di una versione scritta condivisa, l’esercito israeliano iniziò a invocare la direttiva senza attendere la conferma degli ufficiali superiori e applicandola in modo distorto: in pratica, durante un rapimento il compito principale diventava salvare i soldati anche a costo della vita, se necessario uccidendo le vittime del rapimento e gli eventuali civili, sia dell’una che dell’altra parte: si arrivò a uccidere centinaia, migliaia di civili, sia israeliani che palestinesi, per recuperare un solo soldato israeliano rapito.
Fin qui il dibattito oscilla tra inchieste e complottismi, poiché non disponendo di una fonte primaria ma solo di testimonianze, seppur interne allo stesso esercito israeliano, è difficile risalire alla verità: se vi fosse o meno un testo scritto, se si trattasse di consuetudini deviate da una direttiva originaria, non possiamo trarre delle conclusioni obiettive a riguardo.

La prima cosa da chiedersi è quali siano le nostre fonti: ventisei anni fa nel 1999, il dottor Avner Shiftan, un medico militare, si imbatté nella direttiva durante il servizio di riserva nel sud del Libano; ritenendola illegale contattò Asa Hasher, autore del codice di condotta delle forze di difesa israeliane, il quale inizialmente espresse un profondo scetticismo a riguardo. Il quotidiano israeliano Haaretz pubblicò un’intervista al dottor Shiftan e quella è in effetti la prima fonte documentale scritta sul Protocollo Annibale.

L’articolo di Haaretz ebbe il merito di aprire un dibattito nell’opinione pubblica israeliana, che costituisce per noi una fonte essenziale di informazioni sull’argomento: il capo di stato maggiore Shaul Mofaz dichiarò nello stesso anno in cui uscì l’intervista che un soldato rapito, a differenza di un soldato morto, diventa un problema nazionale, giustificando con questo misure estreme come quelle attribuite al Protocollo Annibale. Trattandosi della massima autorità militare in Israele, questa dichiarazione ha suscitato un acceso dibattito: secondo il professor Emanuel Gross docente alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Haifa, una direttiva simile sarebbe contraria ai valori fondanti lo stato di Israele. Da quel momento in poi, il Protocollo Annibale non è più solo una teoria del complotto.

Sappiamo che in diversi casi la direttiva si è tradotta realmente in azione sul campo. La modalità di intervento è sempre la stessa, quando si invoca un Protocollo Annibale l’esercito israeliano spara su qualsiasi cosa si muova, militari o civili, palestinesi o israeliani, nel tentativo di evitare la cattura degli ostaggi. La più devastante applicazione della direttiva si è avuta nel Venerdì Nero del 2014, quando per recuperare il solo tenente Hadar Goldin rapito da Hamas, Israele effettuò massicci attacchi aerei e terrestri sulle zone residenziali di Rafah, uccidendo centinaia di civili palestinesi nelle tre ore successive alla sospetta cattura dell’unico soldato israeliano. Un rapporto di Amnesty International denunciò il caso del Venerdì Nero come un crimine di guerra.

La Direttiva Annibale venne ufficialmente revocata nel 2016 e sostituita da tre altre direttive, il cui testo pure non è mai stato pubblicato, ma nonostante questo venne applicata anche dopo la sua abolizione. L’applicazione più controversa si verificò durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, quando venne invocata non più a protezione dei soldati, ma dei civili. Un mese dopo il massacro diversi ostaggi israeliani rilasciati da Hamas si incontrarono con il gabinetto di guerra di Benjamin Netanyahu, affermando di essere stati deliberatamente attaccati da elicotteri israeliani mentre si dirigevano verso Gaza e di essere stati costantemente bombardati dalle forze dell’IDF durante la loro detenzione. In quell’occasione il tenente colonnello Nof Erez descrisse la situazione in un’intervista ad Haaretz come un “Annibale di massa”, con migliaia di persone in molti veicoli diversi, sia con ostaggi che senza ostaggi.
Nell’inverno di quell’anno Haaretz chiese all’IDF se fosse stato invocato un Protocollo Annibale durante il massacro al kibbutz di Be’eri; l’emittente israeliana Channel 12 riferì il 16 dicembre che le forze dell’esercito israeliano avevano sparato a un trattore che trasportava ostaggi a Gaza, uccidendo un ostaggio e ferendone altri. L’esercito ammise che le vittime erano il risultato del fuoco amico. Un’indagine del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth concluse che l’IDF aveva in pratica applicato la Direttiva Annibale a partire da mezzogiorno del 7 ottobre, ordinando a tutte le unità combattenti di fermare ad ogni costo qualsiasi tentativo dei terroristi di Hamas di tornare a Gaza con ostaggi. Secondo Yedioth Ahronoth, i soldati israeliani ispezionarono circa 70 veicoli sulle strade che portano a Gaza che erano stati colpiti da elicotteri, carri armati o UAV, uccidendo almeno in alcuni casi tutti gli occupanti.

L’ex ministro della difesa israeliano Yoav Gallant ha successivamente confermato che la direttiva Annibale venne applicata in certi luoghi nei pressi di Gaza, confermando i molteplici sospetti. Il ricorso alla Direttiva Annibale durante l’attacco del 7 ottobre è oggetto di uno specifico capitolo del rapporto delle Nazioni Unite che ricostruisce dettagliatamente i fatti del 7-8 ottobre 2023. La Direttiva Annibale rappresenta una delle questioni più complesse e controverse nella dottrina militare israeliana, sollevando fondamentali interrogativi etici, legali e operativi sul valore della vita umana, i limiti dell’azione militare e le conseguenze delle decisioni prese in situazioni di emergenza. La sua applicazione, particolarmente durante l’attacco del 7 ottobre 2023, continua a essere oggetto di indagini e dibattito sia in Israele che nella comunità internazionale. Non tutti i morti di quel giorno furono opera di Hamas


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