Federico Berti, Lo Squalo. Memorie d’un saltimbanco

S’è fermato al tavolo della birreria col carretto da mendicante, lo zaino in spalla e il pennello da barba appeso fuori ad asciugare, guardalo come scoppia di salute bello pulito con quella camicina stirata e le scarpe lucide dalla fibbia d’argento, si fa presto a dire vagabondo: quel frocetto si vede che ha studiato, mangia in trattoria mica sulle panchine, legge, studia, prende appunti, disegna. Adesso te lo voglio dire, hai proprio una gran faccia da figlio di papà. Lo sai quanto devo lavorare io per sedermi a questo tavolo? Tutto il giorno in mezzo a quei pezzenti dei salariati, nemmeno un minuto per pisciare mi lasciano, dico uno. Ma vai a lavorare va! Ah, come te lo direi in faccia, se solo potessi.

Guardo negli occhi il giovane imprenditore abbronzato, gli leggo il pensiero gli leggo, con quella fronte sporta in vanti, il muso ingrugnito, disgustato, quelle cose me le vorrebbe dire davvero, ma è troppo ipocrita per farsi carico del vuoto che ha nel cervello e poi non si sa mai, questi disgraziati magari di punto in bianco son buoni a cacciarti fuori il coltello.

Ma si, in fondo siamo simili noi due. Tu sei tutto quel che non voglio diventare, mi basta guardarti in quella faccia da straccione ripulito, colle scarpe di vernice sotto il denim strappato di marca fine. Non te lo dico perché non capiresti, preferisco ascoltare: hai un sacco di storie inverosimili gran figlio di buona donna, per lo più mi parli di quelle bestie che spingi avanti a frustate in una fabbrica di materiali elettrici dalle parti di Ponte San Giovanni, le chiuderesti tutte dentro e appiccheresti il fuoco se potessi. Mi fai pure un sacco di complimenti, dici di avermi sentito suonare iersera in corso Vannucci, che ritmavo il canto percuotendo la marmitta di un motorino con una grattugia da parmigiano e una bottiglia di plastica. Originale dici, ma è palese che non lo pensi davvero. Peccato s’è fatto tardi penso tra me, il muro di folla ormai disperso, le famiglie vanno a letto e gli insonni irriducibili scendono da basso in piazza San Francesco, dove si cullerano come fauni inebetiti cavalcando lo djembè fino all’alba, quando quei poveri cristi dei netturbini verranno a raccogliere lattine vuote, sigarette e quelle vomitevoli montagne di merda seminate qua e là dai più intraprendenti. Pago, mi rimetto in cammino.

Col carrello degli strumenti risalgo dunque l’acciottolato per andarmi a cercare un altro posto dove stendere il sacco a pelo e godermi il fresco d’una piacevole serata estiva. Ripenso alla fiumana che solo un paio d’ore prima intasava il corso, al pubblico assiepatomi intorno, al coccodrillo col cellulare che mi guardava storto dal tavolino accanto della caffetteria. Distrattamente spingo avanti il carrello non badando al cielo che intanto s’è oscurato, né alla luna scomparsa dietro una massa di nuvole che non vedono l’ora di azzuffarsi nell’immensità della notte. La temperatura è scesa, fa freddo e quel che è peggio, non so dove fermarmi.
Sento sfumare in lontananza le variazioni sul respiro del cane, da Yellow Shark di Frank Zappa, e mi viene in mente per associazione un documentario sulla fauna ittica che davano l’altra mattina nel bar: lo squalo, spiegava una voce fuori campo, deve nuotare in continuazione, non può mai fermarsi o muore soffocato. Per questo ha sempre fame. Uno squalo, mi dico, anch’io se mi fermo nel posto sbagliato mi sbologna il metronotte a calcinculo. Proseguo ancora qualche centinaio di metri, guardandomi intorno, non trovando che portoni chiusi e luci spente alle finestre.

D’un tratto un lampo, un tuono e scoppia il finimondo… E’ come se una diga rotta lassù nel cielo avesse rovesciato nelle strade l’intera stirpe delle le figlie di Nettuno. Il vento soffia come un ossesso, turbinando solleva i sassi dei giardini e li scaglia contro le insegne dei negozi; qualche lucina sfrigola, muore. Spingendo sempre a mano la cassa da morto riesco a infilarmi sotto un albero, che frena un poco l’impeto ma non trattiene l’acqua. Vedo i tavoli di un’osteria accatastati con le catene perché nessuno se li porti, provo a incastellarli come carte da gioco ma non basta, il vento s’infila dappertutto e le sirene ululanti vengono a mordermi l’orecchio. Stendo il sacco a pelo dal lato impermeabile sul carretto per limitare i danni, e resto a lungo nella posizione del fenicottero, sperando che passi. Macché! L’uragano continua a infuriarmi intorno, mentre i vestiti bagnati mi si raffreddano addosso.

Nella mente mi figuro allora la scena di uno squalo che vaga solitario tra le rovine di Atlantide, sbattendo contro le insegne delle osterie chiuse. Ho ancora nell’orecchio la musica di Zappa che mi gira a vuoto come un disco rotto, man mano l’oboe diventa una ciaramella, poi un clarinetto, sento un contrabbasso, una fisarmonica e la mia voce mugolarvi sopra. Parole che si aggregano alla rinfusa orbitando come lune sonanti, accoppiandosi tra loro e fornicando nel mio cervello. Fioriscono le metafore come alghe sui fondali dell’oceano mentre io intreccio simboli, allegorie, quasi ballando sul tavolo per scaldarmi. Ho l’impressione di vederlo davvero uno squalo gigantesco nuotare per corso Vannucci; visualizzo le parole salienti, mi figuro le stanze e i versi annotati sulle verande, nei cartelloni della pubblicità. I suoni mi ballano davanti come menadi furiose, ebbre di vino e di virtù.

Bagnato fradicio, davanti a me noto una cabina del telefono ancora illuminata. M’infilo dentro e inizio a liberarmi dei panni inzuppati. Mentre col culo per aria frugo nello zaino sento alle mie spalle il clacson d’una macchina: scopro che la cabina si trova proprio davanti al semaforo, che il semaforo è rosso e proprio in quel momento si è fermato un nottambulo sgranando tanto d’occhi nel vedermi colle pudende all’aria infilarmi un paio di mutande pulite.
“Vai a lavorare, vagabondo!” urla, sgasando e ripartendo. Mi vesto in fretta, quindi trovo rifugio sotto un’edicola di giornali a pochi metri dall’improvvisato castello di carte, avvedendomi che sono ancora le quattro del mattino. La pasticceria di fronte apre solo alle sei e mezzo: pazienza, aspetterò!

Smette di piovere. Raccolgo nuovamente le mie cose, stendo il sacco a pelo sul carretto e torno ad aggirarmi in silenzio nel labirinto spettrale dei vicoli senza incontrarvi anima viva, nemmeno i satiri danzanti di piazza San Francesco si vedono per le strade: mi sento come la morte che vaga per un cimitero colle tombe al neon. Si spengono le luci, schiarisce l’oscurità ed io continuo a camminare tra le salite e le discese acciocché il movimento mi scaldi, quan-do all’improvviso vedo uscire del fumo da un cortile, dove un uomo sta bruciando non so cosa: coll’ultimo fiato in corpo mi avvicino, siedo al calore delle fiamme senza dire una parola. L’uomo, che mi ha visto, tace e lascia fare.

Quando finalmente il sole spunta dietro le vette frondose, sento qualche passo animare il corso, vedo la saracinesca della pasticceria alzarsi dall’altro lato della strada, m’infilo traballante nel locale. Ci vuol qualche minuto di pazienza, spiega una giovane donna dietro il bancone, deve scaldarsi la macchina; mentre aspetto la colazione scorrendo i titoli del giornale di ieri, una voce mi sorprende alle spalle: mi volto ed è lui, il coccodrillo della sera prima.

“Buongiorno!” dice. Improfumato come una bagascia, nel vedermi a quell’ora col sacco a pelo bagnato steso sul carrello, solleva un angolo della bocca in un ghigno beffardo. Anch’io trattengo a stento il riso per come lui è vestito: un cravattino di cuoio verde sulla camicia nera, spolverino in pelle, pantaloni lunghi di cotone, mocassini scalzinati e quei capelli tirati indietro con la brillantina, fanno molto avanguardista del ‘21.

“Gas-to-ne” rispondo, canticchiando Petrolini.

“Dormito bene?” replica lui, ordinando un caffè e pagando anche la mia colazione.

“Come si può dormire in un albergo a mille stelle” rispondo, coll’aria dell’assistente sociale in visita a un carcerato. Quello beve in fretta il suo caffè, smiccia l’orologio e si avvia verso l’uscita.

“Pare che voglia piovere!” sospira spallucciando il tamarro, saluta, esce, ed io continuo a canticchiarmi dentro, pensando al mio squalo che vaga sperduto nelle rovine della città sommersa.

La Baracca
Il Nibelungo
L’oracolo
La tempesta

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