Federico Berti, L’oracolo. Memorie d’un saltimbanco.

Illutration Artwork by Federico Berti. Created with Gimp/Qwen

Ghersom mi ha curato una brutta gastrite, solo per questo dovrei fargli un monumento. Quando l’ho conosciuto ero sospettoso, intimorito, m’innervosivo al primo intoppo e sulla strada non è un bene. Ma andiamo con ordine, vorrei che il lettore potesse calarsi in quell’aria torrida, ma secca e ventilata, nelle sconfinate piane degli ulivi puntellate qua e là da trulli muschiosi, semidiroccati. Mi sembra di vederle ancora, le mura di Otranto sfrigolare a fuoco lento nell’immensa padella del cielo apulo.

Nel selvatico della piazza in lontananza manciate di spiccioli da cinquecento e mille lire passeggiano nel sottomura guardandosi intorno, cuccioli smarriti che si affollano come greggi nei vicoli della città vecchia. Detesto quando rullano e becheggiano ammassati in quel modo: la folla è un liquido denso da cui se t’infogni non vieni più fuori, piovra gigante dai mille tentacoli ti avviluppa nelle sue spire. Quando poi fanno il pallone come le sardine è difficile distinguere gli amici dai puritani forcaioli: pur sapendo che negli occhi dell’uno brilla un caffè, una doccia, il bianco abbacinante delle lenzuola pulite, in quelli dell’altro la stilo del vigile urbano, vedendoli tutti ammassati non ho modo di riconoscerli per tempo e questo non fa bene alla mia gastrite.

L’uomo con cui divido il camper, come dicevo, si chiama Ghersom, è un ebreo sefardita con un personale sincretismo tra Budda e Castaneda; svariati anni ha gestito un’edicola di giornali a Milano, scrivendo accesi articoli sull’avvento dell’Acquario in prestigiose riviste new-age, poi con la crisi dell’editoria ha pensato bene di svender tutto dandosi ad attività più redditizie. Ora fa l’oracolo prêt-à-porter, immobile come una statua vivente, ritto in piedi su un piccolo sgabello con un carnet di faccine mimate nel viso, distribuisce in strada esagrammi dell’I Ching man mano che raccoglie biglietti da mille e spiccioleria. Lavora da maggio a ottobre, quando tira su meno di tre centoni la considera una serata persa; va in banca una volta a settimana e il denaro (si prenda nota di questo dettaglio) lo tiene dentro il veicolo. Ogni volta che rientra, apre il cassone sotto il culo delle poltroncine e vuota il cappello in un gran sacco per il rusco, senza nemmeno contare l’incasso.

Ghersom non è una di quelle finte statue colla maschera del faraone coprente, sedute comode in trono a questuare col bambino in braccio, come tante se ne vedono piazzate qua e là dai nuovi Mackie Messer. Per carità lui s’imbiacca appena un po’ le gote, matita al sopracciglio per marcare le espressioni e poi assume posizioni scomodissime e faticose da tenere, come se stesse salutando un vecchio amico o avesse un gran segreto da confidare proprio a te che gli stai passando vicino in quel momento, è capace di non batter le palpebre per un quarto d’ora di seguito. Non una lacrima, non un tremito. Per questo la gente si ferma, è talmente perfetto da suscitare in taluni un sadismo incontenibile, dal solletico sotto le ascelle all’accendino sotto il mento. Altro che la Abramović, l’unica volta in cui si mosse fu quando gli portarono via il cestino col denaro, da allora se lo lega al piede come un cagnolino.

Ricambia le offerte con bigliettini quadrati più o meno grandi come un francobollo, dopo averli scritti a mano li fotocopia e ritaglia quasi a costo zero. Ognuno corrisponde a un esagramma dell’I Ching con tanto di spiegazione, sul retro i numeri da giocare al lotto annotati a penna; non sa dei pianetini che una volta davan via i cantastorie, semplicemente qualcuno gli ha chiesto i numeri e lui pronto, il cliente ha sempre ragione. Tre, quattro ore immobile davanti a un centinaio di persone che lo guardano mentre non fa assolutamente nulla, con due soli costumi per il cambio, uno da paggio medievale, l’altro da oracolo levantino. In tre estati alla busca s’è comprato casa nell’entroterra ligure. Ghersom non va scalzo sui tizzoni ardenti, non si frusta il torace, non ingoia spade, non spacca le catene col petto: se ne sta immobile dov’è, impermeabile a qualunque cosa gli accada intorno; ho sempre avuto il sospetto che quella calma, quella pace interiore apparente, sian dovute più alla cannabis, di cui è avido consumatore, che alla meditazione, ma ciò è del tutto irrilevante rispetto al modo singolare con cui mi ha curato la gastrite. Non perdiamoci in trifole.

Una sera dicevo, tornando al carrozzone colle arie delle canzoni che mi rimuginano ostinate in testa, me lo vedo camminare come sempre con quei piedi semipiatti e il petto all’infuori di uno che sa di non dover niente a nessuno, le spalle che ondeggiano e l’ampio gilet bianconero mosso da lieve, piacevole brezza. Quando gira la maniglia del veicolo senza metter mano alla chiave, rimango senza fiato: è quanto mai evidente che siamo usciti lasciando la porta del camper aperta con tutti gli strumenti, le borse del cambio e quel che è peggio, la massa di sterco del Diavolo piovuta nei nostri cappelli questo fine settimana, tutto alla mercè del primo che passa. Il bello è che Ghersom non fa una piega, con quel suo portamento rallentato dalla singolare dimensione della sua clessidra interiore, sale a bordo dell’Arca, apre un paio di spiragli per lasciar circolare l’aria, tira fuori da un cassetto fogli di carta, un paio di forbici, siede e inizia a ritagliare come se nulla fosse. Io lo incalzo per la faccenda della porta aperta, lui si alza, attraversa lo stomaco del cetaceo, mostra la maniglia rotta e poi risponde con insofferenza:

“Cosa diamine vuoi che se ne facciano del tuo carretto? Guardalo bene, pare una cassa da morto all’impiedi. Siamo seri, nessuno ruba in casa d’un saltimbanco. I ladri ti riconoscono subito, fanno pure il servizio di sorveglianza; non te lo ricordi quell’albanese a Barletta? Frattèalo, tranquìelo, disse proprio così che avrebbe tenuto un occhio di riguardo per questa caffettiera ambulante. Più pericoloso il turista, ma se tieni aperta la porta almeno non ti sfasciano il vetro”.

“E se si pigliano l’incasso?”

“Si vede che ne avevan bisogno”.

Mentre Ghersom mi parla coll’irritazione di un cavallo infastidito dai tafani, sciolgo i nodi alle scarpe che pendono dallo specchietto retrovisore, asciutte e intirizzite dal sale che se le metti in terra camminano sui lacci. Tutte le mattine con quelle scarpe da bancarella, salgo sulla scogliera e mi tuffo nell’acqua gelida del primo sole, qualche bracciata nei dintorni e poi rientro. Le scarpe salate mi tengono il piede asciutto. Non ha tutti i torti l’oracolo, a volte dimentico il valore delle cose: siamo praticamente in villeggiatura, colle trattorie che sgomitano per offrirci la cena, abbiamo pure il servizio d’ordine al parcheggio, metti che mi rubano due spicci che sarà mai? Redistribuzione, la chiama il bradipo.
Frugo nello zaino, prendo la mia cartellina cogli appunti della tesi, saluto ed esco dal carrozzone lasciando il sefardita dentro a ritagliare i suoi oracoli di carta. Trent’anni son passati da quella sera sulla scogliera di Otranto, per quanto ne so Gershom ha girato l’Europa e si è spinto fino in Nepal, senza mai accomodare la maniglia del suo camper e continuando a depositarvi regolarmente i suoi risparmi. Nessuno si è mai lontanamente sognato di rubargli cento lire dal veicolo, può darsi che sia una fortuita occorrenza o magari è proprio come dice lui, nessuno ruba in casa di un saltimbanco. Sia come sia da quel giorno, la mia gastrite è migliorata e non ho mai più provato in seguito, la sensazione favolosa di colui che non ha niente da perdere e può giocarsi tutto.


Approfondimenti


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Il Nibelungo
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