Federico Berti, La baracca. Memorie d’un saltimbanco

Villa Paradiso, la chiama Jurgen. Poggiata sulla scocca di un carrello tenda per tenerla sollevata dal suolo, in una radura nella pineta di Sterpaia, è una baracca di legno e lamiera. Prende l’acqua da un pozzo poco distante, lui piscia in un bagno a secco, fa la doccia sotto gli alberi e tiene un piccolo pannello solare sul tetto. Puoi raggiungerla solo a piedi, camminando un buon quarto d’ora per un mondezzaio di sentieri. Su quel rottame ha traversato le Alpi vent’anni fa, tirandoselo dietro con un trattore del dopoguerra. Si è fermato qui perché a Sterpaia in quegli anni le baracche non facevano paura a nessuno; la buona borghesia ne aveva infestato il parco, ma loro ci venivano solo in vacanza d’estate, mentre per lui era casa, quando non se ne andava in giro a ingoiare spade e sputar cherosene sui birilli infuocati.
Jurgen guida una Simca verde tra le viuzze parallele della cittadella, costruita al tempo del fascio su altre baracche abusive, in una palude bonificata dagli scariolanti romagnoli. Da che mondo è mondo le città son sempre nate sopra delle capanne murate vive, penso tra me. Vagamente alticcio, il vecchio saltimbanco si afferra al volante strizzando gli occhi. Spostiamo la transenna dell’isola pedonale, passiamo al tratto del somaro. Non si vede nessuno, di là dal vialetto possiamo lasciar le macchine e proseguire a piedi. Il tedesco ha una folta e ispida matassa di riccioli bianchi in testa, due grandi occhi azzurri e la pelle delicata. Sa di birra quanto me.
Nemmeno duecento metri più avanti, una pattuglia di vigili urbani vien fuori da dietro l’edicola di giornali chiusa. Paletta, prego accostare. Sono due anonimi sbirri di quartiere annoiati, che sbadigliano venendoci incontro. Le due del mattino, la città deserta. Si sentiranno soli. Buttano un occhio distratto nell’auto di Jurgen, notano il materasso dietro lo schienale dei sedili posteriori abbassati, il mio tamburo di latta, vari strumenti musicali, la borsa delle palline colorate, le fiaccole, il cherosene, una damigiana impagliata piena di spiccioli.
Il tedesco abbassa il finestrino. Gli chiedono del mio bidone blu colla pelle di vacca tirata sopra. E’ un rifiuto speciale dice il più giovane, può mica portarselo a spasso come il cane. Deve smaltirlo all’isola ecologica. Non ha capito che me lo carico sulle spalle, lo percuoto con un mazzuolo collegato al tallone del piede da un cordino sottile, mentre giro per le strade affollate col cestino delle offerte. Meglio non contraddirlo. Il vigilante anziano guarda con insistenza il materasso, Jurgen anticipa l’inevitabile domanda. Duecento chilometri per un concerto spiega, guidare vuol prudenza; parla biascicando vagamente le parole guarda in basso con due occhi gonfi iniettati di sangue ma non so come, il birro giovane gli crede. L’altro mi chiede di uscire dalla macchina e favorire i documenti, apro lo sportello e in equilibrio s’una corda tesa nel nulla lo seguo fino all’auto di pattuglia, dove prende i miei dati e inizia a far domande.
“Conosce quell’uomo?” chiede. Sulle prime lo guardo senza capire. Vuol sapere se sono amico del tedesco al volante. Ovvio che lo conosco imbecille.
“Mai visto!” assicuro, per non complicare le cose al mio amico. “Ho perso la navetta, mi sta accompagnando alla stazione”, improvviso puntellandomi con due dita al cofano della gazzella per tenermi dritto. Incredibile, non sospetta. Potrei dirgli che mi trovo lì per caso, vomitato da un’astronave di rettiliani s’un cerchio nel grano, lo troverebbe del tutto naturale.
Il vecchio sbirro è un tipo simpatico dal pancino rotondo, le spalle vagamente ingobbite, la palpebra calante che denota un’intelligenza non proprio fuori dal comune. Mentre l’altro si lavora il conducente della Simca verde, lui tra una domanda e l’altra mi racconta fatti personali, da cui intuisco il motivo per cui sono tanto insistenti in quell’accertamento. E’ a lui che vuole arrivare, non a me. Vengo a sapere che sta di casa poco distante, al litorale di Sterpaia, in una delle tante baracche abusive che la piccola borghesia del livornese ha cementificato nel cuore del parco naturale, creando un quartiere illegale che nessuno ha mai condonato. Al villaggio del parco sono arrivate ormai da qualche anno le fognature, l’acqua corrente, la luce elettrica e il gas di città: una colossale speculazione edilizia, diecimila appartamenti che grondano mazzette a vista. Ma quella è gente per bene, mica vagabondi pulciosi come la sottospecie di scimmione teutonico.
Parlo il meno possibile, ho la lingua che arrotonda le elle. Mentre il vigile più giovane prende le generalità del tedesco, l’anziano mi racconta un po’ della sua vita. Quando non porta l’uniforme si diletta anche lui alla chitarra dice, ha un’orchestrina con cui fanno qualche serata là intorno, nelle trattorie abusive dell’idroscalo. Poi, lapidario ma a suo modo prevedibile:
“Mica come quello là” rimarca. Quello chi domando, ma non vedo altri là intorno. Parla proprio di lui, Jurgen. Lo smiccia di lontano socchiudendo le palpebre e irrigidendo le labbra strette, con un’ostile quadratura della mascella.
“E’ un cazzo di barbone” dice, “uno che fa la limosina vestito da pagliaccio e vive in una baracca su ruota buttata là in pineta, s’uno sputo di terra che si è pure comprato, ma dove gliel’hanno detto che non può costruire. Vincoli ambientali, può mica dormirci là dentro”. Gli fa le poste spiega, tutte le volte prova a bussare ma quello risponde a qualsiasi ora del giorno e della notte, bello sveglio, dorme apposta vestito con una lucina sempre accesa. Libro aperto, due dita di cognac. Non gli è mai riuscito di prenderlo in fallo.
Un ghigno leggero gli si palesa intorno al labbro. Il vigile sembra soddisfatto, quella sera per la prima volta dopo tanti anni finalmente è riuscito a fargli un verbale per via dell’isola pedonale. E’ a lui che volevano arrivare, non a me. Lo ascolto senza dire una parola, finché non saluta e riparte; torno alla Simca verde, Jurgen mi guarda, ride, mette in moto. Parcheggiamo due o tre isolati più avanti e proseguiamo a piedi nella pineta sotto una bianca lanterna nel cielo che veglia premurosa sulla discarica.
Passiamo oltre, finché vedo finalmente apparire la baracca di Jurgen in una piccola radura odorosa. Fuori dall’uscio lo zingaro si mette di nuovo a ridere. Sullo prime non capisco, lui dalla tasca prende il portafogli, ne trae un documento e me lo mostra: è scritto in una lingua incomprensibile, intuisco trattarsi d’una patente o roba del genere. Immagino l’abbia conseguita nel suo paese. Nel mostrarmi il documento, punta il dito s’un dettaglio cui non avevo fatto caso: è un limite di velocità. 30 chilometri all’ora. La patente del trattore, quello con cui si è tirato dietro Villa Paradiso attraverso le Alpi, come Annibale cogli elefanti. Non se n’è accorto, dice. Ride ancora, ed io con lui. Da vent’anni guida la macchina in Italia colla patente tedesca di un trattore, nessuno gliel’ha mai contestata.
Villa Paradiso ha un’aria ospitale, povera ma onesta. C’è pure i vasi coi gerani alle finestre, le tendine ricamate a mano dalla madre di Jurgen. Ha vangato un orticello sul retro. “Ce l’hai un sacco a pelo?” mi chiede, mentre apre la porta del preingresso ed entra. Naturale che si, rispondo. Bene, allora buona notte. Il pensiero mi torna ai borghesi di Sterpaia, alle diecimila baracche mai condonate, a quel vecchio rancoroso in uniforme che se ne sta murato vivo nel cemento e balla il twist nei locali abusivi, suonando in nero per la brava gente del livornese. Dormiamo vestiti, con un libro aperto accanto, due dita di cognac e una lucina sempre accesa. Villa Paradiso cigola un poco ogni volta che mi rigiro nel sacco a pelo, mormorandomi al chiar di luna la sua metallica nenia.