Federico Berti, Il Nibelungo. Memorie d’un saltimbanco.

Illustration Artwork by Federico Berti. Created with Gimp/Qwen

Me lo ricordo in un angolo di Piazza Maggiore a Bologna sotto le finestre di Palazzo d’Accursio, di fronte al portico del farmacista dove i passanti convergevano per incunearsi in via d’Azeglio. Incontrai Bjǫrn la prima volta un freddo mattino d’aprile, se ne stava dritto all’impiedi come un soldatino di piombo accanto al fittone, col maglioncino alla dolcevita scuro, giacca di lana tra liso e frusto, un gran testone quadrato dai corti riccioli su una testa piatta, che di sera avrebbe potuto starci sopra un abat-jour. Aveva due grandi occhi d’un azzurro acquoso e in terra uno scatolino con pochi spiccioli; dal piccolo stereo portatile mandava una base al clavicembalo per suonarci dietro le musiche di Haydn, Mozart, Vivaldi. Più volte l’ho rivisto nelle settimane seguenti, sempre appollaiato a ridosso del fittone sullo stesso punto, con quell’aria da niubbo inesperto che faceva tenerezza; stava sempre lì, così una volta l’invitai a prendere un caffè, per conoscerlo e parlargli.

Mi disse di venir da quel paese dove non tramonta il sole, per un decennio aveva suonato con un contratto stabile nella filarmonica di Helsinki, poi un bel giorno gli era scesa la catena: non ne poteva più di quel mondo così inutilmente perfetto, la quiete iperborea lo infastidiva quasi, così aveva buttato all’aria la vita dello stimato orchestrale norreno per calar dal Brennero nel paese delle melagrane. Trent’anni e un bagaglio leggero, che il violino lo infili dappertutto. Si era preso in affitto una stanza in appartamento con una compagnia di studenti viziatelli, non so se avete presente quelli che tornano a casa ubriachi alle quattro del mattino e si mettono a parlare in corsivo del cinema neorealista, sbracati sul divano a sfondarsi di canne davanti alla pila dei piatti da lavare. Lui tutte le mattine si alzava presto per venire a suonare in piazza, vestiva con dignità la stessa giacca di quand’era tra i fiordi, solo che al posto della camicia bianca e il farfallino ora portava la maglia di lana a pelle. Da veterano della strada gli spiegai quel giorno, come un fratello maggiore (per quanto avessi dieci anni meno di lui), che le piazze bisogna lasciarle respirare, il pesce dopo tre giorni puzza. Lui prese nota e ringraziò.

Aveva fatto quella scelta per sentirsi libero, proprio così diceva, libero. Da cosa pensasse di liberarsi non l’ho mai capito e infatti lui stesso dopo i primi quindici giorni di cappello si era accorto che alla lunga, se vai a vedere, può diventare una fabbrica pure quella: finisci per ripeter a ciclo continuo quei due o tre movimenti che funzionano, mica perché non sai suonare altro, ma perché ti pagano solo quando suoni quelli. E poi non sopportava che dopo aver lasciato un soldo nello scatolo e ascoltato due o tre passaggi, dopo neanche sedici battute quelli tutti sorridenti schiodassero salutando col manino. Umiliante, per il primo violino dell’orchestra di Helsinki. Benvenuto fra i sonnambuli pensai tra me, che ti aspettavi i fiori sul palco e i paparazzi? Ringrazia per quei tre soldi, quando te li danno.

Insomma un giorno lo trovo impegnato in una vivace discussione col padrone del negozio davanti all’aiuola del merciaio, diceva di non poter sentire i clienti e si lamentava col suonatore. Curioso pensai tra me, quell’uomo teneva la filodiffusione ad alto volume nell’orecchio, con un insopportabile medley di Barry White, un muratore che gli smartellava nel cesso, il cliente nevrotico e logorroico davanti… con chi se la prendeva? Con Mozart, che da lì dentro poteva sentirlo appena. Era un insoddisfatto senza dubbio, più povero di Bjǫrn e meno libero di lui, perciò non lo sopportava.

Così era iniziata la diaspora del nibelungo, cui non restava che tirar su lo scatolino da terra e spostarsi un centinaio di metri, dove però la scena si ripeté con un gioielliere che non lo voleva davanti alla sua vetrina. Due, tre, quattro volte, dovunque si fermasse veniva qualcuno a mandarlo via, finché verso metà mattina non gli si presentò un vigile urbano poco compiacente: tira e molla, un milione di multa puntuale come la bolletta del gas. Di grazia che riuscì a tenersi almeno il violino, perché voleva sequestrargli pure quello, uno Stradivari in mano al musico più pagato di Norrenia.

Bjǫrn non si lasciò intimidire da quella falsa partenza, in fondo il bello della strada è che ti dà sempre un’altra possibilità: riprovò dunque spostandosi fra i vicoli più frequentati intorno al mercato delle erbe, stavolta però senza fermarsi nello stesso posto più di due o tre brani. Notò allora che mentre eseguiva un passo più complicato degli altri, inarcando il sopracciglio davanti a un bambino che gli passava dinnanzi con la madre, questi ne rimaneva incantato e insisteva per fermarsi; nell’ordine seguivano altre cinque, dieci, quindici persone, incuriosite più dalla reazione del piccolo che dalla musica in sé. A quel punto però lui eseguiva il brano più virtuoso che avesse in repertorio, lasciandoli con un palmo di naso per la sua tecnica impeccabile: gran finale, applauso, inchino, tutti venivano allo scatolino. Dopo il primo successo, sbolognata la maraglia, raccolse gli spiccioli, s’intracollò la custodia dello strumento e svoltato l’angolo riprese dall’altro lato del palazzo, sempre con lo stesso schema: musica d’ambiente, bambino, sopracciglio, madre, capannello, masterpiece, cappello e via di nuovo. Un pescatore di anime, più che un musico.

Il semidio di Helsinki aveva scoperto l’arte di domare le folle e in poche settimane quel gioco diventò per lui una specie di roulette russa, dove le monetine tintinnavano nello scatolo e il pericolo del vigile urbano che gli sparasse una multa nella tempia incombeva a ogni suonata; però tutto sommato fra dare e avere guadagnava bene, anche se gli toccava suonare sempre gli stessi sette-otto brani. Lo incontrai un paio di mesi più tardi, non era più lui. Non suonava più Vivaldi, ma Paganini. Al posto del girocollo indossava una giacca in stile Luigi XIV con la marsina bianca, due calze di lana tirate sopra i pantaloni e una parrucca da aristocratico viennese. Ballava sul posto sollevando un misto d’ilarità, ammirazione, meraviglia; sempre guardandoli negli occhi disegnava col passo un cerchio sulla strada, per dare una parvenza di ordine alla folla sparpagliata. Non lo mandavano via perché non facevano in tempo nemmeno ad accorgersi di lui, nel circondario: dieci-quindici minuti al massimo, era già sparito fra i vicoli a cercarsi un altro posto.

La vita di Bjǫrn era cambiata, dopo un po’ si era reso conto che non gli serviva più una stanza a pigione. Dormiva sul treno, in macchina, negli ostelli, d’estate sulle panchine dei giardini, iniziò a risparmiare per comprarsi anche lui un carrozzone. Era sempre in giro e non se la passava niente male, a parte la depressione che ogni tanto gli strizzava qualche lacrimuccia in osteria. La macchinetta però funzionava, sempre la stessa meccanica ripetuta fino all’ossessione: quei brani ormai poteva suonarli a occhi chiusi, su un piede solo, in equilibrio su una corda tesa tra due alte torri. Ma non era più lui a possedere la musica, era la musica a possedere lui. Annusava nell’aria gli ormoni della folla, Circe maliarda, amante tiranna, quella folla di cui era insieme padrone e servo.

L’ultima volta che l’ho visto eravamo in un ristorante del centro storico a San Giovanni in Persiceto. Aveva appena tenuto ai commensali un’erudita conferenza a proposito della carta igienica nelle mutande, utilissimo rimedio per il viaggiatore incallito quando non trova una lavanderia a gettoni. Ricordo che in quel momento un bambino piangeva in braccio alla figlia del titolare, lui non ci pensò due volte: aprì la custodia imbracciando il violino, lo suonò nell’orecchio alla creatura. Un minuto più tardi il cighialetto dormiva col naso per aria e la bocca semiaperta, l’aveva incantato come Orfeo incantò la morte; l’oste sorrise e in quel momento esatto (non un secondo prima, né dopo) Bjǫrn trasse dalla tasca il portafogli per far la mossa di pagare.

“Ospiti miei” rispose il Mirandolo.

Non è più lui, non mi piace. Quegli occhi azzurri un po’ acquosi da niubbo ingenuo mandano adesso un bagliore quasi rosseggiante, forse per il sonno arretrato. Saluto la compagnia, torno al carrozzone pensieroso dopo una mezza giornata in giro per mercati, intristito dalla morte del cigno. Lungo i viali di circonvallazione mi vedo riflesso in una pozza d’acqua col mio pantalone rosso a quadri, le scarpe di pelle a punta dalla fibbia argentata, la coppola da bombarolo irlandese, le bretelle verdi sulla camicia a quadri. Manca solo la marsina del Settecento, mormoro tra me. Sorrido nel salire la predella del camper, pensando che alla fine la trappola del consenso non risparmia nessuno.


Memorie d’un saltimbanco


La Baracca
Il Nibelungo
L’oracolo

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