Venti di secessione. Vecchi e nuovi confederati
Ogni racconto dice molto più di quel che l’autore voleva fargli dire. Kate Chopin era figlia del Sud verso la fine dell’Ottocento, sposata in Louisiana a un possidente creolo, scrisse “Il ciondolo” come elegia malinconica per le devastazioni portate da una sciagurata e fallimentare guerra civile; protagonista del racconto è in realtà un pegno amoroso, donato dalla giovane Octavie all’amato Edmond alla partenza per il fronte, che finisce per imprevedibile fatalità sul corpo di un caduto, irriconoscibile sul campo di battaglia; l’equivoco porta un lutto alla donna, che si ritrova costretta a riorganizzare la propria vita ancor nel fiore dell’età; quando l’amato ritorna a casa vivo e riprende il suo posto nella vita di lei, rimane un pensiero sordo al giovane che portava al collo quel ciondolo, quando gli era stato sottratto nello scempio di giovani vite dopo la carneficina di una battaglia campale.
Oggi che negli Stati Uniti si sentono di nuovo soffiare gli stessi venti secessionali, con la stessa retorica sovranista e suprematista, oggi che si manifestano le stesse tensioni, le stesse parole d’ordine, gli stessi libelli di propaganda, persino gli stessi slogan, questo malinconico racconto scritto da una donna del sud finisce paradossalmente per essere uno degli argomenti più efficaci contro quella deriva da cui ci si chiede se il paese riuscirà mai a riprendersi. Certo non poteva essere nell’intentio auctoris della Chopin, imprevedibile allora il ritorno di fiamma a un secolo e mezzo di distanza: siamo noi a ‘usare’ il testo come testimonianza storica, rileggendolo con gli occhi di oggi. L’intentio lectoris, legittimata dall’intentio operis.
Umberto Eco, nei “Limiti dell’interpretazione”, distingueva tre istanze fondamentali nel processo di lettura: l’intentio auctoris, ovvero quel che l’autore voleva dire, l’intentio lectoris, vale a dire quel che il lettore vi porta, quindi l’intentio operis, ovvero ciò che il testo produce per logica interna, indipendentemente dalle intenzioni di chi lo ha scritto e di chi lo legge. La letteratura è piena di esempi: si pensi al Manzoni che scrive i “Promessi Sposi” a gloria della divina Provvidenza, ma finisce per redigere un ritratto impietoso del potere ecclesiastico, o a Tolstoj che scrive Anna Karenina condannando l’adulterio, ma consegnando al mondo intero una delle figure femminili più profondamente umane della narrativa ottocentesca, al di là del bene e del male: un testo sopravvive al suo tempo quando si dimostra più lungimirante dell’autore e più lucido dei lettori.
Il ciondolo di Kate Chopin è un esempio di tale dinamica: l’identità annullata dalla guerra, il pegno d’amore che migra da un corpo all’altro, il lutto costruito su un equivoco, riletti nel contesto storico attuale si caricano di una realtà degenerata nel caos: non servono forzature interpretative per leggervi una denuncia della guerra come tragedia da cui nessuno esce mai realmente vincitore. Si pensi alle vittime dell’Ice, alle deportazioni di massa, ai campi di concentramento in Florida, al fronte interno aperto da una presidenza che si pone, nei confronti dei valori umanitari, dei diritti civili, del diritto internazionale, nello stesso modo in cui i confederati al tempo della Chopin si ponevano contro la militanza antischiavile.
Rileggendo il racconto ottocentesco sembra quasi di vedere lo stesso ciondolo al collo di un deportato fra le paludi, o di un baraccato che vive in tenda per le strade in una grande metropoli, a un passo dai grattacieli della city, o di quei cittadini consapevolmente assassinati dalla stessa polizia che avrebbe dovuto proteggerli. Se quei giovani sovranisti, suprematisti, accelerazionisti, anarco-capitalisti che dir si vogliano, si prendessero un po’ di tempo per leggere o ascoltare racconti come questo, chissà se prenderebbero le stesse posizioni, pensando che quel ciondolo potrebbe un giorno essere il loro, e trovarsi al collo di chissà chi altro.
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