Quanto vale un lettore? Dipende dal lettore.

Nell’epoca dell’artista clonato dalla tecnologia, dove cioè non solo vengono serializzate le opere, ma pure chi le produce, un’ansia narcisistica assilla costantemente il misero produttore di contenuti: quella di raggiungere quante più persone possibile, perché (triste ma vero) anche il pubblico è serializzato, pari ai prodotti che vende. L’uomo a una dimensione produce un’arte sottodimensionata.

In pratica, chi è nato nella desolazione dell’anarcoliberismo, vittima dell’opportunismo accelerazionista, è stato allevato nella fuorviante e pericolosa illusione che fare lo scrittore, l’attore, il compositore, il pittore, lo scultore, consista nel coltivare un numero più alto possibile di seguaci più stupidi possibile, che acquistano valore solo per quante copie comprano del suo libro, o per quanti amici portano al suo spettacolo. Un’idea che non solo mortifica l’autore e l’opera, ma appiattisce il pubblico stesso.

Nell’arte, nella letteratura e nello spettacolo, uno non vale uno. Lo aveva capito Gabriel Tarde, quando parlava della propagazione delle idee, dei comportamenti, delle credenze e delle innovazioni, che si diffondono nella società attraverso processi di imitazione: ogni lettore o spettatore è in realtà anello di una catena nel processo di propagazione delle idee, a un solo anello possono agganciarsene molti altri e un solo individuo può rivelarsi un nodo più sensibile nella rete.

Randall Collins parla a questo proposito dei rituali di interazione che producono coesione sociale, senso di appartenenza, solidarietà, condivisione del sistema simbolico: un evento collettivo, come può esserlo la partecipazione a uno spettacolo, la visita a un museo, o la lettura di uno stesso libro da parte di molte persone, non si può ridurre alla somma delle esperienze vissute dai singoli partecipanti, ma dipende dalle relazioni che questi stabiliscono fra loro. Un anello della catena può modificare l’esperienza vissuta dagli altri col suo entusiasmo, con la sua credibilità, con il suo comportamento.

In pratica, non tutte le persone hanno la stessa capacità di legittimare un’opera e contribuire alla sua circolazione, chi legge il nostro libro o assiste al nostro spettacolo può essere un critico, un editore, un produttore, o semplicemente un utente informato la cui opinione è tenuta in conto da molte altre persone, Pierre Bourdieu parla a questo proposito di capitale simbolico: un libro letto dallo stesso numero di persone rispetto a un altro, può sopravvivere a quello se chi lo ha letto si trova in una posizione diversa nella rete di trasmissione.

L’opera d’arte è il prodotto di una cooperazione tra più soggetti, non del solo genio cui ne viene attribuita la paternità: artisti, tecnici, distributori, organizzatori, critici, istituzioni e pubblico vi partecipano in modo diverso. Caroline Heim parla di spettatore come performer: il suo comportamento, la sua funzione critica, la comunità che tesse intorno a sé, non lo rende solo consumatore di un prodotto, ma coproduttore dell’evento o dell’opera stessa.

Robert Jauss rincara la dose parlando dell’orizzonte di attesa nella ricezione di un’opera, da parte di un pubblico storicamente determinato, che possiede aspettative, conoscenze, soggetto a convenzioni precise: la storia di un’opera è anche storia della sua ricezione nel tempo, si pensi ai grandi capolavori dell’arte e della letteratura che quando uscirono si rivelarono un clamoroso fiasco, agli artisti ingloriati solo post-mortem. Anche in questo caso, un lettore non vale uno. Il testo non contiene già in sé tutto il proprio significato, è il lettore stesso a completarlo collegando, interpretando, immaginando: il lettore è implicato nell’opera.

La lettura è insomma una pratica sociale, non individuale, sia quando viene performata in un evento di condivisione dal vivo (lettura pubblica) sia perché il lettore è portato a parlare del libro dopo averlo letto, ad elaborarne il contentuo, a lasciarsi influenzare dalle idee che trasmette e agire in conseguenza di quelle.

C’è poi un’altra questione sollevata dagli studi sociali, ed è la forza di quelli che vengono chiamati legami deboli, un classico nella sociologia delle reti. Mark Granovetter spiega che un amico intimo e un conoscente occasionale non hanno sempre e necessariamente la stessa funzione, nella trasmissione di un’informazione: un semplice conoscente può collegarci a un ambiente completamente diverso da quello in cui siamo normalmente inseriti, aprirci nuove prospettive, nuove strade, nuove porte. Un lettore che frequenti uno o più gruppi di lettura ad esempio, non avrà lo stesso valore di un lettore isolato.

Nel sistema delle comunicazioni di massa, Lazarsfeld fa notare che le informazioni non passano sempre e solo in modo diretto dai media al pubblico, ovvero dalla fonte all’utente finale del messaggio, ma attraversano nodi sensibili nella rete di trasmissione, i cosiddetti leader d’opinione, che rielaborano quelle informazioni e le trasmettono (a modo loro) nelle rispettive reti di conoscenze. Chiunque può assolvere questo tipo di funzione, indipendentemente dal titolo di studio o dalla professione che svolge.

Insomma, un lettore non vale uno. Uno spettatore non vale uno. L’ansia di mostrare numeri, di vendere più copie possibile della propria opera, è del tutto irragionevole: un cantastorie del seicento, che distribuiva i suoi opuscoli suonando nei mercati della frutta e del bestiame, può passare alla storia lasciando un segno con uno o più dei suoi capolavori, mentre un autore di best-seller può cadere nell’oblìo non appena gli investimenti pubblicitari sul ‘prodotto’ allentano la pressione. Un intellettuale di corte, che non ha mai distribuito fisicamente più di mille opere del suo masterpiece, lo si può studiare ottocento anni più tardi nelle scuole di tutto il mondo, mentre un cantante che riempiva gli stadi anche solo dieci anni fa può ritrovarsi oggi superato da un influencer prodotto in serie da un sistema di modellizzazione. Il problema non è quante persone raggiungi, ma quanto le tue idee penetrano nel mondo.

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