Potenza di un titolo. “Tre morti” di Lev Tolstoj
Potenza di un titolo. “Tre morti”, chiave di volta che tiene insieme l’architettura narrativa di un capolavoro. Perché se Tolstoj promette un terzo morto, quel morto prima o poi deve entrare in scena: deve, altrimenti il titolo non avrebbe senso. Se non hai ancora ascoltato l’audiolibro, aspetta di averlo fatto prima di proseguire nella lettura di queste note o perdi la sorpresa nel finale. Fatto? Bene, ora sai che nel primo capitolo una donna ricca, possidente, si avvia alla morte per tubercolosi, nel secondo tocca la stessa sorte a un povero mastro di posta. Tutta la storia sembra ruotare intorno al perno della differenza di classe, la morte del povero e quella del ricco, il comune destino dell’uno e dell’altro e già così sarebbe un gran racconto. Rimane però nel lettore una domanda: sì, ma il terzo morto promesso dal titolo? E qui, ecco il capolavoro.
Nel terzo e nel quarto capitolo, la promessa continua ad essere disattesa: Tolstoj torna a parlare imperterrito della nobildonna e del povero garzone, nipote del mastro di posta. Nessun terzo morto fino a quando il ragazzo non abbatte un albero nel bosco, per ricavarne la legna del sepolcro da innalzare allo zio. Solo a quel punto, proprio all’ultima frase, descrivendo come gli altri alberi tutt’intorno (vivi) prendono il posto dell’albero caduto (morto), scatta il congegno implicito nel titolo: quello del terzo morto. Il fatto che sia un albero e non un uomo, spalanca all’improvviso una prospettiva nuova sull’anima del mondo, dai tratti di un panteismo quasi spinoziano. L’albero muore, i rami di quelli intorno si distendono occupandone lo spazio lasciato libero, così come il giovane garzone si è preso gli stivali dello zio, e il marito l’eredità della moglie.
Il terzo morto è un albero, insomma. L’abilità del narratore, le descrizioni struggenti del paesaggio il realismo dei dialoghi, danno a questo racconto una potenza insieme lirica e filosofica; senza quel titolo però, il testo non avrebbe la stessa forza. “Tre morti” si aspetta il lettore e se i primi due sono umani, uno ricco, l’altro povero, si attende un terzo personaggio umano chiedendosi in cosa potrà distinguersi dagli altri due; a nessuno viene (comprensibilmente) il dubbio che quel terzo morto possa non essere un uomo, ma un albero; e quando ci si accorge d’un tratto dello slittamento semantico, il messaggio arriva tutto insieme, con un’intensità altrimenti impensabile.
Potenza di un titolo.
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