La favola consolatoria delle piattaforme. Perché la qualità non basta

C’è una storia che sento raccontare da anni, in maniera pressoché identica, da una svagonata di persone: se vuoi ottenere visibilità nei social devi curare in modo maniacale titoli, miniature, contenuti, parole chiave, links, tags promuoverti attraverso il crossposting e se tutto questo non funziona, vuol dire che non ti stai (tu) rivolgendo al pubblico giusto.

La realtà è abbastanza più misera. Per tenere le persone più a lungo possibile nei social, le piattaforme fanno in modo che l’utente stesso diventi un produttore di contenuti, illudendolo con la carota e la zolletta di zucchero in premio, ma tenendolo sempre in condizione di dipendenza dal social medesimo.

Il risultato di questa strategia è che il professionista si ritrova invaso da una massa di cloni, il suo lavoro è naturalmente dequalificato proprio dalla sovrabbondanza dell’offerta. I social a quel punto possono chiudere i rubinetti della visibilità, dal momento che è la visibilità stessa a diventare merce. Quindi, se vuoi essere visibile devi pagare.

A tutto questo si deve aggiungere un ulteriore parametro, che è quello politico: le piattaforme sono strumenti straordinari di indagine demoscopica, al servizio di chi ha più denaro da spendere, quindi sempre al servizio dei padroni. Si chiama accelerazionismo. E ci siamo dentro fino al collo.

Proviamo a invertire la prospettiva: se l’algoritmo di una data piattaforma sbaglia a presentare il video a un pubblico cui non interessa, sperimentandolo sull’1% della bolla costruita dall’autore, ignorando tutto il lavoro fatto per mettere insieme un pubblico non occasionale, ha davvero senso attribuire all’autore l’insuccesso di quella produzione? Non è piuttosto un meccanismo che non sta funzionando nella distribuzione?

Per questo, insisto nel sostenere che la storietta della meritocrazia digitale sia una favola consolatoria. Del fin dal momento in cui entriamo in un sistema con uno sbarramento di ingresso molto basso, nel senso che ognuno può entrare e caricare quel che vuole (se rispetta le regole della piattaforma), con un incentivo continuo a creare nuovi video, possiamo solo aspettarci prima o poi un sovraccarico del sistema. Il pubblico non è infinito.

Dobbiamo smettere di raccontarci le favole, continuando ad attribuire la responsabilità del fallimento sempre dal lato dell’utente o dell’autore. L’amore si fa in due, nel nostro caso in tre, non piove con un vento solo e se il problema del calo nelle visualizzazioni (ma soprattutto nei guadagni) viene lamentato da un così alto numero di produttori, sia professionisti che non, è chiaro che qualcosa tocca a monte.

La mia tesi è semplicemente che sono in troppi e molti di quelli che stanno iniziando adesso smetteranno presto a mio parere. Insomma la fase è critica, per me c’è una sovrapproduzione dovuta a un pessimo uso dell’intelligenza artificiale, non solo per i video slop, Ma anche in quelli che ci mettono la faccia e si fanno creare lo script dai sistemi di modellizzazione. C’è troppa roba e la qualità media sta scendendo.

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