Dalla mappa concettuale all’albero della memoria. Ricordare con tutti i sensi.

Benvenuti nel podcast dedicato all’arte della memoria e alla narrazione combinatoria. Rispondiamo a Teresa, che ci chiede se le mappe concettuali normalmente in uso nella didattica scolastica siano una forma moderna dell’albero descritto in questo podcast. La risposta è meno semplice dell’altra volta, ma andiamo con ordine.

Cosa sono le mappe concettuali

Per prima cosa dovremmo spiegare a chi non le conosce ancora, cosa sono le ‘mappe concettuali’. Semplificando molto diremo che sono degli schemi organizzati in modo diverso da persona a persona, dove ogni nodo rappresenta un concetto chiave da ricordare. Secondo il modo in cui vengono organizzate le informazioni, il diagramma prende nomi diversi: mappa mentale, mappa cognitiva, mappa dinamica, solo per indicare i più conosciuti. Questi sistemi sono stati elaborati dalle scienze cognitive e dalla pedagogia per migliorare la didattica scolastica, la formazione aziendale e il cosiddetto ‘machine learning’ ovvero l’intelligenza artificiale, ognuno con le sue particolarità ma tutti con un’idea in comune: che il disegno serva a memorizzare correttamente un insieme di informazioni potenziando e ottimizzando la memoria visiva. L’argomento sarebbe molto vasto e non è questa la sede per approfondire tutte le strategie dell’apprendimento attraverso schemi e diagrammi: quello che a noi interessa è rispondere alla domanda di partenza, ovvero in che rapporto siano queste figurazioni con l’arte della memoria e l’albero delle idee di cui avevamo parlato nella scorsa puntata del podcast.

Cos’è l’arte della memoria

Per rispondere alla domanda dovremmo ovviamente spiegare, a chi non la conosce ancora, cosa sia in effetti l’arte della memoria, quella antica intendo, quella di cui parla Giordano Bruno, che non consisteva semplicemente nel ritenere a mente delle informazioni, ma implicava anche un modo particolare di riflettervi sopra. Sempre volendo semplificare molto, partiremo dalla definizione generica di ‘memoria’ ovvero la capacità, comune a molti organismi, di conservare traccia più o meno completa e duratura degli stimoli esterni sperimentati e delle relative risposte. In particolare nell’uomo la capacità di ritenere traccia di informazioni relative a eventi, immagini, sensazioni, idee di cui si sia avuto esperienza e di rievocarle quando lo stimolo originario sia cessato, riconoscendole come stati di coscienza trascorsi. Stati di coscienza, non immagini o diagrammi. In pratica noi ricordiamo non solo con gli occhi, ma coinvolgendo tutti i nostri sensi e la nostra persona. In questo senso Platone insegnava che imparare è ricordare. Escludiamo dunque che un’arte della memoria possa esaurirsi nella costruzione di mappe concettuali, se pure l’albero delle idee possa in qualche modo rassomigliare a uno di quegli schemi, dobbiamo pensare che vi sia dell’altro: ragionando sulla memoria non parleremo semplicemente di un’attitudine spontanea, ma di un’arte che si può insegnare e apprendere, una disciplina.

Limiti della mnemotecnica

Detto questo è fin da subito evidente che le mappe concettuali siano un’altra cosa. In primo luogo sono relativamente semplici da compilare e lasciano di fatto ampia libertà nella loro composizione, poche regole distinguono un tipo di mappa dall’altro: ogni immagine di memoria avrà un aspetto diverso in base all’argomento che intende sintetizzare e alla persona che lo sintetizza, ma è sostanzialmente il soggetto che le disegna a decidere in che modo le vuole disegnare. Le mappe sono personali, praticamente irripetibili perché ogni volta si pongono il problema di rappresentare un tema specifico e ben delimitato, come può essere una lezione, un testo scritto, una sequenza d’immagini, un insieme di idee collegate fra loro. Sono finalizzate al livello più elementare della mnemotecnica, devono cioè richiamare alla mente determinate nozioni per poterle ritrovare facilmente quando servono; in altre parole osservando lo schema non vedremo altro che uno schema, creato con una funzione determinata, circoscritta, limitata, quella di richiamare alla mente una serie di concetti chiave. Nient’altro che un reticolato di nodi. Possiamo scrivervi sopra delle parole, dei simboli grafici, segni convenzionali, ma tutto è demandato alle scelte personali di chi ha realizzato lo schema per conservarlo. La memoria avrà poi bisogno di rivederlo nel momento in cui vorrà recuperare quelle informazioni.

L’albero del mondo

L’arte della memoria e l’albero delle idee seguono una logica molto diversa da quella delle mappe concettuali. Lo schema in primo luogo non rappresenta solo uno schema, ma viene considerato un modello ideale di tutto il mondo, di tutto l’universo, nel quale trovano posto le cose visibili e invisibili. Non è il diagramma a doversi adattare ogni volta all’argomento, come avviene per le mappe concettuali, ma esattamente l’opposto: siamo noi a dover collocare i nodi in un sistema di riferimento inclusivo, comprensivo, riordinare tutte le nostre conoscenze assegnando un posto a ogni cosa e mettendo ogni cosa al suo posto, perché ogni nuova cosa che noi impariamo va ricollegata con tutte le altre che abbiamo imparato fino a quel momento, ogni nuova conoscenza può mettere in discussione tutte le altre che pensavamo di aver acquisito e ci costringe tutte le volte a rivedere l’intero complesso della nostra concezione del mondo. L’albero delle idee è un modello non empirico ma filosofico, un’allegoria della realtà, non a caso viene chiamato in alcune tradizioni Albero del mondo o anche Albero cosmico, o ancora Albero della conoscenza, o talvolta Fiore della vita, secondo come lo si rappresenta. La cosa più importante da tenere presente è che noi siamo parte di quello stesso mondo, ne siamo per così dire il centro, come l’uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci. Dobbiamo immaginare noi stessi inscritti nel diagramma che andiamo a rappresentare e includervi sensazioni, odori, suoni, sapori, per ognuna delle idee che inscriviamo nel modello: proprio come nella definizione della memoria che avevamo trovato nel dizionario enciclopedico, noi dobbiamo simulare uno stato di coscienza, non solo disegnare un reticolato di nodi concettuali.

La memoria è uno stato di coscienza

Va da sé che la costruzione del modello è per le ragioni che abbiamo spiegato soggetta a più regole, meno libera rispetto alla semplice mappa mentale, poiché deve corrispondere a un modello elaborato nell’arco di secoli, millenni, attraversando culture diverse, tradizioni diverse, istituzioni diverse, popoli diversi: nel nostro albero non avremo soltanto un sopra e un sotto, un centro e una periferia, una struttura gerarchica come nella mappa concettuale, ma dobbiamo tenere conto delle figurazioni geometriche, della lettura dall’alto verso il basso e di quella dal basso verso l’alto, dei singoli percorsi o ‘sentieri’ tra un’idea e l’altra, delle opposizioni e dei contrasti, delle sintesi fra tesi e antitesi, di questi e tanti altri strumenti che dobbiamo avere anche la pazienza di studiare, elaborare, sperimentare. I singoli nodi possono duplicarsi, triplicarsi, ramificarsi ulteriormente fino a creare nuovi alberi da immaginare uno dentro l’altro come le bambole russe, un labirinto di idee all’interno del quale muoverci, proprio come se fossimo nel mondo reale. Un palazzo della memoria, per l’appunto. L’albero della conoscenza è un costrutto mentale che rappresenta il mondo intero, quindi noi dobbiamo esserne parte, muoverci al suo interno in ogni momento della nostra vita. Il cielo che vi rappresentiamo, è lo stesso cielo che vediamo sopra le nostre teste. La terra in cui affonda le radici è la stessa su cui camminiamo, sotto la quale sentiamo i rumori, gli odori, le sensazioni tattili di quelle idee che vi abbiamo collocato. E’ uno stato di coscienza, non solo un modello grafico.

In base a quanto detto finora sarà altrettanto chiaro che la compilazione dell’albero non avviene quasi mai realmente in forma scritta, ma è per lo più un costrutto mentale, l’organizzazione delle informazioni avviene per tentativi, prove, errori, ripensamenti, cancellando intere parti e ricostruendole secondo una diversa logica, quel modello non lo disegniamo una volta sola ma decine, centinaia di volte, elaborandone altri sempre più complessi, a partire da una struttura elementare data in partenza. Non abbiamo bisogno di disegnare fisicamente la mappa concettuale, nel momento in cui siamo in grado d’immaginarla vuol dire che essa è già parte della nostra vita, inclusa nel più ampio quadro della nostra crescita personale. Lo schema scritto nel foglio non serve più e cosa più importante, dobbiamo essere pronti in ogni momento a rivederlo, rimodellarlo, abbatterlo e ricostruirlo diversamente, nel momento in cui avremo nuovamente bisogno di intervenirvi sopra sarà per sopravvenuti cambiamenti o per nuove importanti informazioni emerse nel frattempo, che ci costringeranno a rivedere il modello. E’ chiaro che la forma scritta lo irrigidirebbe, impedendogli di evolversi.

Memoria e tradizioni popolari

Per qualcuno tutto questo può sembrare molto complicato, la verità è che sembra più difficile a dirsi, di quanto non lo sia a farsi: per dare un riferimento chiaro, diremo che i nostri nonni, analfabeti, non scolarizzati, sapevano a memoria opere lunghe e complesse come la Divina Commedia, l’Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, erano addirittura in grado di recitarla come un ipertesto saltando da un capitolo all’altro, da un canto all’altro, da un episodio all’altro, e non erano certo dei mistici, non erano monaci del deserto ma persone semplici, che passavano la loro vita curve sui campi, pascolando le bestie e nel tempo libero condividendo un canto o un ballo sull’aia. Imparavano quest’arte fin da bambini, non l’avevano mai concettualizzata ma sapevano usarla. Per noi non può essere semplice come per loro, dato che abbiamo perso quella mentalità e non abbiamo ricevuto quel tipo di addestramento fin da bambini. Dovremo perciò elaborare nuovi strumenti, che hanno una curva di apprendimento non proprio immediata, ma fin da subito potremo farne esperienza ottenendo risultati positivi non soltanto sulla nostra capacità di ritenere a mente nozioni inerti ripetendole meccanicamente come farebbe un pappagallo, ma di assimilarle a fondo, di capirle, portarle dentro di noi, includerle una volta per tutte nella nostra intimità. Le cose che impariamo in questo modo, non le dimentichiamo mai più.

Concludendo, l’albero delle idee non è una mappa mentale: può servirsi di mappe mentali, concettuali, cognitive, dinamiche, ma deve riportarle a uno schema di partenza comune a tante altre cose che abbiamo imparato. Non risponde solo a uno stimolo visivo ma coinvolge tutti e cinque i sensi, è mobile, rivedibile, mutevole come un fondale marino. La compilazione dello schema è solo un primo passo che risolve poi nella contemplazione dei nodi e nella meditazione sui possibili sentieri che collegano ogni idea a tutte le altre. Colori, odori, suoni, sapori, sensazioni tattili, tutto viene incorporato nell’albero delle idee come esperienza: le cose che impariamo in questo modo non hanno bisogno d’altro, poiché diventano parte della nostra vita. Ecco perché non possiamo considerarlo soltanto un diagramma, una mappa. Se uno volesse partire dalla ‘tabula rasa’ per imparare queste cose, ha bisogno di un maestro.

Spero di aver risposto alla tua domanda cara amica. Nelle prossime lezioni, vorrei mostrare la differenza tra l’albero delle idee il palazzo della memoria, introducendo la teoria delle ruote. Continua a seguire, iscriviti al canale se non l’hai già fatto e contattami per le lezioni private a distanza sull’arte della memoria.

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