Superstizione e schizofrenia in Maupassant

La mano scorticata è uno dei racconti giovanili di Maupassant, scritto nel 1875 all’età di venticinque anni, nel periodo in cui l’autore si sperimenta nei racconti crudeli e fantastici sulla scia di Poe, Hoffman, De Sade e altri maestri del genere. La trama ruota attorno all’acquisto di una macabra reliquia: una mano scorticata venduta da un sedicente mago al protagonista. Il venditore sostiene di recarsi ogni sabato a oscuri convegni notturni di faustiana memoria, che la mano sia appartenuta a un assassino giustiziato verso la fine del Settecento per una serie di efferati delitti, tra cui l’omicidio della propria moglie e di alcuni frati in un convento.
Quello che inizia come un apparente inganno ai danni di un giovane un po’ ingenuo e superstizioso evolve verso un finale ambiguo che lascia spazio a un’interpretazione borderline: che la mano sia dotata di una volontà propria, animata dallo spirito senza pace del defunto. Aldilà dell’elemento escatologico, il commercio di reliquie (non solo sacre, religiose, ma anche di feticci animistici) si inserisce perfettamente nel contesto storico dell’Ottocento, dove quel tipo di commercio non era affatto inverosimile, né occasionale. La storia europea medievale e moderna documenta un intenso commercio di oggetti più o meno sacri, più o meno magico-rituali, ritenuti dotati di proprietà taumaturgiche, alimentando una vera e propria economia che oscilla tra devozione autentica e truffa commerciale, fino a tutto l’Ottocento.
Nel XIX secolo, questa tradizione era diffusa in forme diverse dando luogo a fenomeni di pura ciarlataneria, figure di maghi-illusionisti che operavano ai margini della società predando gli ingenui e approfittando della credulità popolare. Si pensi alle imposture di Jean Eugène Robert-Houdini, considerato il padre della magia moderna da palcoscenico, o alle molte figure più oscure e marginali che si ponevano al di fuori della Chiesa, come eretici o sedicenti stregoni. Questa varietà di personaggi trova riscontro in altre opere letterarie contemporanee, come nel racconto del mago-alchimista descritto da Matilde Serao nelle sue Leggende napoletane, o in figure storiche controverse come il monaco Rasputin in Russia.
Quel che racconta Maupassant dunque non è del tutto campato per aria: anche la follia del protagonista, che perde il senno affermando di essere stato aggredito dalla mano scorticata che aveva appeso a una catenella prima sull’uscio di casa, poi sul proprio letto, può essere a suo modo credibile, ipotizzando un fenomeno di suggestione patologica. Maupassant dimostra in questo racconto una maturità narrativa notevole per la sua giovane età, conosce le imposture del suo tempo, anche se nell’evoluzione del plot sembra quasi paventare l’ipotesi che dietro alla menzogna del sedicente mago possa nascondersi davvero una qualche forma di evento soprannaturale, più che un caso di schizofrenia visionaria indotta dalle superstizioni intorno alla reliquia.
Questa ambiguità deliberata genera nel lettore un senso di smarrimento che va ben oltre il semplice intrattenimento: il soprannaturale non si manifesta in modo esplicito ma vien fuori dalla solitudine e dalla fragilità dell’esistenza umana stessa, creando uno spazio liminale dove paura e orrore si confondono con la realtà quotidiana. È importante chiarire che nel 1875, la salute mentale di Maupassant non era stata ancora compromessa dal male che pure aveva già contratto e che lo porterà in manicomio negli ultimi anni della sua vita, pertanto, la vicenda intorno alla mano scorticata non può essere interpretata come il frutto di una mente delirante. La si può interpretare eventualmente, se si vuole restare in linea con la parabola storica della sua produzione letteraria, come una critica alla superstizione, attraverso una letteratura di genere molto in voga allora, quella dei racconti neri, fantastici e crudeli.
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