L’estasi di Santa Teresa nell’Olocausto di Verga

Per la Cappella Cornaro a Roma, Gian Lorenzo Bernini scolpì una scena dall’autobiografia di Santa Teresa d’Avila, dove l’estasi mistica nella visione dell’angelo che tormenta la donna con un dardo infuocato è descritta con una potenza espressiva che rasenta l’ambiguità: nel volto della mistica, si legge un’espressione somigliante all’estasi fisica dell’orgasmo. Chiariamoci, quel confine tra corpo e mente il mistico lo attraversa di continuo senza porsi il problema dell’interpretazione esterna, ma per e la battutina ogni tanto ci scappa.

E’ su questo confine sottile tra umano e divino, fisico e spirituale, che si muove l’Olocausto di Verga, protagonista una monaca di clausura la cui intera esperienza del rapporto con l’altro genere, si riduce di fatto all’incontro coi suoi confessori, uno in particolare che torna regolarmente, scandendo il tempo e le stagioni della sua vita. Nella trama del racconto non c’è niente di scandaloso per carità, proprio qui sta la sottigliezza e l’abilità del narratore nell’indagare il sommovimento interiore della donna, il lavoro di una mente che sotto il velo si ricorda di esistere in un corpo, un corpo femminile.

Se in Santa Teresa il confine è chiarissimo, trattandosi di una donna colta, evoluta, fine intellettuale e teologa preparatissima, alla monaca di Verga il lessico filosofico non basta più, quel che avverte dentro quasi non possiede le parole per esprimerlo, non senza cadere nell’illecito. Tutto il racconto si regge sul flusso di pensieri e sensazioni che attraversano la donna nel momento dell’incontro, descritti con una delicatezza ma nello stesso tempo un’ambigua e vemeente passionalità, che rasenta lo scandalo.

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento. La letteratura si sta confrontando con l’indagine psicologica dei personaggi, il flusso di pensiero che sarà poi portato alle estreme conseguenze più avanti dai modernisti: Verga si avventura in questo terreno ancora relativamente inesplorato, pur mantenendo salda la mediazione del narratore, lavorando per empatia ma senza dissolversi nel personaggio che fa parlare. Nel nome stesso di Suor Crocifissa e nel contesto di un’Italia in cui le donne venivano destinate al velo non sempre per vocazione, ma più spesso per volontà di terzi, l’idea di una femminilità martirizzata, traspare in queste pagine di incredibile potenza espressiva e lirica.

Trovo di particolare interesse il modo in cui Giovanni Verga esprime queste pulsazioni interiori, sanguigne quasi, in un periodare ampio, cadenzato, con frasi brevi ma intrecciate in un labirintico groviglio d’interiezioni che riflettono la confusione dei pensieri, lo smarrimento della protagonista. Svolgere il filo del discorso porta il lettore a calarsi nella mente della donna; non è una narrazione linerare ma circolare, la trama stessa ridotta all’osso, niente di straordinario, nessuna catarsi o peripezia, nessun’evoluzione, tutto si ripete ciclicamente secondo i ritmi stagionali in un eterno ritorno del dualismo.

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