La formula del capitolo ideale su Meganovel

Mi son preso il disturbo di sfogliare un poco le pagine di Meganovel per studiare temi, personaggi, scenari dei romanzetti d’appendice odierni, impresa tutt’altro che semplice data la varietà dei generi e sottogeneri, ma utile a capire cosa legge davvero la flottiglia dell’arcipelago, quale sia la mentalità collettiva tracciata, promossa e consolidata dal sistema; avendo in mente i capolavori del romanzo d’appendice che nell’Ottocento arrivarono al livello di un Dumas, d’un Sue o di un Balzac, il tema è quanto mai interessante per me: vorrei capire se e dove stia la differenza, se sia possibile cioè partire oggi da un contenitore di quel tipo, per svilupparvi sopra qualcosa di interessante anche da un punto di vista letterario, possibilmente in modo sostenibile.

La differenza è innanzi tutto nelle proporzioni del fenomeno, allora rivolto a una minoranza alfabetizzata, che poi leggeva le storie a chi non era istruito, e quindi una diversa circolazione delle opere, un diverso valore attribuito alla loro pubblicazione, il numero straordinariamente più ridotto di autori e di generi. Oggi il mercato editoriale dei romanzi seriali è spaventosamente più articolato, massificato, sviluppato a livelli impensabili anche solo all’inizio del secolo scorso.

La classificazione delle opere su Meganovel risponde a diciotto macrosettori o generi, parole chiave per navigarvi attraverso, competizioni a tema e un filtro in base alla lunghezza del romanzo, con un meccanismo di ibridazione che funziona attribuendo all’opera un macrogenere primario, integrato da parole chiave trasversali ed eventuale partecipazione a contest; la piattaforma raccomanda linee guida editoriali molto stringenti. Incipit immediato, ritmo incalzante, cliffhanger, la scelta di un punto di vista in terza persona, ogni tre capitoli una crisi, ogni dieci un avanzamento’, un’arcata narrativa che si chiude. Il protagonista deve apparire nelle prime 300 parole del primo episodio e il conflitto palesarsi entro il primo capitolo.

Per quanto si possa pianificare a priori l’andamento di una storia, è tuttavia richiesta, va detto, una certa disponibilità nell’autore ad assecondare la compartecipazione del lettore, se necessario anche resuscitando personaggi e rivedendone le relazioni, intervenendo sul ritmo narrativo, incentivando commenti e votazioni che eccitano gli algoritmi di scoperta, quando non più prosaicamente consentono di portarsi a casa qualche ‘mancetta’ da parte del lettore. Da un punto di vista puramente formale si direbbe lo stesso tipo di contenitore che ospitava le opere dei grandi romanzieri d’appendice, se pure in un contesto storico e sociale completamente diverso e su scala non paragonabile.

Dalle linee guida editoriali si può ricavare una formula per il ‘capitolo ideale’, partendo dalla regola della tripartizione: un terzo in dialoghi, un altro terzo in descrizioni e altrettanto in azione, non più di 300 parole fra metanarrazione, commento, speculazione, un massimo di tre scenari differenti e tre nuovi personaggi introdotti. Dev’esservi un momento di tensione, conflitto presagito o latente nel primo 70% e manifesto per il restante. Se si vuol mantenere una buona ritenzione di lettura e accedere ai programmi di promozione, è richiesto uno standard di due capitoli al giorno per un totale di 2500 parole, evitando blocchi di testo densi e compatti, spezzandoli piuttosto in paragrafi brevi.

Dove sta la differenza con l’Ottocento? Più o meno le stesse caratteristiche formali, ma il pubblico di riferimento era diverso allora, dato il minor tasso di alfabetizzazione e la mediazione tra lettori istruiti e non: Sue, Dumas e Balzac riempirono la griglia formale con ciò che interessava a loro, nel sistema attuale il contenitore è più rigido, ma bisogna vedere quanto i naufraghi del sistema siano disposti a prendere in considerazione un’eventuale sorpresa nell’uovo di cioccolata, scommessa da farsi eventualmente provando e misurando i risultati. Tenendo presente però la vera, grande differenza rispetto al romanzo borghese d’appendice, ovvero quanto venivano pagati allora gli scrittori, e quanto vengono pagati oggi: Balzac poteva comprarsi una pagnotta per ogni riga che scriveva, trenta parole valevano allora una giornata di lavoro in fabbrica, mille parole un mese di stipendio, gli autori insomma valevano molto più rispetto a oggi.

Parlare di sostenibilità è quindi problematico, si direbbe più un sistema di compensi a zuccherino, ma questo è un problema sempre più diffuso ad ogni livello nell’industria culturale contemporanea. Non sappiamo, certo, quanto venissero pagati gli autori minori, ma sappiamo che la figura stessa dello scrittore non era inflazionata quanto oggi che chiunque può proporsi e scrivere Webnovel di dubbia qualità nei peggiori immondezza delle discariche letterarie.

Condividi