Il ventre del mercato in letteratura.

Vuoi conoscere un popolo? Vai al mercato rionale più vicino e vedi quel che scambia, come lo espone, lo contratta: imparerai molto più in un’ora tra i banchi della frutta, del bestiame, del pesce, dell’abbigliamento o (talora si legge) alla bottega dell’armaiolo, che in un trattato di sociologia. In queste note passeremo in rassegna qualche illustre passo letterario, per rimarcare la differenza tra i mondi che intorno a questi mercati gravitano in luoghi e tempi diversi.
Il Florent di Zola ad esempio, passa attraverso il grande mercato delle Halles nel Ventre di Parigi, catturato con vivida e immaginifica descrizione all’alba quando arrivano i carri dei contadini: la descrizione del fiume di vegetazione che attraversa la città è impressionistica, a macchie di colore che insalate, indivie e cicorie, spinaci, acetosella, carciofi, piselli, fagioli, carote rosse, rape bianche, sedani e porri, cavoli e altre verdure, formano in verde, rosso, arancione, giallo.
Dalla pancia dei parigini al Ventre di Napoli, Matilde Serao undici anni dopo Zola, descrive un mercato meno bucolico e più umano: accanto agli erbaggi e alla frutta espone maccheroni in varia foggia, salami e formaggi, generi coloniali, mentre gli asini carichi di frutta vanno e vengono. Vivace, rumoroso, caotico nelle sue gride, nei suoi canti, nelle trattative a voce alta, dove il senso predominante è l’olfatto eccitato dall’odor della frittura, del pepe, dell’aceto, del pesce, il mercato Napoletano è meno impressionistico e più viscerale.
Dai quartieri spagnoli passiamo dunque alla Spagna di Galdòs, che descrive il mercato madrileno alla Calle de Toledo, attraversato da Jacinta immersa nei suoi pensieri mentre tutt’intorno è un brulicar di venditori, bancarelle, avventori, le strade ingombre di merci e oggetteria varia, anche qui si sentono gridar le offerte con toni addirittura aggressivi, quasi un comprare o morire; qui si pone l’attenzione anche su vestiti, stoffe, oggetti e altre mercanzie, anche in questo caso il mercato è luogo delle relazioni, prima che affresco pittorico.
Dickens poi, nel raccontar le sue passeggiate notturne e mattutine attraverso la città di Londra, descrive con cura il mercato di Covent Garden quasi personificandolo, parlandone come di un piacevole compagno, non solo come un luogo di scambio, ma come un mondo di uomini e animali che si risveglia prima dell’alba. Attraverso gli occhi del suo Tom Pinch, che attraversa il mercato insieme alla sorella non per comprare, ma per il piacere di passeggiarvi, riprende una carrellata sulle merci, non trascurando le anziane donne che sgusciano i piselli prima di esporli sul banco.
Goldoni poi, da uomo di teatro qual è, gioca sulla descrizione verbalizzata delle gride, le voci dei venditori al mercato di Malmantile,mostrando ancora una volta il mercato come luogo d’incontro, movimento di corpi prima che di merci, teatrino vitale e affaccendato:
Chi vuol capponi, chi vuol galline?
Chi vuol comprare le ricottine?
Chi vuol dell’ova, si accosti qua
Chi va, chi viene, chi compra o vende;
Ed al mercato le sue faccende
Ciascun può fare con libertà.
Più malinconico il mercatino degli uccelli e degli animali domestici a Mosca, nel quale Cechov manifesta una sensibilità non comune per l’epoca rispetto al modo in cui le povere bestiole vengono tenute in gabbia, senz’alcun riguardo per le medesime, luogo descritto come povero e desolato, con vecchi carri e venditori avidi. Il narratore in questo caso pare più interessato alla descrizione dei carri, delle gabbie, all’aspetto fisico delle bestie, allo scenario fuori dal tempo di un luogo decadente, squallido e triste, l’opposto della cornucopia parigina o dell’istrionico palcoscenico in cui Napoli rassomiglia a Venezia.
Non è questa la sede per censire uno ad uno tutti gli autori che si sian presi la briga di descrivere un luogo di mercato, quel che mi preme osservare è piuttosto il duplice canale che muove le loro penne: da un lato l’aspetto variopinto e vitale delle merci, rigogliose come in un giardino per gli ortaggi, ma nello stesso tempo malinconico come un mattatoio per quanto riguarda le bestie, dall’altro il mercato come luogo d’incontro, di relazioni umane, di contrattazione o anche semplicemente per una passeggiata, una conversazione. Trascorrere il tempo in piacevolezza.
Rapportati ai grandi centri commerciali odierni, questi mercati rionali che un tempo furono l’orgoglio della nascente borghesia, sembrano l’eco lontana di un mondo che sta morendo. Oggi la musica di sottofondo, eufonio sottile, subliminale, scoraggia il suonatore ambulante che volesse penetrarvi per rallegrare i compratori tra i banchi, portandovi magari il proprio commento alle notizie del giorno (guai!). Le merci, catalogate come in biblioteca, tolgono all’avventore la curiosità dell’esplorare, egli sa sempre cosa trovare e dove trovarla.
Un cartello comune fissa il prezzo delle merci assorbendo la velleità del contrattare, le stesse non sono più il prodotto del contadino che viene direttamente a distribuire nel mercato, ma passano attraverso i mercati generali, dove arrivano prodotti da chissà dove, dei quali molto spesso non sappiamo nemmeno come vengano coltivati, in quale terreno, in quale contesto sociale, come siano trattati i garzoni e così via. Tutto più impersonale.
Anche per quel che riguarda il vestimento, non si vede quasi più la vendita delle stoffe (per quelle c’è la merceria), per il semplice fatto che nessuno si confeziona più da solo il vestito, in famiglia o nel vicinato; lo compriamo già fatto, a saldo, senza sapere chi lo abbia messo insieme. Tutto questo ha un nome: alienazione. Il mercato moderno si sviluppa sotto il segno dell’alienazione, dove il cliente non deve distrarsi dall’atto del comprare e dunque deve trovarvisi meno socialità possibile, anzi il fermarsi tra le corsie dei prodotti è malvisto, tutti van di fretta, rincorrendo un tempo di cui non sono padroni; resistono come fenomeni di costume, per le minoranze, quei mercatini biologici, o a chilometro zero, dove però i prodotti costano molto di più e quindi li ritroviamo frequentati da quelle elite radical chic che possono permettersi di pagarne il fio.
Il resto è noia