Il cliente ha sempre ragione. La pantomima dei manichini ossibuchivori.

Illustrazione a cura di Federico Berti. Creata con Gimp/Qwen

Siamo talmente avvezzi al ristorante, alla febbrile, ormai quasi feriale, abitudinaria, ritualità del “mangiar fuori”, da dimenticare, quando sediamo al glorioso desco, chi muore di fame a pochi metri da noi; non ci rendiamo conto di come il settore della ristorazione assolva, oggi, la stessa funzione che un tempo toccava ai pranzi nei palazzi dei signori. Il teatrino borghese del ristorante di lusso nasce a tavola con Don Rodrigo, su cui aleggiano le ombre semispettrali di Carlo Magno e Artù, dove la pietanza è solo un’ostentazione di status e il personaggio di servizio parte dell’arredamento. La letteratura se n’è accorta da tempo, siamo noi ad aver messo un delizioso prosciutto di San Daniele sugli occhi per non accorgerci del privilegio cui non siamo disposti a rinunciare.

Carlo Emilio Gadda si prese più volte gioco del pranzo borghese nei lussuosi ristoranti del dopoguerra con camerieri in guanti bianchi, tiratissimi avventori, professori, critici e signore opulente, dove il cliente non pagava tanto per (quale banalità!) nutrire il corpo in batteria, quanto per compiacere il proprio desiderio di sentirsi trattato come uno di quelli che-contano-davvero, da untuosi camerieri che scodinzolano intorno agli schienali delle rispettive seggiole. Cosa dunque dice il bonton, è meglio mangiare in silenzio o piuttosto conversare, polemizzare, filosofare, amoreggiare, mentre il personale di servizio bestemmia e stramaledice, dietro il paravento, questo o quel cliente?

Il pranzo borghese al ristorante stellato è un’aristocratica messinscena, dove i clienti giocano al signorotto e i camerieri indossano il frac senza la camicia sotto: superficie, apparenza. Gadda li chiama “manichini ossibuchivori”. Coltissima satira che ha precedenti nel Parini, il quale già nel secolo dei lumi si prendeva gioco del lusso gastronomico, descrivendolo attraverso lo sguardo disincantato del precettore che, elogiando a parole le abitudini del giovane signore, mette in ridicolo la perfetta inutilità del rituale. Un cerimoniale dell’ozio in cui personaggi mitologici siedono intorno alla tavola come maschere di un’immonda pantomima: una signora che ostenta il proprio vegetarianismo, la sensibilità per gli animali, un’altra che lamenta chissà quale offesa da parte della propria “vergine cuccia”, e nessuna pietà per il cameriere morso dalla viziatissima bestia.

Che dire poi del del maranza Don Rodrigo, i cui fidi leccaculo siedono e mangiano a testa bassa, senza protestare, sorridendo e approvando qualunque cosa dica, ben sapendo che la loro personalità non conta alla tavola del padrone di casa, cui basta si magnifichi la propria. Parlano di cavalleria, politica e carestia come oggi si potrebbe parlare del Bologna, di Kimi Antonelli o di Yannick Sinner, mentre il dottore manzoniano elogia il vino del tiranno, i banchetti al suo palazzo che vincono le cene d’Eliogabalo, e fuori la gente assalta i forni del pane (le vetrine! le vetrine!

Dove sta la differenza tra gli aristocratici del Manzoni o del Parini e quel crapulone indebitato d’un Balzac, che nei suoi racconti parla proprio di una dipendenza sociale dai pranzi raffinati, indescrivibile tirannia del palato, che lui stesso deve ben conoscere: il decaduto, disgustoso parassita Pons, preferisce rinunciare alla propria dignità piuttosto che ai pranzi eccellenti cui era abituato prima di decadere. Nei ristoranti e nei caffè parigini s’incontrano le coppie clandestine per godersi le loro vite parallele (altro che Plutarco!), dove il costo delle pietanze lievita proprio per questa liceità del piacere, per la smania di manifestare il proprio status, sulle spalle degli schiavi che crepano sotto il sole nelle piantagioni delle colonie: Dinah de la Baudraye incontra il proprio amante in un cabinet particulier e si stupisce che questi arrivi a pagare cinque franchi per una sogliola alla normanna e venti centesimi per un piatto di piselli. Ma guarda un po’, quali stranezze della vita!

La salumeria di Quenu e Lisa descritta da Zola è arredata con marmi, specchi dorature, un grande lampadario; il locale, banalmente uno spaccio di salumi, vuolsi elevare a tempio della cornucopia con le superfici tirate a lucido, le carni esposte a una luce e un gioco di riflessi che ne moltiplicano all’infinito la percezione al cliente. Tutto il quartiere (chi se lo può permettere) va in pellegrinaggio a quel santuario per mostrarsi nell’elite della buona società, finché quando gli affari peggiorano la bottega stessa pare ammalarsi del mal più vergognoso, quello della povertà: le carni perdono freschezza, i marmi diventano freddi, sepolcrali, l’aspetto delle merci fa malinconia.

Il Maupassant di Bel Ami mette in scena un salottino privato all’esclusivo Cafè Riche, con l’argenteria fine, i candelabri, le ostriche di Ostenda, la trota, le costolette d’agnello, champagne e foie grass, descrivendo il lusso a tavola con una sensualità quasi erotica, roba da porno food marinettiano che sembra anticipare i pranzi della marchesa d’Atleta nel Piacere di D’Annunzio con le sue porcellane, i suoi cristalli, fiori e candelabri, le decorazioni in stile Watteau. Chi offre il pranzo ostenta un potere sottile sull’invitato. Come non pensare alla bottiglia del peggior Porto possibile, al prezzo più sfacciato possibile, che Pickwick e Magnus ordinano alla locanda nel capolavoro di Dickens?

Da Parini a Gadda, passando per Manzoni, Balzac, Zola, Maupassant e Dickens, il pranzo borghese nel locale alla moda si rivela dunque un teatro in miniatura, dove ognuno recita la sua parte sotto la regia di un burattinaio invisibile: il padrone, il cliente, il parassita, l’invitato, il servitore, l’amante. L’eterna, grottesca, commedia del potere.

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