Federico Berti, “La Gatta”. Racconti bolognesi, 2025

Illustration Artwork by Federico Berti. Created with Gimp/Qwen

In un bel mattino di primavera, un gatto impagliato in piedi su un vecchio giradischi a vinile, d’improvviso batté le palpebre, scrollò la testa, si stiracchiò pigramente, poi dopo un molle sbadiglio scese dal trespolo annusando intorno e curiosando per la sala del circolo Arci la Bandiga, dietro al parco Scandellara a Bologna. Il fatto quanto mai singolare si verificò alla presenza di due testimoni che sulle prime, non vedendo più la salma al suo posto, pensarono a un furto, o una ripicca.

«Dai che sei stata tu» disse l’uno.

«Ma csa dit? Ti mat?» rispose l’altra.

«Siamo solo io e te qui» insistette lui.

«Mbè? Cosa vuoi possa mai farmene della tua salma?» ribadì lei.

Lui Gavino Serra, oste di lingua sarda alto un metro e un po’, barba piena, curata, fronte spaziosa e due irsute sopracciglia da orsacchiotto, lei Mariolina Brustolin, guardia ecologica, corti riccioli d’un castano brizzolato, paffutella nel viso, due saldi polpacci. Erano un po’ più che amici al tempo del Lazzaretto occupato, quando Gavino dormiva nel furgone fuori sull’aia e lei andava in sala prove a suonar la tromba con un promettente gruppo kletzmer. Il giorno in cui vennero le guardie per lo sgombero, erano saliti sul tetto a sputar fuoco e fiamme dalla bocca. Begli anni, quelli. Poi tutto si era guastato e strano a dirsi, proprio a causa di quell’animale impagliato.

«Vorrei veder te» aveva detto un giorno Mariolina, «se ti mettessero su uno scaffale in salotto, come un trofeo di caccia». Non le andava giù quella faccenda del cadavere esposto nell’osteria.

«Tanto son bell’e morto!» la risposta del Gavino, che dal canto suo non capiva le ragioni di tanto accanimento.

«Mi spaventi a volte. Non ti riconosco più» aveva protestato lei.

«Scusa ma non eri marxista te?»

«Marx era un borghese»

«Un borghese povero»

«E’ inutile che insisti: sei uno specista»

«E tu una beghina schifiltosa»

Gavino non aveva tutti i torti, quel gatto impagliato veniva da un solaio di San Pietro in Casale: un suo amico, tale Delmo Vaccari, professione elettricista, non poteva più tenerlo in casa per via della moglie.

«Non vuol saperne» aveva detto, «O lei o il gatto: sogna che venga a rubarle il respiro di notte, si sveglia urlando all’improvviso! No davvero tiello pur te, nel rusco mi par di fargli un torto»

Aveva una storia, quell’animale. L’aveva impagliato il nonno di Delmo, dev’esser stato del ‘48 ma tutto iniziò sotto l’occupazione tedesca, tre anni prima. Antenore Vaccari, contadino e valente cacciatore, teneva nascosti due gappisti in un rifugio sotto terra, cui si accedeva da una botola coperta di frasche in una faggeta proprio dietro il casolare in cui abitavano lì nella bassa. Andava la piccola Dmenga a portar loro del pan secco, un po’ di formaggio, salame, quel che poteva nascondere nel suo vestito di bambina.

«Poi un bel giorno» raccontò Delmo «arrivano i tedeschi, mettono il comando in casa di mio nonno e niente: quei poveretti restano in trappola dei mesi, là sotto; quando liberarono Bologna il nonno era convinto fossero morti di fame, gli veniva il magone all’idea di spostare le frasche per aprire la botola».

Ma non erano morti, no. Proprio grazie al gatto, che era vivo e vegeto allora. Tigrai passava le giornate al fresco sotto terra insieme ai gappisti e di notte cacciava topolini, piccioni, piccoli roditori, portandoglieli nel rifugio. Con quelle modeste prede, i ragazzi riuscirono in qualche modo a tirare avanti, mentre il felino entrava e usciva da una presa d’aria che dava sul fosso, da cui attingevano e scaricavano l’acqua. Insomma, finita la guerra Tigrai visse ancora qualche anno, poi una volta morto, il nonno di Delmo lo impagliò e da allora sempre in sala con loro, su una colonnina porta vasi.

Questa la storia del gatto impagliato e di come Gavino Serra ne era venuto in possesso, anche se temo di aver dovuto semplificare per ragioni di brevità, non me ne vogliate. Lo aveva messo in piedi sul giradischi rotto, col fazzoletto dell’Anpi al collo, uno dei tanti reperti di quello che gli piaceva pensare come un luogo della memoria. Al circolo della Bandiga, dietro il parco Scandellara, Gavino aveva raccolto di tutto: spille, gagliardetti, foto d’epoca, mappe militari, borraccine, libri, diari, lettere. Quel gatto però, caro finì per costargli.

Ora, dovete sapere che Bologna è storicamente la città dei comitati. La grande tradizione cooperativa del socialismo, che in Emilia Romagna aveva trovato terreno fertile per radicarsi fin dall’Ottocento, è rimasta in qualche modo nella cultura di questa gente, che nel frattempo si è imborghesita e da allora ha iniziato a fare comitati per quasiasi cosa: crescentine fritte, vaccinazione dei randagini, taglio degli alberi, corsia preferenziale del tram, sicurezza, andò a finire che il vicinato del quartiere formò un comitato pure per l’indecorosa carogna del circolo Bandiga.

Gliene combinaro di ogni: uova di vernice, scritte sul muro, petizioni, raccolte firme, un continuo. Gavino era di buon carat-tere, l’autoironia non gli mancava e con la sua clientela aveva un bel rapporto, non lo preoccupavano trenta scalmanati che gli combinavano scherzi da prete. La cosa però iniziò a tracimare quando la stampa della destra più retriva pensò bene di tocciare in quell’intingolo gustoso e diede gran rilievo alle vigliaccate del comitato, presentate quasi come atti di eroismo. Sicché un giorno sì e l’altro pure Gavino si trovava titoli a tutta pagina sul macellaio della Bandiga, l’osteria del cimitero e vi lascio immaginare i fantasiosi appellativi ideati dalla stampa per indicare il suo locale. Cominciava ad essere imbarazzante, la clientela storica veniva ancora, ma quella occasionale insomma, un po’ quelle zuffe nei giornali contavano.

A un certo punto Gavino, aveva preso il telefono e si era deciso a chiamare Mariolina, per incontrarla.

«Dico, ma vuoi proprio mandarmi in malora!» le aveva detto.

«Chi è causa del suo mal… Sei tu il necrofilo!» lei, secca.

«E tu una beghina bigotta. Ti comporti come se il gatto fosse vivo, neanche lo avessi ammazzato colle mie mani».

«Violenza estetizzata, altro che! Mancanza di empatia verso un essere che un tempo era in vita»

«Un memoriale, Mariolina! Un atto d’amore, non di scherno! Sai quante volte mi son seduto al tavolo di un cliente all’osteria, per raccontargli quella storia? E’ come se quel gatto rivivesse ogni volta».

Insomma, dagli e dagli aveva finito per rivivere davvero. Fu proprio mentre discutevano animosi, quel sereno mattino di aprile, che avvenne il riguardevole fatto cui ho accennato in apertura di queste brevi note. Lascio immaginare a voi lo sgomento, la meraviglia, per un fenomeno che rompeva tutti gli schemi possibili: il felino, che a guardarlo meglio risultò essere una splendida soriana grigiobianca (curioso non averlo notato prima) saltò prima sulle seggiole impagliate, poi sugli alti sgabelli, passeggiò avanti e indietro sul bancone, leccò due o tre volte il cannello della birra alla spina, percorse il locale in lungo, in largo, di sotto in su e ritorno, finché dallo spiraglio di un finestra aperta pensò bene di uscire.

Ora, mettetevi nei panni di quei due: sentivano in cuor loro che la gatta non era ostile, nello stesso tempo non volevano lasciarla andar via senza portarla in visita da un veterinario, farla almeno controllare, vaccinare, verificare che avesse ogni cosa al suo posto insomma, così sortirono anche loro guardandosi intorno per capire dove stesse andando e quanto consapevole fosse della propria eccezionalità.

La gatta però non teneva in considerazione le barriere che ostacolano il cammino di un essere umano: puntava insetti, farfalle, saliva e scendeva dagli alberi del piccolo frutteto dietro al circolo, si arrampicava su cancelli, fioriere, balconate, scale, balaustre, non era facile starle detro e prevedere il suo prossimo passo; sulle prime si tenne intorno al cortile interno, man mano allargava la cerchia, quindi prese il largo e a quel punto seguirla divenne un’impresa.

Vorrei potermi soffermare su ogni dettaglio di quanto accadde quella ridente mattina di Aprile, descrivere il lungo giro della gatta e come lei stessa mostrasse quasi di volersi mantenere in vista: quando pareva fosse sparita dietro un muretto, nell’erba alta o sul tetto di un piccolo terra-cielo, eccotela all’improvviso là in fondo a un vicolo, un viale, un giardino, dritta come una sentinella in presidio. Li aspettava, e ripartiva.

Tigrai se ne andò girando per tutta la mattina, attraversò Bologna compiendo un mezzo giro ad anello, passando prima per il parco Scandellara, poi per la zona universitaria, quindi Montagnola, Stazione, Lazzaretto, Porta Lame, Malpighi, Tagliapitere, prese dunque per il portico di Piazza Maggiore, sempre tallonata dai due, distanziandoli ma non troppo, sguillando dalle loro mani ogni volta che tentavano di pigliarla. Gavino e Mariolina l’avrebbero seguita in capo al mondo rapiti dal suo sguardo, incantati dal manto liscio e lucente del suo corpicino di gatta.

Trovo opportuno far presente che in quel tragitto, i tre incontrarono ben sette iniziative, tutte organizzate nello stesso giorno, da parte di altrettanti comitati bolognesi (eran poi sempre loro, i compagni di Mariolina, che si riciclavano tra l’uno e l’altro): un sit-in di protesta per le piantine in vaso a Piazza Verdi, un presidio per il taglio di un olmo in via Agucchi, un corteo in solidarietà con un geometra imbalzatosi tentando di attraversare in bicicletta le rotaie del tram in via Ugo Bassi, un banchetto di raccolta firme contro la macellazione kosher e halal per gli studenti ebrei e musulmani alla mensa scolastica, uno per le zanzare intorno al canale di Reno, un presidio per il calo demografico della formiche e un altro per la dieta vegana delle nutrie.

Trotterellava la gatta attraverso questi piccoli assembramenti, che arrivavano a coinvolgere una trentina di persone in tutto, nell’indifferenza generale della cittadinanza. Mariolina passando salutava, quelli ricambiavano guardando Gavino di sbieco.

«Domani» osservò il sardo, col fiato corto e una leggera smorfia di disappunto, «Leggeremo sul Bugiardo che Bologna è insorta contro la tirannide rossa e tutti si faranno una grassa risata alle vostre spalle».

«Aspettiamo le prossime elezioni» rispose l’altra, in equilibrio s’un piede, arrampicata s’un fittone per guardare più lontano (la gatta era dietro di lei, distante poco più di un metro, che la guardava col capo chino da un lato).

«Fammi capire, chi vorresti al suo posto?» domandò Gavino.

«Non è un problema mio» rispose lei.

«Lo sarà» replicò l’oste: «quella è gente che non ti lascia mica fare, vanno in giro coll’elettroshock in tasca: provati a impedire l’abbattimento di un olmo e ti mandano direttamente all’ospedale».

«Uff» sbuffò Mariolina, «Tu metti sempre l’ideologia dappertutto! Per me gli uni o gli altri sono uguali».

«Te ne accorgerai», bofonchiò a denti stretti l’oste, infilandosi in un vicolo. I due continuarono a seguire la gatta, ogni tanto sembrava quasi di poterla catturare: lei si lasciava avvicinare quel tanto, poi scattava all’improvviso e loro dietro. Attraversarono Bo-logna, la videro infilarsi in via Tagliapietre, saltare su un davanzale al piano terra, infilarsi in una finestra semiaperta e sparire nell’interno di un’abitazione privata. I due si guardarono interdetti.

«E’ un monastero» disse lei «Si entra da lì» e indicò una piccola chiesa proprio lì accanto. «Non dev’essere andata lontana».

Entrarono dal portale del santuario di Santa Caterina da Bologna annesso al monastero, una piccola chiesa del Corpus Domini dedicata alla famosa poetessa, pittrice, musicista, e mistica del Quattrocento che i petroniani venerano come copatrona della città. Donna, intellettuale e artista, prima che santa. Si vedeva che era stata danneggiata dalla guerra, anche se leggenda vuol che durante l’occupazione tedesca una bomba, caduta proprio nel santuario interno, si sia categoricamente rifiutata di esplodere.

L’interno del tempio era uno spettacolare omaggio alle Muse: un tripudio di terracotte, affreschi, dipinti, oriargenti, libri miniati. Dall’interno del complesso monastico si udiva un canto femminile accompagnato da un salterio e una violina antica, le cui note si propagavano nell’aria come un profumo soave.

«Eccola!» indicò Gavino «sull’altare maggiore!». Tigrai sedeva accovacciata sulle zampe posteriori, dritta e statuaria come una scultura longobarda, proprio davanti al grande messale aperto. Pareva quasi che leggesse. Non posso trattenermi dal sorridere, se ripenso al fatto che portava ancora il fazzoletto dell’Anpi al collo, quello che Gavino le aveva messo al circolo della Bandiga. I due si guardarono negli occhi, poi con un cenno di complicità si separarono azzardando un maldestro e prudente avvicinamento all’altare. Il baffo della gatta ebbe un lievissimo fremito quando ne avvertì la violazione dello spazio personale, lei si mise prima sulla difensiva abbassando le orecchie, soffiò un paio di volte levando la zampa maculata, poi con un balzo sparì dietro al coro, sbucò dall’altro lato e si allontanò.

La videro bighellonare un poco nella grande navata curiosando intorno agli altarini laterali, tentarono ancora un paio di benevoli agguati, ma la gatta s’infilò in una specie di finestra tonda riccamente istoriata, protetta da sbarre di ferro, che dava su una cappella interna. Passò attraverso la grada.

Gavino e Mariolina si affacciarono dall’oblò e sbirciarono all’interno, dove si apriva una cripta riccamente decorata dove, circonfusa da un’apoteosi di bellezza, una salma dal volto bruno involta nel saio scuro delle Clarisse, placidamente sedeva un trono dorato, protetta da una teca di vetro. La gatta aveva fatto mezzo giro intorno al vetro, tentando di avvicinare il corpo incorrotto di Caterina de Vigri, ma non trovando il modo per aggirare l’ostacolo continuò a guardarsi intorno, annusando sempre l’aria, nella quale si liberava un piacevole profumo di balsamo aromatico.

Gavino, non seppe trattenersi, voltandosi verso la compagna le sorrise e con tono sornione la apostrofò: «Violenza estetizzata. La morte in vetrina!».

Mariolina stette un poco in silenzio, poi senza staccare gli occhi dal corpo incorrotto della donna, ribatté risoluta: «Memoriale. Atto d’amore. Adesso però caviamoci dall’orifizio, sennò puvrina leilì vien mica fuori». Gli prese la mano, invitandolo a scostarsi dall’oblò e facendogli cenno di tacere, col dito indice disteso lungo la verticale del naso. Andarono a nascondersi poco distante e attesero che la gatta venisse fuori dalla cappella della Santa.

Tigrai non si fece più vedere e i due non erano del tutto sicuri di non essersi distratti, nella penombra del confessionale. Se ne tornarono ognuno a casa sua, ma qualche settimana dopo Radio Fujiko mandò in onda l’intervista a un guardiano del Museo Egizio, il quale segnalava una strana visita notturna: una gatta soriana grigiobianca dalla zampina maculata, col fazzoletto dell’Anpi intorno al collo, era stata ripresa dalle telecamere ferma in postura solenne davanti al gatto mummificato esposto nel museo. Al mattino seguente, quando avevano riaperto al pubblico, nessuno l’aveva più rivista.

Gavino Serra da allora si diverte a raccontare questa storia a ogni cliente dell’osteria che gli chiede del gatto sul giradischi, di cui non è rimasta che una foto appesa al muro della Bandiga. Mariolina e i dodici apostoli del collettivo, negano la sua versione dei fatti, sostenendo piuttosto che l’infingardo, stanco delle proteste, abbia portato via la carogna impagliata inventandosi il resto. Forse hanno ragione loro, o forse no; tuttavia da quando la salma di Tigrai è sparita, qualcuno giura di aver riconosciuto le ombre di Gavino e Mariolina ballare il tango a notte inoltrata, dopo l’orario di chiusura, al circolo Bandiga dietro il parco Scandellara.

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