Chi paga per il Paradiso? Squatters dell’anima in Pirandello

La novella Requiem aeternam dona eis, Domine! (1913) mette in scena una vertenza tra il barone di Màrgari e una comunità di contadini che da 60 anni (circa tre generazioni) vive su un suo feudo, dove ha costruito (abusivamente) prima le case e poi pure una chiesa, senza pagare alcun censo al padrone, che rivendica un titolo nobiliare ormai decaduto, quello di barone. Il pretesto della controversia giudiziaria è la sepoltura di un vecchio patriarca del villaggio, quello che aveva costruito la prima capanna abusiva in cima al colle mezzo secolo prima, il quale chiede, in punto di morte, di poter riposare le proprie spoglie in quella terra. Vuole il diritto alla sepoltura in loco insomma, cosa che fino a quel momento non era ovviamente permessa tratandosi di un insediamento abusivo, ma bisognava trasportare per chilometri a dorso di mulo le bare, col rischio che cadessero giù per le scarpate. Il barone rifiuta il diritto alla costruzione di un cimitero, che gli porterebbe col tempo via altra terra oltre a quella già erosagli dalle case dei contadini e dalla casa di Dio; la Procura gli dà ragione e la vicenda risolve in una disfatta per i contadini, costretti a portarsi via il moribondo, con i carabinieri che sorvegliano giorno e notte la buca vuota.

I fratelli Taviani nel 1984 riadattano la novella in uno dei quattro episodi che compongono Kaos, un’opera di gran pregio non solo per il botteghino, ma anche per la critica cinematografica del tempo. Il loro è un libero adattamento in cui volutamente invertono di segno la novella ambientandola nei pressi di Ragusa, e cambiando il finale: i contadini riescono a seppellire il loro vecchio grazie a un’arguzia. Prima ancora che muoia, mettono in scena il rito funebre per andare a seppellire la bara (tecnicamente ancora vuota, ma questo le autorità non lo sanno). La potenza evocativa del rito, il timore di risvegliare l’indignazione diffusa interrompendo una funzione funebre, finisce per mettere in fuga i carabinieri, quella che Pirandello aveva risolto in disfatta, nel film diventa invece una vittoria dei coloni abusivi. I Taviani scelgono di rendere giustizia alla comunità, trasformando una vicenda di sopraffazione in un racconto del riscatto collettivo e di rivalsa contro il potere costituito, contro la proprietà della decaduta aristocraia latifondista e contro la legge temporale che ancora la difende.

L’operazione cinematografica è naturalmente legittima e degna del massimo rispetto, nonostante le palesi libertà nell’adattamento, che tradiscono l’intentio auctoris. Si preferiva in quegli anni privilegiare la questione reltiva alla lott adi classe, alle rivolte contadine e questo aveva perfettamente senso nel contesto storico in cui il film è stato girato e proiettato nelle sale. Tuttavia c’è un aspetto nelal vicenda originaria, che sembra aver perso rilievo ed è il ruolo della chiesa, che non sembra affatto porsi dalla parte dei contadini in modo puramente disinteressato, ma agisce sepre dietro un conflitto interno di vantaggi personali chiarissimi all’autore della novella, sfumati nei registi della sua trasposizione cinematografica: il prete stesso ha fatto costruire dai paesani una chiesa abusiva nei terreni del barone, e per il mantenimento di quella chiesa (cioè di sé medesimo) ha pure istituito una tassa, che i contadini pagano regolarmente. Certo, non è la stessa cosa della mezzadria o della servitù delal gleba, ma è comunque un vantaggio economico e patrimonile che le istituzioni ecclesiastiche acquisiscono. Pirandello ironizza, in modo nemmeno tanto velato, sul fatto che la tensione sia tra il vecchio ordine feudale e un nuovo ordine, che pretende di legittimare i diritti di proprietà sulla base della dottrina religiosa.

Pirandello di fatto ironizza, con l’umorismo che gli è consueto, sul fatto che la Chiesa durante le rivolte dei fasci siciliani tenne un atteggiamento ambiguo e opportunistico: alcuni vescovi offrirono proprio attraverso l’azione locale dlele parrocchie, opportunità di aggregaione alternative a quelle del socialismo; altri appoggiarono il movimento, ma per incanalarlo in forme controllate attraverso le casse rurali, il umutuo soccorso, gestite dalla Chiesa stessa. Non stava insomma dalla parte dei deboli ma da quella del potere, lottando sostanzialmente per mantenere la propria influenza in un mondo che cambiava rapidamente. Padre Sarso difende i contadini per legittimare di fatto sé stesso e l’istituzione che rappresenta.

Paradossalmente, il quadro che Pirandello descrive è quello del colonialismo nella forma più primitiva: legittimazione spirituale per esautorare la proprietà legale. Non poi tanto dissimile dalla dottrina della terra nullius, o la Doctrine of Discovery che aveva autorizzato secoli prima gli europei ad appropriarsi delle terre d’oltremare a danno dei popoli nativi, governandola per mandato divino. La teologia legittimava anche allora l’impero come strumento di amministrazione legale, economica e spirituale: ebbene, la chiesina di Padre Sarso è una piccola manifestazione locale del medesimo principio. Il feudo immaginario di Màrgari diviene, sul piano simbolico, matrice narrativa di una logica tuttora in atto ovunque nel mondo, dove l’insediamento illegqle viene di fatto ‘normalizzato’ attraverso apparati giuridici, religiosi e amministrativi che trasformano l’usurpazione in diritto. Nei territori occupati la giustificazione religiosa e storica viene usata proprio per legittimare l’appropriazione illeggittima. Non ci sono buoni e cattivi in questa storia, c’è solo un meccanismo che si ripete.

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