Racconti Romani. Tutto cambia per nulla cambiare.
Leggendo i Racconti romani di Moravia e questo in particolare, salta inesorabilmente all’occhio la posizione opposta di Moravia e Pasolini nel modo in cui guardano al proletariato: laddove Pasolini se ne innamora come di un ‘buon selvaggio’, Moravia è un disilluso, non vede nessuna possibilità di riscatto nel popolo. I suoi racconti finiscono sempre come sono iniziati, non c’è mai uno sviluppo nel personaggio, tutto cambia per mai nulla cambiare.
Nel Terrore di Roma, i personaggi sono semplicemente vittima delle loro pulsioni innominabili, sulle quali non hanno controllo, che li muovono dall’interno come un motore illogico eprivo di senso morale, o anche solo di una minima progettualità. Il narratore brama un banalissimo paio di scarpe nuove, come un bambino che vuole una cingomma. Lorusso è agitato da un sanguinario impulso, sessuale, primitivo, che scambia per vocazione criminale ma non ha nemmeno quella ‘dignità’. Il loro piano criminale fallisce per una sciocchezza, un malinteso, uno stupido fraintendimento e questo porta a un’escalation di tragicomica inaeguatezza.
I personaggi che Moravia trae dal ‘popolo’ non hanno assolutamente nulla della genuina autenticità che ritroviamo in certi passi di Pasolini, al contrario si limitano a ripercorrere le stesse fallacie logiche, gli stessi errori disumani della borghesia, la stessa ossessione per il denaro, la reificazione della merce, le stesse vanità sebbene in modo più rozzo, con meno mezzi, con più sciatteria. Il proletariato si abbassa a caricatura della borghesia. Per quanto il registro narrativo sia quello della commedia, che tanta fortuna troverà nel cinema italiano negli anni del boom economico, la visione che c’è dietro rimane profondamente tragica. Nessuna speranza.
Ridicolo a vedersi (un bue, così è descritto), ignorante e goffo nei modi, Lorusso scimmiotta i malviventi del cinema americano, mosso dal desiderio di uscire dall’anonimato di ‘essere qualcuno’, seppure come modello negativo. Non vuole scomparire da questo mondo senza lasciare traccia, i busti del Pincio romano gli suscitano una sorta di invidia sociale che lo porta a voler emergere in una sorta d eroismo rovesciato. Vuole diventare il Terrore di Roma, ma non sa guardare un palmo in là dal suo naso.
Quel rende straordinariamente autentico il racconto, che sembra scritto muovendo i pezzi di una scacchiera, è lo scenario di una Roma ancora ferita dalla guerra, non solo e non tanto nelle sue macerie non ancora del tutto bonificate, nelle sacche di povertà, nella società che tenta di risollevarsi da un baratro che continua a tirarla giù per le gambe, ma anche nelle ferite interiori che ritroviamo nel tic nervoso del narratore, retaggio di un bombardamento: proprio nel pieno di quel progresso economico che illude l’Italia di un riscatto impossibile dall’ignominia dei suoi più recenti trascorsi fascisti e guerrafondai, dei suoi fallimenti, Moravia mette in scena una stasi, un’immobilità, che non lascia dubbi sul futuro del paese.
Se il racconto continua a colpire, settant’anni dopo, è proprio perché non promette quel che non può mantenere. Nessun riscatto. Muove spavaldamente in senso contrario alla retorica dominante della ricostruzione postbellica. In questo è orrendamente profetico, basta guardarsi intorno qui e ora per rendersene conto: tutto è cambiato per nulla cambiare, ottant’anni dopo.
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