La madre murata viva. Una vendetta personale di Balzac
Honoré de Bazac scrive la Grande Breteche nel 1831, ispirandosi per la descrizione dei luoghi a una casa abbandonata che vedeva realmente durante i suoi viaggi da Parigi a Versailles, tra Auteuil e Point-du-Jour, e per il nome a una località in quel di Saint-Cyr-sur-Loire, vicino a Tours, dove sua madre lo aveva tenuto a balia. Per quanto riguarda l’esito sanguinolento non si sono trovate conferme di un fatto reale tratto dalla cronaca del suo tempo, l’intreccio sembra piuttosto riallacciarsi a opere precedenti, in modo particolare l’Heptaméron di Margherita di Navarra e le Nouvelles di Bandello. Un solido ipertesto, dunque, non un fatto di cronaca contemporaneo.
Il supplizio dell’amante immurato sarebbe nato da una fantasia dell’autore, nel vedere il trompe l’oeil su una finestra occlusa nella villa abbandonata fuori porta, dettaglio che sarà d’ispirazione dieci anni più tardi al Barlotto d’Ammontillado di Edgar Allan Poe. Non mancavano delitti simili nel folklore narrativo francese, basti pensare alla Dama Bianca di Puymartin o la leggenda della Tour Moncade a Orthez, dove una principessa di Navarra sarebbe stata murata viva quattro secoli prima di Balzac, o l’uomo murato vivo nel Château du Breuil; per non parlare delle numerose leggende italiane portate in Francia dai saltimbanchi nelle corti e nei salotti letterari. Il tema era insomma noto e popolare.
Tuttavia la critica letteraria si è posta il problema di una dimensione personale nel racconto, a partire dal nome del protagonista che nel primo manoscritto pare fosse inizialmente trascritto come Heredia, poi successivamente cancellato ed elaborato in Feredia; pare che quando si trovava in collegio a Vendom, cioè proprio nello stesso periodo cui si riferisce nel racconto, la madre avesse intrattenuto realmente una relazione adulterina con un tal conte Ferdinand de Heredia, esule politico dalla Spagna, dalla cui relazione sarebbe anche nato un figlio. Secondo questa prospettiva il racconto dell’amante murato vivo è stato da alcuni interpretato come un messaggio indiretto alla madre (che sopravvisse all’autore e morì vent’anni dopo la prima pubblicazione del racconto), ed eventualmente al conte o al figlio di lui, su cui non abbiamo testimonianze approfondite.
Sarebbe senza dubbio poco interessante ridurre il racconto a un riflesso della vita personale di Balzac, tralasciando l’intento morale in cui la storia della passione adulterina, della gelosia e dello spietato ‘femminicidio’ (allora lo chiamavano “delitto d’onore”) assolvono la funzione di ammonimento sulle devastanti conseguenze che possono derivare dal tradimento dell’ordine sociale e la potenza distruttrice delle passioni umane. L’opera si inserisce nel più ampio tema balzachiano della femme coupable, declinazione dalla più antica dannazione religiosa del peccato originale, la donna all’origine del decadimento morale dell’uomo, che ritroviamo in molti autori dell’Ottocento, fra cui in italia la Lupa di Giovanni Verga o la Nemica di Luigi Capuana.
Ora, se si accetta l’ipotesi che Balzac abbia volutamente messo in atto, attraverso la pubblicazione del racconto, una vendetta privata sulla madre ancora in vita, saremmo in effetti davanti a un caso di letteratura degenerata a strumento di pubblica umiliazione, un martello diffamatorio basato sull’allusione trasparente, per chi fosse a conoscenza dei fatti, in modo sostanzialmente simile al caso raccontato da Matilde Serao intorno alla leggenda del Diavolo di Mergellina, in cui il volto dell’amante del vescovo venne posto, nel dipinto alla parete della chiesa di San Michele, in luogo di quello del demonio bicaudato che l’arcangelo trafigge. Una vendetta pubblica, per cosa? Per una passione illecita. Una forma particolarmente violenta di stalking, si potrebbe dire se volessimo (se!) ricorrere a un lessico moderno.
Per ricostruire il fatto privato dobbiamo in realtà ricorrere non alle cronache pubbliche, ma alle lettere private che il conte de Heredia inviò realmente a Madame de Balzac, oggi conservate nella Collezione Lovenjoul presso a Bibliotèque de l’Institut de France. Si tratta dunque di una documentazione non destinata alla divulgazione; la relazione tuttavia si svolse entro un contesto sociale tutt’altro che privato, dal momento che Madame de Balzac teneva salotto in casa propria e la sua vita mondana era ben nota alla cerchia dei suoi conoscenti: non risulta un pubblico scandalo intorno alla relazione con il rifugiato politico spagnolo, ma la liason doveva essere ben nota ai testimoni, almeno entro la cerchia di chi frequentava la famiglia. Quindi il messaggio, pur indiretto, doveva essere chiarissimo chi conosceva la donna.
Nonostante l’autore abbia ritratto la donna in modo spregevole in diverse altre sue opere, non risulta che lei abbia mai dato l’impressione di avvedersene, non vi sono mai state rivalse da parte sua, possiamo dire che se mai se ne sia accorta, non deve averla presa poi tanto male. Tuttavia l’uso della letteratura qui adombrato, è chiarissimo: nel racconto fantastico sono disseminati indizi che lo ricollegano a luoghi reali, indagando nella cronaca dei quali emergono fatti cui il racconto palesemente allude a chi quei fatti conosceva, o dei quali aveva sentito mormorare. La trasfigurazione del fatto reale in novella letteraria viene interpretato proprio in quella chiave, mettendo a nudo un impiego della letteratura che lascia un po’ l’amaro in bocca.