Herman Hesse e il declino della lingua
Ricorre con una certa frequenza la denuncia di un generico decadimento del linguaggio, in modo particolare per quanto riguarda la varietà nell’uso dei termini, la ricchezza del vocabolario: stiamo perdendo la varietà linguistica e con la scomparsa delle parole spariscono anche i pensieri cui queste vengono associate, la tesi è più o meno questa e sta suscitando una vivace controversia fra chi è convinto di questa disintegrazione linguistica, e chi invece sostiene la tesi opposta, quella del cambiamento.
In questa nota mi interessa segnalare che la preoccupazione odierna intorno alla semplificazione, all’abuso di espressioni più o meno standardizzate e al declino cognitivo cui questo fenomeno viene associato, erano oggetto di preoccupazione già al tempo di Herman Hesse, come si può leggere in questo racconto riproposto in audiolibro. La riflessione è dunque di più ampio respiro poiché se negli anni venti eravamo già messi come il grande romanziere tedesco denunciava allora, oggi dovremmo trovarci in un baratro ancor più spaventoso questo è vero fino a un certo punto: la storia insegna che oggi come allora il declino cognitivo interessa non tanto il singolo individuo o il singolo autore, ma piuttosto le masse in quanto agglomerati di individui e sta portando agli stessi risultati, né migliori, né peggiori. Fascismo e campi di sterminio allora come oggi.
In verità all’epoca di Hesse il rimpianto della complessità di Holderlin e Goethe lasciava aperto un canale per fenomeni come quello di Proust, Hesse, Woolf, Svevo, Campana, D’Annunzio e altri sperimentatori estremi, così come oggi non mancano le avanguardie letterarie che tentano di inoltrarsi in nuovi mondi e nuovi territori linguistici sperimentando l’ibridazione, le commistioni tra colto e dialettale, la produzione di neologismi. Oggi come allora si assiste a una imbarazzante standardizzazione del linguaggionella letteratura rivolta alle grandi masse di lettori, una vera e propria brain salad surgery, ma non mancano le minoranze che contribuiscono all’evoluzione del linguaggio e al suo rinnovamento. Quale novità? L’industria culturale appiattisce, livella, asfalta, l’arte pianta nuovi semi e li coltiva. Niente di nuovo sotto il sole.
Il racconto di Herman Hesse diventa allora un documento di straordinaria importanza nel dibattito sull’evoluzione e sulla (vera o presunta) implosione della lingua. Nel racconto il personaggiod di Johannes, anziano poeta risolto in tipografo dipendente, folgorato a diciassette anni dallo Zarathustra di Nietzsche, la parola avrebbe addirittura un’anima semidivina; quando la letteratura prende sempre più la via della massificazione, l’intellettuale trova modo di restare nell’editoria come impaginatore e correttore, addetto alla composizione dei clichet tipografici. Un ripiegamento abbastanza comune ancora oggi. Di tanto in tanto, tormentato da disperazione profonda, denuncia al suo redattore capo la degradazione della lingua ridotta a un gergo da mentecatti, impoverita e pidocchiosa, la scomparsa di quelle nobili frasi, di quei periodi armoniosi e sfumature semantiche proprie della poesia ottocentesca, per cui qualsiasi evento viene bollato dai cronisti indefinitamente come ‘tragico’ invece di ricorrere a una scelta lessicale più ponderata. Tutto è indistintamente tragico.
Per Johannes questa tendenza corrisponde a un assassinio della lingua, che porta alla pigrizia intellettuale: è ciò che sta effettivamente accadendo in questo stesso momento (sempre mentre le avanguardie letterarie macinano sperimentalismi che si spingono fino all’inverosimile). Un bel giorno il capo redattore, stanco del periodico piagnisteo, propone al tipografo un pensionamento anticipato, questi si sente privato della propria funzione di custode del linguaggio, di quei caratteri su cui bene o male ha avuto per un certo tempo un minimo di controllo. Lo ritrovano chino sul banco di composizione, senza vita, ripiegato sull’ennesimo testo pieno di errori e banalità.
A quel punto, brillante e grottesca inversione, Hesse mette in mano alla penna del giovane Stetter, il cronista incaricato di scriverne necrologio, un’attenzione particolare nella scelta del titolo: da tragica fine di un poeta, a uno della vecchia guardia. Non più solo ‘tragico’, qualcosa eppur si è mosso.
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