I due volti della follia. Fuoco alla paglia!

C’è un racconto di Pirandello che esprime al meglio il tema del confine sottile tra ragione e follia, proprio negli anni in cui la psicoanalisi ancora si sta formando come ramo della scienza non riconosciuto, liminale, controverso, nel Fuoco alla paglia tratto dalle Novelle per un anno. I due protagonisti sono uno l’alter ego dell’altro, da un lato Simone Lampo, possidente caduto in disgrazia per la bancarotta di una zolfatara che ha tentato di sfruttare e la cui manutenzione gli ha eroso man mano tutto quel che aveva; dall’altro Nàzzaro, il vagabondo che nulla ha da perdere e vive alla giornata. Nessuno è immune dal rovescio di fortuna. Dopo aver perso uno per uno i terreni e la stessa miniera, il protagonista cade in miseria, inizia a parlare da solo e arriva persino a schiaffeggiarsi in pubblico, catturando gli uccelli nel solo terreno che gli è rimasto per chiuderli in una stanza della propria casa e mangiarseli uno ad uno, accompagnandoli con quel po’ di pane che gli dà un piccolo podere coltivato a grano. Non è abbastanza povero per i poveri, né abbastanza ricco per i ricchi, si trova cioè in una condizione liminale.

Nàzzaro dal canto suo ha mantenuto, nella follia del disadattato, un’etica della natura e degli animali, una spiritualità profonda che esprime nell’osservazione del cielo stellato, ogni astro il grano di una contemplazione laica del firmamento: vive senza un tetto sopra la testa, ma si è adattato a quella condizione e non avendo nulla da perdere, meno ancora da aspettarsi, ogni cosa acquista per lui un valore che non avrebbe per nessun altro, tutta la sua vita è fatta di singoli attimi. Persino nel nome Nàzzaro sembra quasi rimandare a una sorta di grottesca ‘resurrezione’, ricordando per assonanza il Lazzaro evangelico da Cristo richiamato dal sepolcro al mondo dei vivi.

Quando i due si incontrano, Simone Lampo si trova ancora in precario equilibrio sul filo, ridotto in miseria non si decide al salto e questo lo rende infelice: si attacca ostinatamente a quel po’ che gli rimane come a un’inutile zavorra, della quale paradossalmente deve liberarsi per poter dare un senso alla propria nuova vita: la soluzione alla tragedia non è arrancare in salita, ma riorganizzarsi. Deve completare la disfatta, dare fuoco anche al grano nel campo, atto sconsiderato se lo valutiamo dal puto di vista del comune buon senso, che però ha una propria logica nella condizione paradossale della sua esistenza. Qui Pirandello anticipa un’idea che la psicologia allora in formazione avrebbe articolato in modo sistematico solo diversi anni più tardi: la consapevolezza che il disagio non nasca tanto dalla condizione oggettiva, quanto dalla resistenza ad essa, che la sofferenza sia il prodotto di una coscienza che si rifiuta di riconoscere il nuovo racconto del proprio sé. Simone Lampo esce di senno per l’ostinazione a non riconoscere il proprio stato, più che per la consizione misera in cui vive.

Messaggio tutt’altro che consolatorio, non avrebbe senso aspettarselo da Pirandello: nessun romantico, bucolico inno alla decrescita o ideologia del buon selvaggio, Nàzzaro non è un sapiente, né un modello da seguire ma banalmente la prima mano che il nuovo mondo in cui si trova a vivere gli tende. Nell’uccelliera Simone aveva ingabbiato l’anima sua, prima che imprigionarvi gli uccelli, deve aprirla e lasciar volare via questi per poter liberare sé stesso dal peso di una vita che non potrà mai più essere la stessa di prima. L’unico riscatto che gli rimane è quello dalla menzogna dell’identità sospesa, quel vivere in precario equilibrio su un filo senza decidersi da quale parte stare, l’ostinarsi a restare sul limite senza accettare il crollo per potersi adattare al nuovo status.

Tema di una contemporaneità imbarazzante, se pensiamo a quei milioni di persone che si trovano attualmente intrappolate tra una classe media in erosione e una precarietà che non riescono ancora ad accettare come condizione strutturale: il quarantenne con il mutuo e il contratto a termine che continua a comportarsi da borghese, magari prendendo in prestito da una finanziaria il denaro per le ferie, è un personaggio profondamente pirandelliano. Nàzzaro è la scheggia impazzita, il nomade digitale che ha rinunciato all’appartamento in città mollando l’aspirazione a chissà quale carriera per starsene in una baracca a coltivare un orto sociale, figure che la società dominante continua a guardare con un misto di compatimento e invidia, poiché la sua coerenza mette a disagio chi si trova ancora sul filo.


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