ETA Hoffmann, Don Giovanni. Racconto breve. Audiolibro
Hoffmann dedica nel 1813 un racconto breve al Don Giovanni di Mozart, pubblicato su una rivista musicale tedesca, nel quale si riconosce l’impianto semi-saggistico tra considerazioni storiche, filosofiche e culturali, riflessioni di ampio respiro sull’estetica della musica e del teatro. Un racconto fortemente speculativo sul tema del rapporto fra arte e vita.
Se nei racconti di Hoffmann è generalmente intuitivo il doppio binario tra dimensione fantastica e mondo fenomenico, ovvero tra l’idealismo romantico e il razionalismo illuminista, in questo la trama si muove su un terreno più spinoso: il protagonista ha l’impressione di vedere un corpo umano, sentire la voce e l’odore di una persona, dove quella persona non può trovarsi, avvertendone la presenza esattamente nell’attimo in cui questa muore. L’apparenza è quella di un fenomeno inspiegabile attraverso la sola ragione, ma come vedremo non c’è bisogno di scomodare il soprannaturale.
Si tratta in realtà di un fenomeno che le neuroscienze contemporanee chiamano più francamente Allucinazione del lutto (SED), nel quale si comprendono tutte quelle esperienze vivide, quasi sensoriali, del defunto, nell’immediata prossimità del trapasso: vedere, sentire, toccare, odorare o semplicemente ‘sentire’ la presenza della persona che non è più con noi. Più comuni di quanto molti non siano disposti ad ammettere, dato che pare siano state registrate in più della metà delle esperienze luttuose. Una variante di questo fenomeno è la cosiddetta Shared Death Experience (SDE) o “esperienza di morte condivisa”, in cui una persona riferisce di aver percepito, visto o sentito il morente, o di aver avuto la sensazione di accompagnarlo nel ‘transitus’ oltremondano, poco prima di ricevere notizia del decesso.
Le allucinazioni da lutto, beninteso, non vengono considerate necessariamente patologiche, né richiedono una giustificazione soprannaturale: sono piuttosto meccanismi adattivi del cervello, che aiutano a mantenere un legame emotivo con il defunto, elaborandone la perdita. Inutile dire che fattori come la privazione del sonno, l’età avanzata, un forte legame affettivo o (come nel caso di Hoffmann) un’esperienza estetica particolarmente intensa, possono favorirne l’insorgere.
Il caso rappresentato nel racconto implica un elemento di sincronicità fra l’allucinazione dello spettatore, che non conosce personalmente l’attrice, e le crisi di lei seguite dalla dipartita: l’uomo in pratica vive un’apparizione di crisi, pur essendo totalmente estraneo alla vita di lei, e nel momento esatto in cui la donna sta morendo da qualche altra parte; trattandosi di un’attrice che l’uomo ha visto una volta sola, sul palcoscenico, questo può rendere problematica l’idea di un lutto da elaborare. Di quale lutto parliamo, se i due non si conoscevano prima?
Anche questo fenomeno può spiegarsi in modo perfettamente razionale: si parla a questo proposito di embodied simulation (simulazione incorporata), per descrivere quel che accade quando entriamo in profonda empatia con qualcuno e nel nostro cervello si attivano le stesse reti neurali che si attiverebbero se fossimo noi a compiere quelle azioni, o a provare quelle sensazioni: non è un ragionamento consapevole, ma una risonanza motoria viscerale e automatica, lo stesso meccanismo che si considera alla base dell’esperienza estetica, o che si verifica in quello stato di esaltazione e sconcerto noto come Sindrome di Stendhal. L’arte muove le emozioni, amplifica gli stati emotivi, condiziona il focus attentivo, creando la condizione per un’ampatia profonda.
Se il corpo della cantante, aldilà della finzione scenica, tradisce segni di affaticamento, dolore e tensione, il sistema nervoso del protagonista li riproduce involontariamente, la sua percezione di una sofferenza nella voce di lei diventa il correlato di quella simulazione: una forma di empatia cinestesica o risonanza corporea in cui lo spettatore non sa bene perché, ma sente quel dolore, avverte il disagio e lo proietta nel mondo reale visualizzando la donna nello spazio, sentendone il profumo, la voce, il fiato sul proprio collo. In una performance dal vivo questa risonanza è amplificata dal ritmo condiviso tra l’attore e il pubblico (respirazione, movimenti di scena, pause, musica, testo), una comunione tutt’altro che mistica nasce dalla relazione tra corpi e menti nel mondo fisico.
L’attrice dunque, non solo comunica intenzionalmente quel che la partitura e la regia dello spettacolo le impongono di performare consapevolmente, ma trasmette un insieme di altri messaggi indipendentemente dalla sua volontà: espressioni nel volto, cambi di respirazione, tremori o alterazioni del timbro vocale, che non riesce a mascherare e non sono percepibili in modo indiscriminato da chiunque ma solo da chi è entrato in una condizione dell’empatia profonda con lei. Il cervello del protagonista, sprofondato in uno stato di concentrazione estrema e forte coinvolgimento emotivo, accomunato, amplificato ulteriormente dal sistema simbolico della rappresentazione, diviene ipersensibile a quel tipo di segnale; nel momento in cui riceve notizia della morte di lei, vede quest’ultima come una conferma a posteriori delle sensazioni che aveva provato nel corso della rappresentazione, o dell’impressione rimastagli a sipario calato.
In tutto questo il ruolo svolto dal tema stesso dello spettacolo, è tutt’altro che secondario: l’immedesimazione e la reciprocità della relazione attivata dal dispositivo rituale della performance musicale e teatrale, amplia in modo singolare il terreno della speculazione filosofica intorno al rapporto fra arte e vita, che è poi la questione cruciale per Hoffmann.
Bibliografia:
E. T. A. Hoffmann, Don Juan. Eine fabelhafte Begebenheit, die sich mit einem reisenden Enthusiasten zugetragen, scritto nel 1812, uscito anonimo in «Allgemeine musikalische Zeitung» (Lipsia, Breitkopf & Härtel), XV, n. 13, 31 marzo 1813, poi nel primo volume delle Fantasiestücke in Callots Manier (Bamberg, Kunz, 1814-15)
Birgit Röder, A Study of the Major Novellas of E. T. A. Hoffmann, Rochester, Boydell & Brewer, 2003, cap. 7 «Don Juan».
Castelnovo, Anna; Cavallotti, Simone; Gambini, Orsola; D’Agostino, Armando, «Post-bereavement hallucinatory experiences: A critical overview of population and clinical studies», «Journal of Affective Disorders», 186, 2015, pp. 266-274.
Sabucedo, Pablo; Evans, Chris; Hayes, Jacqueline, «Perceiving those who are gone: Cultural research on post-bereavement perception or hallucination of the deceased», 2023 (online 2020), doi 10.1177/1363461520962887.
Freedberg, David; Gallese, Vittorio, «Motion, emotion and empathy in esthetic experience», «Trends in Cognitive Sciences», 11, n. 5, 2007, pp. 197-203.