Woolf, De Gregori e il malinteso dell’artista «fuori dal mondo»

Nel recente chiacchiericcio sul rapporto tra arte e politica, le parole di Francesco De Gregori hanno avuto il merito di riportare la discussione sul terreno del rapporto fra creatività e militanza. L’artista, ha sostanzialmente sostenuto il cantautore, possiede una straordinaria opportunità: può entrare nella politica indirettamente, attraverso le sue opere, senza risolvere necessariamente in un Tambourine Man. Dopo aver letto il biascicato cicalare dei giornali e delle antisociali reti del narcisismo autoreferenziale in cui le voci si clonano come l’uomo dagli occhiali scuri in Matrix, il mio pensiero torna indietro di cent’anni.

Nel 1919 Katherine Mansfield accusò Virginia Woolf di vivere borghesemente fuori dal mondo, sprezzando e passando sopra la guerra non parlandone direttamente nella sua letteratura, chiudendosi in un erudito intimismo, mentre l’Europa calpestava l’Europa. Eppure basta leggerli, i suoi racconti, per capire che non è così. Woolf parla del suo tempo e prende posizioni, le prende eccome. Nei suoi primi racconti presta un’attenzione palesemente schierata alla condizione femminile: la vicenda personale di Phyllis e Rosamond, l’emarginazione sociale della ‘zitella’ Mistero di Miss V, la banalizzazione dell’intellettuale nelle Note biografiche di una romanziera.

La macchia sul muro sembra un deliquio intorno a un dettaglio insignificante, ma l’epifania finale rivela il senso di impotenza dell’intellettuale stesso nel 1914, davanti a una guerra che stava per devastare ogni cosa non lasciando altra scelta allo scrittore che fantasticare su una lumaca che risale una parete. Con Oggetti solidi, pubblicato un anno dopo la fine di quella stessa guerra nel 1920, questa posizione si fa ancor più evidente.

Il protagonista del racconto è un politico, con una brillante carriera parlamentare davanti a sé. Durante una passeggiata in riva al mare, raccoglie un piccolo frammento di vetro levigato e ne rimane ossessionato. Da quel momento comincia a collezionare detriti: pezzi di porcellana, ferraglia, frammenti abbandonati, materiali senza alcun valore apparente. La sua ossessione cresce fino a divorare completamente la sua vita pubblica. Dimentica gli impegni istituzionali, trascura il Parlamento, si allontana dagli amici, trasformando la propria casa in un deposito di detriti.

Quei detriti sono un chiarissimo riferimento alle macerie dell’Europa, devastata dalla Grande Guerra. Interi paesaggi ridotti a campi di macerie. Le città sono disseminate di detriti e l’esperienza collettiva è dominata da un trauma che ha modificato il rapporto stesso degli individui con la materia. Virginia Woolf sta raccontando un uomo politico che perde il lume della ragione contemplando i residui della guerra. Dove stia il disinteresse verso la politica e la storia in questo racconto, credo sia un tema su cui riflettere.

Dopo il conflitto, la materia inorganica sembra trionfare sulla carne, gli oggetti sopravvivono ai loro proprietari. Le cose durano più degli uomini. Le famiglie si vedono recapitare scatole di oggetti, in luogo dei corpi dei soldati caduti. L’ossessione di John diventa allora la rappresentazione di una società che ha smarrito il rapporto con la vita e si aggrappa ai propri relitti.

Non è nemmeno esatto pensare che Woolf abbia spinto in modo più diretto sul piano politico, storico e sociale, proprio un anno dopo la stroncatura della Mansfield, ma se torniamo indietro al 1914 e ancor prima, ai primi racconti, non mancano come si è detto in queste righe nemmeno lì rferimenti a temi che suggeriscono uan presa di posizione determinata rispetto alle questioni sensibili del suo tempo. Il flusso di pensiero della Woolf non è estraneo al mondo.

Tornando alle parole di Francesco De Gregori, cent’anni dopo lo sperimentalismo dei modernisti, la militanza non passa sempre e solo attraverso la composizione dei libelli alla Majakovsky, ma pu manifestarsi anche attraverso prospettive oblique, personali, che vanno a colmare altri spazi vuoti nel diabattito pubblico, riorientandoli. E’ una scelta degna di rispetto.


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