Virginia Woolf, Un collegio femminile dall’esterno

Il racconto “Un collegio femminile dall’esterno”, scritto tra il 1922 e il 1925 e originariamente pensato come parte di Jacob’s room (interessante questo aspetto modulare dei suoi racconti, che sembrano talvolta innestarsi l’uno nell’altro come parti di una composizione intertestuale che attraversa l’opera tutta dell’autrice), è considerato dalla critica un testo fondamentale per comprendere l’evoluzione del discorso di Woolf sull’educazione femminile. Qualcuno lo ha visto come un’interpretazione utpoica, una fantasia destinata poi a scontrarsi con la dura realtà del pregiudizio accademico, l’ideale del giardino protetto dove le studentesse possono vagare senza veli alla luce della luna, la speranza di formazione per le generazioni di giovani donne, che prelude a Una stanza tutta per sé. Ha una nota di romanticismo forse un po’ sovraccarica che potrebbe farlo apparire un po’ fuori dal mondo, ma è proprio quell’idea volutamente idilliaca, trasmessa dal corpo principale del racconto che si scontra poi con la fine dell’adolescenza, quando la ragazza ormai diciassettenne è prossima a uscire dall’istituto, per entrare nella vita reale: il passaggio dalla notte all’alba simboleggia l’intrusione di una realtà opposta, un mondo tutt’altro che protetto e incontaminato. Il mondo governato e dominato dagli uomini, che attraversa tutta la produzione militante di Woolf. Bisogna dire che dopo il 1928, quando l’autrice visiterà davvero i college femminili, la sua opinione cambierà drasticamente, inizierà a considerarli più simili a prigioni o caveau di cattedrali. Questo discorso spiega e giustifcia il titolo, apparentemente dissonante rispetto al contenuto: lei racconta come il college appare dall’esterno, descrivendone l’interno dalla prospettiva di una collegiale.

La notte nell’istituto è descritta come un pascolo brado, una ricchezza virtuale dove le regole del giorno sono sospese, ma mentre le giovani studentesse ridono e giocano a carte, trasgredendo simbolicamente orari e disciplina, le anziane docenti dormono profondamente, pronte a riprendere la loro bacchetta d’avorio (il comando) solo al risveglio e Angela pensa tra sé al motivo per cui è lì, per guadagnarsi da vivere, le tornano allora in mente i sacrifici economici della famiglia, gli assegni del padre e la madre che lava nel retroucina: lei stessa è il prodotto di una società i cui il destino della donna è comunque la sottomissione a un mondo govenato dagli uomini. Pensa ai cartoncini sulle porte, che riducono i nomi delle ragazze alla sola iniziale, chiamandole per cognome ovvero col nome del padre. Confrontare questa descrizione del college dall’esterno, con quella successiva alle sue visite reali negli istituti, che troviamo in Una stanza tutta per sé, è quanto mai indicativo della differenza tra il mondo come no lo vorremmo e il mondo qual’è.


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