Sai riconoscere un proverbio? Astrazione e modelli

Illustration artwork by Federico Berti. Created with Gimp/Qwen

Negli studi di paremiologia1, i proverbi vengono generalmente definiti e classificati per lo più in base alla loro forma (struttura linguistica, caratteristiche come brevità, ritmo, metafora, struttura) o eventualmente a una vaga origine ‘tradizionale’. In questo articolo si vuol spostare l’attenzione dall’aspetto formale o identitario, alla funzione che questo tipo di enunciato svolge all’interno di un discorso: un cambio di prospettiva indispensabile a rendere conto della varietà morfologica in cui si presentano i proverbi nella letteratura sapienziale antica e nelle raccolte etno-antropologiche più recenti, nonché della varietà di contributi culturali in un modello di società sempre più fluida e multietnica come quella in cui viviamo.

Quando pensiamo ai proverbi, diamo per scontato di saperli riconoscere al primo ascolto: frasi brevi tramandate oralmente attraverso le generazioni, che esprimono verità indiscutibili o insegnamenti morali condivisi dal senso comune, attraverso un linguaggio figurato e memorabile. Si tratta però di una definizione aleatoria, dato che i repertori di proverbi sono in realtà piuttoto nebulosi e variegati, possono differire sia a livello individuale, sia a livello dei gruppi sociali, difficile parlare di una tradizione comune, lo stesso proverbio si ritrova in repertori regionali diversi, in forme diverse, più o meno elaborate, più o meno essenziali2. A volte esposti in modo essenziale, come nella Torah o in alcune raccolte medievali e rinascimentali, altre volte elaborati nel ritmo, nel linguaggio, nella musicalità con varianti dialettali, gergali, idiomatiche. L’origine e la forma dei proverbi sono in realtà un falso problema, se volessimo darne una definizione davvero credibile dovremmo semmai risalire alla funzione che questi assumono all’interno di un discorso, per risolvere almeno il problema delle ambiguità classificatorie: non tanto quel che sono, ma a cosa servono e come si usano.

Proviamo a sviluppare questa traccia. Il termine proverbio3 deriva dalla combinazione di due elementi latini: il sostantivo verbum (parola) preceduto dalla preposizione pro (per) che può voler dire molte cose diverse ma nel nostro caso va intesa nel senso della sostituzione o del supporto: il proverbio sostituisce, previene o riassume l’argomentazione logica con l’autorità della tradizione, la spiegazione dettagliata con l’immagine evocativa, il ragionamento astratto con l’esempio concreto; la parola proverbiale non aggiunge informazioni al testo, ma lo condensa e lo trasforma in un refrain (ritornello)4, attraverso l’uso consapevole di un motto preesistente, che la comunità ha elaborato e validato attraverso generazioni di utilizzo. La competenza del parlante o dello scrivente sta nella conoscenza di un numero congruo di proverbi5, tale da poter trovare sempre quello adatto alla chiosa di cui ha bisogno, e nella composizione che gli permette di inserire il proverbio giusto al momento giusto, o di dargli una forma piacevole e memorabile.

Il meccanismo della sostituzione implica dunque un processo di astrazione e modellizzazione6: l’esperienza particolare viene generalizzata in principio universale, servendosi di una elaborazione metaforica da comprendersi più in modo intuitivo che attraverso un processo logico-deduttivo. Il proverbio parla cioè nel linguaggio della poesia, pur nato dalla capacità collettiva di estrarre dall’esperienza concreta modelli applicabili a varie situazioni, o di cui l’enunciato possa porsi come sintesi allegorica. Funziona come una clavis magna7, una chiave interpretativa che orienta la comprensione di situazioni presenti attraverso il richiamo a pattern riconosciuti dall’esperienza passata. Questa caratteristica spiega l’efficacia persuasiva (quindi, potenzialmente manipolatoria8) del proverbio: non abbiamo bisogno di argomentare ulteriormente la validità di quel che stiamo dicendo, perché la comunità l’ha già fatto per noi, quindi in teoria abbondando nel formulario sapienziale possiamo confondere l’interlocutore, influenzan-done subdolamente le opinioni.

In questa prospettiva, l’identificazione di un enunciato classificabile come proverbio non dipende tanto dalle sue caratteristiche formali, quanto dal riconoscimento della sua funzione: l’originalità dei proverbi sta nel contributo a una narrazione combinatoria9 delle cose: il proverbio è una sentenza breve che, indipendentemente dalla sua forma e origine, è entrata col tempo nell’uso comune per indicare in senso metaforico principi astratti, validi per esemplificare discorsi complessi. I proverbi sono insomma imagines agentes, per utilizzare la terminologia dell’ars memoriae tardo classica, medievale e rinascimentale: immagini mentali che fungono da unità di pensiero canonico, luoghi comuni concettuali spendibili in qualsiasi ragionamento. Nella tradizione retorica antica, s’intendeva per imago mentis una figura mnemonica attraverso cui l’oratore poteva facilmente richiamare interi complessi argomentativi alla mente. Il proverbio rende immediatamente disponibile un intero patrimonio di riflessioni ed esperienze collettive: questa funzione di imago mentis10 ne spiega l’universale riconoscibilità del proverbio e adattabilità ad ogni contesto storico, culturale e linguistico: non è solo un enunciato, ma presume la costruzione di un’architettura cognitiva che organizza il pensiero e facilita l’accesso a schemi interpretativi condivisi. In questo senso, ogni proverbio funziona come un topos11, un luogo comune, non nel senso deteriore del termine ma nell’accezione tecnica della retorica: un deposito di argomenti e schemi di pensiero immediatamente utilizzabili per l’interpretazione e la costruzione del discorso.

In questa prospettiva, qualsiasi frase breve, semplificata, di contenuto sapienziale, può in teoria rifunzionalizzarsi come proverbio. Questa ridefinizione in base alla funzione e alla presunzione di ascendenza, consente di risolvere il problema derivante dal paradosso di una società sempre più fluida, multiculturale, in cui tradizioni diverse trovano una configurazione unica e irripetibile in ogni parlante e la trasmissione orale del sapere è ormai in gran parte delegata a supporti esterni: si scrivono e riscrivono continuamente proverbi, mutuandoli da compendi e repertori che vantano origini europee, greco-latine, africane, slave, sino-mongole e così via, tutti mutuati da trascrizioni colte ad opera di letterati che li hanno già tradotti in forma scritta, funzionale al revival ovvero a quella nebulosa idea di ‘tradizione’12 buona per tutti i contesti.

Note

1Paremiologia è il nome dato allo studio dei proverbi, dal greco παροιμία (paroi-mía) che vuol dire per l’appunto proverbio. L’etimologia greca deriva a sua volta da παρα- (para-), che significa presso o accanto, e οἴμη (oímē), che signi-fica canto o racconto: il termine greco sembra distinguersi da quello latino, per un diretto richiamo al canto e alla narrazione. Questo accostamento assume un rilievo particolare, quando si pensa alla pradica della rapsodomanzia, in uso tra i Greci, che consisteva nel trarre auspici divinatori da versetti dei poemi omerici estratti a caso, a ognuno dei quali veniva accordato lo status di paroimía: canto, poesia e narrazione si esprimevano attraverso il linguaggio sapienziale dei pro-verbi.

2Sull’interesse storico per il rapporto fra proverbi e territorio in Italia, si rimanda al fondamentale contributo di Temistocle Franceschi, Il proverbio e la scuola geoparemiologica italiana, in: ‘Bollettino dell’Atlante linguistico italiano’ 3. s., disp. 18 (1994) p. 27-41.

3Si riporta la definizione data nel Vocabolario Treccani, alla voce Proverbio: “ s. m. [dal lat. proverbium, der. di verbum «parola»]. – 1. Breve motto, di larga dif-fusione e antica tradizione, che esprime, in forma stringata e incisiva, un pensie-ro o, più spesso, una norma desunti dall’esperienza. Per estens., andare, passare, venire in proverbio, con riferimento a situazioni e più spesso a particolari qualità di una persona o di una cosa che si citano come esempio caratteristico (lo stesso che diventare proverbiale): l’astuzia di Ulisse è passata in proverbio”.

4Sulla funzione del refrain, non solo musicale, come strumento cognitivo, didat-tico, potenzialmente manipolatorio, si veda Emiliano Bazzanella, Il ritornello. La questione del senso in Deleuze-Guattari, Milano, Mimesis, 2005

5Nel Dialogus Samonis et Marcolphi, un’operetta anonima medievale del VI secolo, il contadino Marcolfo compete col sapiente Re Salomone a suon di proverbi che si contraddicono tra loro. Lo stesso schema che Piero Camporesi, La maschera di Bertoldo, Milano, Il Saggiatore, 2022, ritrova fra il montanaro Bertoldo e il longobardo Re Alboino, nelle Astuzie di Bertoldo, opuscolo a stampa distribuito nelle piazze bolognesi dal cantastorie persicetano Giulio Ce-sare Croce nel XVII secolo.

6Archer Taylor, op. cit., descrive il proverbio come un prodotto della saggezza popolare che racchiude modelli universali, derivati dall’esperienza, trasmessi tramite un linguaggio figurato, spesso metaforico e poetico, più intuitivo che logico. Il proverbio dunque serve a sintetizzare e ordinare conoscenze culturali, piuttosto che fornire dati nuovi, agendo come una chiave per comprendere situazioni concrete in vari contesti.

7La clavis magna secondo Leibniz, nell’Arte Combinatoria (1666), è un sistema simbolico e combinatorio universale che funge da “grande chiave” per rappre-sentare tutto il sapere umano. Permette di scomporre conoscenze complesse in elementi semplici da combinare secondo regole precise, favorendo l’unificazio-ne, la verifica e la scoperta di verità tramite calcoli logici e formali. Una chiave universale del sapere.

8Sull’uso manipolatorio dei proverbi nel linguaggio della pubblicità, si veda il prezioso contributo di Cristina Tejedor Martínez, Proverbs also have nine li-ves: the use of proverbs in advertising, in: ‘Fraseolex’, Revista Internacional de Fraseologia y Lexicologia, eISSN: 2938-155X, Vol. 3 · 2024.

9Si veda a questo proposito l’approfondimento sulla narrazione combinatoria in Federico Berti, La sapienza dei servi, in: Memoria. L’arte delle arti, Bologna, Streetlib, 2022

10Giordano Bruno, De Umbris idearum, 1582, parla di imago mentis (immagine mentale) come di una rappresentazione imperfetta della realtà da parte della mente umana, che non potendo lavorare direttamente sulle le idee in sé, inter-viene sulle loro ombre, ovvero queste umbratili immagini di memoria mediate attraverso i sensi e l’intelletto. Le immagini mentali sono ‘sinestesiche’, non passano solo attraverso la vista, ma coinvolgono i sensi e sono mediate dall’in-telletto. Il proverbio, nella definizione qui proposta, non è che l’immagine mentale verbalizzata di un principio o un precetto condiviso, modellizzata in modo tale da essere contestualizzabile e riconoscibile.

11Lo pseudo Cicerone della Rethorica ad Herennium introduce il concetto di ima-gines agentes (immagini agenti) ossia figurazioni vivide, sorprendenti o emo-zionanti, con le quali si costruiscono le architetture mentali nell’ars memoriae antica. Tra i Greci era in uso codificare dei repertori condivisi di immagini agenti come un formulario di luoghi comuni (topoi) in grado di condensare e trasmettere schemi di pensiero pronti all’uso. I proverbi sono immagini mentali che rimandano a luoghi comuni condivisi nella rappresentazione e nella com-prensione del mondo

12Si rimanda a Eric Hobsbawm, The Invention of Tradition, Cambridge Universi-ty Press, 1983, sul fenomeno delle tradizioni ritenute antiche ma in realtà di recente formazione, talvolta costruite in risposta a mutamenti sociali e culturali, dove la continuità con un passato idealizzato è solo apparente e funzionale alla legittimazione dell’identità collettiva. Applicato ai proverbi, questo concetto aiuta a comprendere come questi vengano continuamente riscritti, adattati e risi-gnificati in contesti multiculturali, dinamici, nell’ambito dei quali agiscono come sistemi flessibili di conoscenza sapienziale la cui funzione non è stretta-mente legata alla loro origine storica, all’attribuzione autoriale o alla forma linguistica, riflettendo piuttosto un intreccio di relazioni culturali in continua e-voluzione. La tradizione presunta agisce in questo caso al pari di una autentica.


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