Come la violenza nell’educazione genera i mostri che teme
Quando pensiamo a Richard Adams, la mente corre alle praterie di Watership Down, alla saga epica del suo romanzo più celebre, “La collina dei conigli”, da cui è stato tratto un film di animazione nel 1972. In una raccolta di short novel curata nel 2010 da Neil Gaiman e Al Sarrantonio, troviamo un racconto breve dello stesso Adams, che tanto si discosta dal repertorio più noto dell’autore, da farlo quasi sembrare un caso di omonimia letteraria. Il racconto si apre con un disclaimer, che il fatto narrato sia realmente accaduto in un collegio britannico nel 1938: non siamo dunque nel campo della favola antropomorfa, cui più comunemente associamo Adams, ma in un realismo psicologico che quasi rimanda alle tormentate visioni di Edgar Allan Poe.
Il riferimento temporale si colloca nel periodo della formazione scolastica dell’autore, allora diciottenne, un’epoca in cui i collegi britannici mantenevano tradizioni autoritarie, sovente brutali, di rigore e violenza corporale. L’ambiente del collegio viene descritto da una prospettiva che enfatizza la sofferenza psicologica del protagonista Philip: il linguaggio è crudo, diretto, lontano dal lirismo naturalistico di Watership Down, non c’è spazio per la poesia ma solo per la violenza istituzionalizzata, di un sistema educativo che sembra progettato per spezzare la volontà e l’autostima dei soggetti più fragili. Una forma di bullismo istituzionalizzato.
Il coltello assume quindi un valore simbolico multiplo: è simultaneamente l’arma di un delitto, ma anche uno strumento di liberazione e dannazione, oggetto del desiderio e della paura. Adams deliberatamente collega la fantasia violenta del ragazzo, con l’immaginario della crona canera che si leggeva nei giornali degli anni ‘30. L’arma sembra comparire casualmente nella vita del ragazzo, che afferma di averlo ritrovato casualmente nel bosco durante una passeggiata, ma dato il precario equilibrio della sua mente si adombra l’eventualità che lui stesso ve l’abbia posto in un momento di delirio precedente.
Nel racconto però si ritrova anche un’analisi spietata delle dinamiche sociali che permettono e alimentano il bullismo sistematico: Jones e Brown, i compagni di Philip, incarnano la complicità passiva di chi assiste alle violenze senza intervenire. La descrizione del contesto sembra quasi rendere il delitto non solo accettabile, ma giustificabile addirittura. La figura di Stafford, il sadico, autoritario capo prefetto, è espressione del rigore che travalica i limiti della didattica, un uomo che utilizza il potere istituzionale per soddisfare una personale brama di dominio sul corpo delle sue vittime.
Adams non entra nel merito, non descrive questo personaggio se non con vaghi tratti dalla testimonianza del giovane assassino, lo presenta come una forza distruttiva pura. Questa scelta narrativa spinge il lettore a concentrarsi sul meccanismo istituzionale che rende possibile l’abuso, piuttosto che sulla motivazione individuale, ed è proprio questo slittamento di prospettiva a rendere il racconto così straordinario, a farci quasi parteggiare per l’assassino.
La descrizione dell’omicidio è di una precisione chirurgica che contrasta drammaticamente con lo stile di Adams in Watership Down, inducendo quasi (come si è detto) a ipotizzare un caso di omonimia letteraria. Il racconto inizia con una voce esterna che descrive gli eventi, voce che più avanti si rivela esssere il padrino del ragazzo: non è un vero e proprio cambio di registro, ma una rivelazione che apre alla chiusa inquietante. L’adulto infatti comprende e protegge il giovane assassino, mantiene il segreto, dando al fatto di cronaca nera un taglio da tragedia greca, nel quale ci si interroga sull’etica e la morale del cittadino britannico davanti a un omicidio che nasce da una sistematica demolizione della psicologia dell’assassino, che agli occhi del lettore viene presentato come a sua volta vittima di un sistema altrettanto criminale. Il racconto pone interrogativi morali che restano aperti.
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