Qual’è coll’apostrofo? La rivolta delle apocopi e la troncatura del troncamento

L’ufficial del censimento m’ha accollato cinquantun primavere sulle spalle, da trenta sbarco il lunario scrivendo, suonando e oliando le rotelle delle memorie che s’inceppano, come da codice Ateco. Pur avendo pubblicato qualche libercolo, tuttora nonostante la mia competenza linguistica un po’ più che elementare, vi son cose in cielo e in terra che continuano a suonarmi nell’orecchio in modo tal che può far taluni inorridire. Quand’ero un garzoncello scherzoso me ne sarei fatto probabilmente un complesso, ma trovandomi ora nella condizione di quel che s’è guadagnato qualche galloncello sul campo, proprio su questi temi, ho smesso di preoccuparmi e anzi, provo a guardare oltre. Una delle storture che continuano a scorrermi tra le dita sulla tastiera, oltre alla terza persona del verbo essere in lettera maiuscola seguita dall’apostrofo anziché accentata (cui mi ripropongo di dedicare prima o poi qualche migliaio di endecasillabi a intarsio) c’è quell’apostrofo che gratta come le unghie sulla lavagna nelle orecchie di molti: “Qual’è”.
Ogni volta che lo rileggo sento squarciarsi le nubi e una voce tuonar dall’alto: “Apocope!”, ma poi mi fermo a riflettere sui massimi sistemi della lingua e tutte le volte risolvo di lasciarlo così com’è. Qualcuno avrà notato che in alcuni scritti di Carlo Collodi quell’apostrofo s’imbelletta bel bello brilluccicando tra le righe, mentre nelle pagine valorosamente vergate dalla Lettera 33 di Leonardo Sciascia, mi avvedo che fino all’anno del Signore 1972 egli scrisse tranquillamente qual’è coll’apostrofo, solo gli editori gli troncavano il troncamento nella stesura finale, e lui tornava a poi rinfilarglielo puntuale, quello sfacciato d’un marocchino. Leggo poi del dottissimo linguista Salvatore Claudio Sgroi, il quale veemente appoggia senza riserva l’opportunità di apostrofare, sostenendo che nella lingua italiana moderna sia ormai caduto in disuso il qual, sostituito dal quale e in tal caso dunque o poffarbacco l’elisione è palese, l’apostrofo sacrosanto. Persino i Tre Cani dell’enciclopedia e quel Cruscarol dell’Accademia che insegna a Roma Tre, hanno ammesso che la grafia mutila dell’accento è consigliata, in quanto l’evoluzione del linguaggio non ha ancor raggiunto una tal maturazione da poterne ratificare il cambiamento, quel gambetto a mezz’aria può suscitar l’irritazione in taluni e in tal caso tanto vale adeguarsi per tempo.
Vedo insomma infuriare intorno a me una tempesta di accesi pamphlet, poi penso che da scrittore qual sono mai e poi mai chiederei al cameriere in trattoria qual sia il piatto del giorno, non ho dubbi a riguardo. Ed ecco che sul più bello sento alle mie spalle il Riccetto di Pier Paolo Pasolini, che con un rutto sordo ride a bocca aperta mostrandomi le malmanducate fettuccine, e allora mi ricordo che la lingua nasce parlata, non scritta. Se nella mia mente sottintendo un quale, allora l’apostrofo è conseguenza irrinunciabile; sono ragionevolmente persuaso che un Carlo Emilio Gadda mi darebbe ragione, e un Gianni Rodari forse coglierebbe l’occasione per comporre una favola sull’apostrofo deriso, tirato giù dal palco, preso a schiaffoni, esiliato come un poverocristo senza tetto né legge. Sento già le risate di un Jack Kerouac, che corre dietro ai tasti della macchina da scrivere inseguendo le note del sassofono di John Coltrane, pensando che l’apostrofo in quell’estasi letteraria sarebbe l’ultimo dei suoi problemi, e credo che un Charles Bukowsky risolverebbe il tutto con una bella pisciata dietro la siepe e una pinta di birra.
Se fosse qui Filippo Tommaso Marinetti, sproloquierebbe per due o tre ore davanti a un fiasco di vino sul concetto di avanguardia linguistica, quei valenti e prodi castigatori della morfologia che sfidano il lezzo dei molli culi da cattedratico dopo aver fiutato come segugi l’odore del cambiamento linguistico nell’aria, i primi a scriverlo come forse un giorno si scriverà, fregandosene delle bacchettate sulle nocche. Scolata la bottiglia, il Marinetti monterebbe molto probabilmente a bordo di un biplano per volantinare qualche decimigliaio di qual’è su Fiume e Capodistria. Del resto come ricordava il monacello di Barbiana, persino sul dialetto c’è chi vorrebbe insegnare ai poveri la lingua dei poveri e si permette di sindacare su troncamenti, elisioni, apostrofi, trascrizioni fonetiche, formulando grammatiche nate già vecchie, perché la lingua si evolve ad ogni singola parola che viene pronunciata dai suoi parlanti.
Così mi risolvo a non correggere quell’apostrofo, ogni volta che mi scappa tra le dita è segno che nell’orecchio mi suonava proprio quella parola lì: quale, non qual. E quando verranno a chiedermi per qual motivo mi ostini ad apostrofare la ‘e’ maiuscola accentata, risponderò che se nella tastiera non l’hanno messa, posso mica arricciargliela ogni volta a mano colla stilografica. Se a qualcuno pruderanno le mani, dovrà farsene una ragione poiché come disse quello, la lingua è fatta per l’uomo, non l’uomo per la lingua. Mi perdoni il lettore l’irriverenza e la digressione, prometto di non tornare a tediarlo con tali questioni che potranno parergli di lana caprina, ma che vanno a pescar nel torbido della ricerca linguistica e della traccia stilistica di ogni scribacchino, quale io medesimamente sono. Auguro a voi salute e figli maschi. Buona apocope a tutti .