Perché i proverbi nella Bibbia sono 513
Il testo più venduto al mondo, la Sacra Bibbia, contiene un libro interamente dedicato ai proverbi e detti sapienziali attribuiti al mitico re Salomone e al profeta Ezechia. Nella redazione attuale il numero complessivo di questi detti sarebbe 513, rispettivamente 375 al primo e 128 (o meglio un numero compreso fra 130 e 140, secondo le lezioni del testo antico) al secondo. Secondo una parte dell’ebraismo, in modo particolare nelle speculazioni ermeneutiche della cosiddetta gematria, questi numeri corrisponderebbero al valore numerico attribuito ai nomi dei presunti autori, Salomone ed Ezechia. Si, ho inteso proprio ‘valore numerico’: secondo la cabala antica, a ogni lettera dell’alfabeto ebraico andava associato un valore numerico, numeri e lettere venivano scritti con lo stesso carattere. La somma dei due repertori che compongono il Libro dei Proverbi dunque, pari a 513, viene comunemente associata al valore numerico della parola ebraica Besorah, letteralmente ‘buona novella’, da intendersi come la sapienza stessa.
Bisogna tener presente che la scelta del canone biblico non si può attribuire storicamente a un solo autore e non è avvenuta in un momento preciso, documentabile, ma è il risultato di un processo redazionale durato non meno di cinque secoli, dal cosiddetto periodo monarchico alla diaspora. Si ritiene che la struttura complessiva dell’opera abbia preso la forma attuale intorno al V secolo a.C., ad opera di scribi operanti a Gerusalemme durante la dominazione persiana. Si sarebbe trattato di una ricerca sulle tradizioni religiose israelitiche e i detti sapienziali da trasmettere ai giovani, per ragioni sostanzialmente identitarie, come in tutte le operazioni di questo tipo: la ricerca etnografica è da sempre funzionale all’affermazione di un’identità etnica, generalmente affiancata da un progetto politico di indipendentismo. L’attribuzione a uno pseudo Salomone conferiva autorevolezza al testo, consentendone l’assimilazione nel canone.
Secondo il Primo Libro dei Re, la selezione avvenne su un repertorio di circa 3000 detti sapienziali attribuiti al mitico monarca, ma questa tesi non è documentabile anzi, da un punto di vista puramente filologico è dimostrato che molti dei proverbi contenuti nel libro sono espressione di una sapienza popolare che attinge a tradizioni non israelitiche, arabe o addirittura egizie come l’antico Insegnamento di Amenemope. Non è dunque dimostrato che fossero tre migliaia in un corpus ‘originario’, semplicemente gli scribi hanno scelto fra i tanti detti della tradizione orale quelli che ritenevano più funzionali e coerenti con il loro progetto pedagogico: l’evoluzione della società avrebbe reso obsoleti alcuni detti, producendone o consolidandone altri.
In pratica, le massime contenute nel libo dei proverbi non sono state raccolte in numero tale da corrispondere al nome, nessun disegno matematico è sotteso alla composizione del repertorio. La documentazione disponibile dimostra al contrario che il Libo dei Proverbi non nasce come un’opera unitaria pianificata da un singolo autore, ma si forma gradualmente come un’antologia che raccoglie un patrimonio sapienziale formatosi nel tempo. Si susseguono nel testo senza un ordine logico e non mancano le ripetizioni. Lo schematismo dei numeri che scandiscono il testo è venuto a formarsi in epoca successiva, aveva una funzione pedagogica e mnemonica. Questo naturalmente non deve sminuire l’importanza della speculazione numerologica intorno al testo, ma la si deve intendere come una tradizione ermeneutica e speculativa, non come una struttura profonda immanente al testo. Non rientra nell’intentio auctoris o nell’intentio operis, ma piuttosto nell’intentio lectoris.
L’interpretazione numerologica si sviluppa verso metà del Novecento, è una teoria accademica: un eminente biblista americano, monsignor Patrick W. Shekan propose l’ipotesi che i redattori della Torah avessero pensato l’opera come un tempio badato sulle corrispondenze numeriche, associando al 375 una sorta di ‘sigillo’ salomonico, attribuendo alle diverse trascrizioni del nome di Ezechia il valore della seconda parte oscillante fra 130-140. Roland E. Murphy ipotizzò che i redattori potessero aver usato la gematria non tanto per scopi puramente speculativi, ma come espediente organizzativo dei contenuti da parte degli scribi. Otto Eissfeldt approfondì il conteggio dei versetti in cerca di conferme alle due precedenti ipotesi.
Negli anni ’90 però la tesi venne smentita su basi piuttosto solide. Michael Carasik dimostrò, documenti alla mano, che i conti non tornavano se non forzando l’ortografia ebraica dei nomi o cambiando arbitrariamente i criteri di computo (ad esempio, saltando alcuni versetti, o alternando il conteggio delle righe rispetto a quello delle sentenze). L’ipotesi è tata destituita di credibilità: gli studiosi avevano proiettato sull’opera i loro schemi interpretativi, per smentire le accuse di incoerenza e frammentarietà mosse alla letteratura biblica. Quindi no, il 513 non corrisponde alla buona novella anticipatrice del Vangelo, il 375 non è la firma di Salomone, né il 130-140 quella di Ezechia.
Le considerazioni qui fatte andrebbero confrontate con le altre raccolte di proverbi e testi sapienziali del mondo antico, le quali rispetto all’età moderna e contemporanea risultavano decisamente più contenute, non le monumentali enciclopedie paremiologiche a cui siamo abituati oggi ma brevi compendi e manuali didattici. L’Insegnamento di Amenemope ad esempio, compilato nell’Egitto del XIII-XI secolo, contava 30 stanze o capitoli, corrispondenti ai 30 giorni del mese solare, l’intera letteratura sapienziale si dispiegava in una quindicina di testi. Anche le tavolette sumere, che risalgono al II millennio prima dell’Era Volgare, hanno restituito raccolte strutturate come brevi elenchi di ammonimenti, non come raccolte enciclopediche. Le sentenze dei Sette Sapienti nella Grecia ellenistica del III secolo a.C., incise in una stele ritrovata nella Battriana (attuale Afghanistan), riportava in tutto 150 sentenze morali; lo stesso Aristotele aveva compilato un secolo prima un libro di Paroimìai, disseminando in tutta la sua opera non più di 120 detti. Il Libro del Siracide, duecento anni prima di Cristo, ne contiene un centinaio.
Possiamo dire che le prime raccolte veramente ‘enciclopediche’ di proverbi, risalgono solo all’età moderna: la prima edizione degli Adagia di Erasmo è del 1503 e conta 818 detti, poi cresciuti a 3260 nel quinquennio successivo e 4151 venticinque anni dopo. La più impressionante è quella di Francesco Serdonati, che in quello stesos periodo arriva a metterne insieme la bellezza di 26018. Non parliamo poi delle metastasi editoriali sviluppatesi con lo sviluppo delle scienze sociali, dell’etnografia, sociologia, antropologia culturale, considerando anche le nuove prospettive introdotte dal cosmopolitismo, dall’internazionalismo, dal colonialismo e dalla globalizzazione: queste raccolte, dall’indubbio valore documentario, sono però inutilizzabili dal punto di vista pratico proprio per la vastità di un materiale difficile da memorizzare, interiorizzare, pieno com’è di doppioni e sovrapposizioni sia formali, che sostanziali.
In buona sostanza, nel mondo antico un’opera sapienziale non si proponeva di raccogliere tutto lo scibile, l’approccio non era di tipo enciclopedico ma si pensava piuttosto a selezionare un ridotto numero di massime spendibili in un dato contesto culturale, storico, politico, economico, da ‘ruminarsi’ a mente e tramandarsi nell’arte, nella poesia, nella musica. Questa la differenza tra i 513 proverbi dell’Antico Testamento e i 26018 del Serdonati.