Le orme del gigante.


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Le orme
del gigante

Il Boia dell’Alpe n.4
Thriller italiano

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La temperatura m’indurisce le mani, fan quasi male. Non passa il sangue, perdo sensibilità nelle dita e l’alba non si decide a venire. Ogni tanto un ramo si scrolla di dosso la neve, con un tonfo sordo la sento cadere; mi sembra d’essere dentro una nuvola di ghiaccio. Non ho scampo lo so, prima o poi mi troveranno. Si, lasciare una traccia. Come quel poveretto che vagava tutto solo nel bosco terrorizzato, le sue impronte eravamo in due a risalirle per capire cosa l’avesse gettato nel panico, tagliavano la distesa innevata dei campi. Le vedo scomparire dietro molti orizzonti sovrapposti che la montagna disegna al mio sguardo, riappaiono più in là, poi tornano invisibili fin quando la foschia non le inghiotte nel suo grigio pallore. Camminiamo a lungo attraverso quei declivi che salgono e scendono dall’Alpe, non vedo altri segni intorno. L’ampiezza del passo indica un’andatura sostenuta, ogni tanto una buca e la neve smossa intorno suggeriscono una caduta, un inciampo. Non ci sono altre impronte, “Lupo è arrivato fin qua da solo” osserva la mia compagna, “Non lo inseguiva nessuno. A meno che non scappasse dalle cornacchie!”. Sorride, come dire stiamo perdendo il nostro tempo; continuiamo a camminare.


“Quegli occhi sottili, quelle espressioni
impenetrabili, quelle smorfie taglienti
che ho visto nei giorni scorsi
devo ammetterlo, turbano anche me.
La mia amica è giovane penso, non
ha polso. la cattiveria non è dei bambini”


Attraversiamo un bosco di querce ricurve sotto il peso della massa nevosa, al riparo fra gli alberi la traccia molte volte si perde oltre un sasso, un ramo caduto, un fosso congelato, si fatica a tenere l’orientamento e notiamo nel percorso del fuggitivo repentini cambiamenti di direzione. In alcuni punti addirittura torna a incrociare traiettorie già segnate in precedenza, come se non sapesse da che parte andare. Una cento mille impronte, nemmeno fosse passata di qua una mandria di bufali, ma tutt’intorno al bosco due soltanto le gambe che entrano e due quelle che n’escono.

La suonatrice di mandolino continua a masticare nervosamente, ogni tanto sospira annoiata. “Mi chiedo il perché di tanto affanno, che stiamo a fare qui”, protesta sedendo s’un tronco rovesciato, sepolto in buona parte durante la tormenta. “E’ entrato, ha perso la strada e s’è agitato”. Dietro le sue spalle s’apre una radura illuminata; la ragazza è ancora molto giovane, il naso a punta scolpito come quello d’una statua greca, pupille color del cielo, labbra che reclamano i baci di Adone. Forse un po’ stanca, mi dico. Siedo anch’io al suo fianco, respiriamo a pieni polmoni.

“Non capisco”, penso ad alta voce. “Sembrano tutti impazziti”. Mi riferisco al comportamento dei bambini, da qualche tempo insolitamente nervosi. A volte fan paura. Lei conferma la mia sgradevole sensazione: “Davo lezioni di canto, ho dovuto smettere perché non li tengo più. Sono irrequieti, rumorosi violenti”. Lo avevo notato anch’io. Pensavo fosse il disagio della civiltà, il crollo dei valori tradizionali, forse c’è dell’altro: quegli occhi sottili, quelle espressioni impenetrabili, quelle smorfie taglienti che ho visto nei giorni scorsi, devo ammettere turbano anche me.

“Elias e Murad si son presi a pugni stamattina, credo litigassero per lo slittino. Non l’ho mai visti così, una luce inquietante negli occhi. Provo a dividerli, quelli si rivoltano inferociti; uno mi morde la mano, l’altro inizia a tempestarmi di calci e pugni. Non c’è verso, mi tocca lasciarli scannare tra loro. Guarda che lavoro!”. Mi mostra il segno dei denti. Bambini di sette anni. Graffi e morsi alla maestra di musica. La mia amica è giovane penso tra me, non ha polso. La cattiveria non è dei bambini. Eppure, nel sentirla parlare mi torna in mente l’espressione in quei volti a Pian di Maggio, le bambine in girotondo. M’impongo di non pensarci.

Le impronte conducono a un caseggiato a poca distanza, c’è un camino acceso. “Muoviamoci” dico, infreddolita e stanca vorrei scaldarmi, se possibile bere qualcosa di caldo. Bisogna avere pazienza. A un tratto cade l’occhio s’uno scintillio nella neve, un raggio di sole peregrino ha bucato la spessa coltre delle nubi restituendo le ombre agli oggetti; riesco a distinguere un monile a pochi passi da dove sono, m’avvicino, m’inginocchio, lo raccolgo: un rosario tutto d’oro, quelli d’una volta che s’infilavano al dito. Deve averlo perso il Lupo, nessun altro è passato di qua dopo la bufera.

Ci guardiamo dubbiose, in pochi minuti raggiungiamo il caseggiato. La neve è sfondata fino alla legnaia, la carriola pulita, ma non si sentono rumori dall’interno. “Le orme del gigante portano qui”, vado per bussare, la porta cede al primo colpo e si schiude un poco verso l’interno. “C’è nessuno? E’ permesso?”. Silenzio. La ragazza spinge quel tanto per affacciarsi. L’ingresso è nella sala da pranzo, con una stufa a legna. Accesa. O meglio, la fiamma sarà anche sottile ma la temperatura d’intorno piacevole.

Tavola apparecchiata, posate bicchieri tovaglioli ricamati, ogni cosa al suo posto. Chiamo ancora, nessuno risponde. “Quasi me ne andrei” Si lamenta la silfide in gonnella… Voglio dire, un domani potrebbe capitare a te di trovarti nel bisogno. La bella ha paura, lo sento dal respiro. “Abbiamo incontrato il Lupo!” dico ad alta voce, guardandomi intorno, “Era sconvolto, gridava!”. Nessuno risponde. Eppure il fuoco acceso, il pranzo pronto. M’avvicino alla stufa, girando intorno alla tavola afferro le tenaglie per la legna e mi dirigo verso le scale. Saliamo al piano di sopra  (Continua a leggere)

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ISBN 9788822881595. 

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