Meganovel. La fabbrica delle parole un tanto al chilo

Il mestiere nello scrittore è già abbastanza complicato di suo, senza che altri ci si mettano a complicarlo, esautorando il valore della parole con un’immissione massiccia di offerta in un mercato ormai saturo fino all’inverosimile. Se lo scrittore oggi viene pagato meno di uno che pulisce i cessi, con rispetto parlando per tutte le professioni naturalmente, ma con una punta di invidia sociale per chi se non altro col suo lavoro a fine mese ci arriva (più o meno, forse più meno che più) è anche perché il mercato editoriale sta diventando sempre più follemente orientato alla sovraproduzione e meno alla qualità di quel che produce.

Un esempio abbastanza tipico della situazione in cui ci troviamo è il caso di Meganovel, che ti paga indipendentemente da quanti ti leggono, ma in base a quante parole scrivi, ponendo standard quantitativi talmente surreali da far impallidire un Salgari, che pure per lo sfruttamento dei suoi editori si è tolto la vita. In pratica, ti pagano a ‘bonus’ (eufemismo per ‘elargizione’, praticamente un’elemosina); per un romanzo a puntate in contratto di esclusiva, ritmi da fabbrica chapliniana, con una prospettiva che ti lega alla sedia come Vittorio Alfieri, ma in compenso non ti permette nemmeno di guadagnare abbastanza per un piatto di minestra tutti i giorni.

Vediamo i numeri nel dettaglio: cento dollari al primo romanzo, ma solo se arrivi a cinquantamila parole entro i primi sessanta giorni, più centocinquanta dollari al mese per i primi tre mesi, quando pubblichi un capitolo tutti i giorni per almeno 25 giorni al mese e superi le cinquantamila parole al mese, più centocinquanta dollari alla conclusione se il romanzo supera le duecentomila parole (per un termine di paragone a spanne, basti pensare che è la lunghezza dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni). Mentre lo pubblichi a puntate, fra terzo e sesto mese devi fare in modo che qualcuno (alla peggio, tu stesso) abbia speso almeno 80 dollari netti al mese per leggere i tuoi episodi in paywall, altrimenti perdi l’obolo.

In pratica, il ritmo da tenere è di almeno 1700 parole al giorno, tutti i giorni tranne le domeniche, senza mai saltare un aggiornamento, sennò niente soldino. Per ben che vad, parliamo di 4 decimi di centesimo (0,004 dollari) a parola, senza contare il tempo della pianificazione editoriale, revisione, illustrazione, pubblicazione. Se (immaginiamo) volessi scrivere due, tre romanzi in contemporanea, l’obolo mensile non sarebbe comunque cumulativo, prenderesti lo stesso che se lavorassi a uno soltanto.

Si dirà che potresti guadagnare dai capitoli in paywall, su cui però l’editore trattiene comunque metà del netto e quindi se devi guadagnare chiedendo al lettore di sbloccare al dettaglio i capitoli del tuo libro, tanto vale farlo da un blog personale, costruendo una tua rete di lettori che ti seguono.

In pratica il modello spinge inevitabilmente verso una produzione industriale di parole ‘a cottimo’, non quello che comunemente s’intende per letteratura. Se pensiamo che un autore prolifico come Jack London si vantava di scrivere 1000 parole al giorno, se pensiamo a Kate Chopin che a metà Ottocento si era messa a scrivere racconti e romanzi rimasta vedova, per mantenere i suoi bambini, in quanto all’epoca era considerato per una donna più redditizio che andar per serva, possiamo farci un’idea della miseria umana e intellettuale cui il modello editoriale di Meganovel inevitabilmente porta.

Tutto questo, torno a precisarlo (nel caso fosse sfuggito a qualcuno), in contratto di esclusiva: non puoi cioè pubblicare lo stesso romanzo altrove, non puoi monetizzare su più canali, non puoi nemmeno usare la tua opera come leva per altri progetti. Nemmeno ai tempi di Salgari lo scrittore veniva trattato come uno che vomita parole a quattro decimi di centesimo di dollaro.

Questo è quel che intende Meganovel per ‘letteratura’?

L’arte della scrittura

Condividi