L’ossessione per la ‘roba’ nella società dell’avere
Quando si leggono o ascoltano i racconti soffermandosi a riflettere sul loro contenuto, usandoli cioè come spunti per la meditazione quotidiana sui fatti della vita, come fossero una stesa di carte o gli oracoli della Sibilla scritti sulle foglie secche, si colgono i nessi elementari che possono unire uno scrittore militante dal delta del Niger, un giornalista italiano, a un maestro del verismo come Giovanni Verga che dedica una delle sue Novelle rusticane all’ossessione per la ‘roba’ intesa come la ricchezza dei beni mondani che non possiamo portare con noi all’altro mondo. A parte l’aspetto propriamente linguistico e stilistico, che possiamo riassumere come un trionfo di subordinate e un elegante intreccio nel fraseggio che ne rende complicatissima la lettura ad alta voce, è proprio il messaggio di fondo in questo racconto che si attaglia perfettamente all’edonismo e all’assillo per l’avere tanto diffuso nella società contemporanea.
Un comico della televisione ha ritenuto di voler mostrare qualche giorno fa un discorso del presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, che negli anni ‘50 lamentava proprio questa problematica priorità attribuita, nella società dei consumi, all’avere piuttosto che all’essere, riallacciandosi a un tema che lo psicoanalista Eric Fromm ha posto in modo particolarmente efficace. La storia del bracciante arricchitosi (non si sa bene come) fino all’inverosimile, che non si gode la vita e reagisce con violenza nel momento in cui si rende conto che non può portarsi nella tomba tutta la ‘roba’ che ha messo insieme. Ora, questo è un discorso che ricorre di frequente nella letteratura, in tutta la letteratura, dali tempi del dantesco “fatti non fummo a viver come bruti”.
Ne avevamo parlato qualche giorno fa a proposito del racconto di Chinua Achebe, il quale dal delta del Niger racconta di un nigeriano il quale rifiuta di lasciarsi sedurre dalle sirene dell’Europa che identifica nella figura mitica di Mami Wata, spirito delle acque ibridato con la rappresentazione delle donne dal corpo di pesce importate dalle navi mercantili del ‘500: lo zio Ben rinuncia a una carriera folgorante, scegliendo di rimanere saldamente ancorato alla propria cultura, alle tradizioni della sua gente, mettendo avanti il valore dell’affetto familiare a quello del ‘successo’ e del denaro, alla cultura del potere. Il suo messaggio sconfina nella polemica anticoloniale, senza però discostarsi da quello di Verga, quando il protagonista realizza che i suoi averi, alla propria morte, andrebbero a degli sconosciuti: il pensiero della roba che non possiamo portarci nell’altro mondo, è esplicito e diretto nel racconto di Achebe.
Così nel grottesco e multiforme personaggio del se di Buzzati, descritto insieme come un potente dittatore, un grande musicista, un chirurgo di fama mondiale, uno scienziato di successo, un banchiere ricchissimo, che raggiunto l’apice della carriera all’età di 45 anni si accorge di avervi sacrificato quanto di più prezioso poteva aspettarsi dalla vita, l’amore e le relazioni sociali. Lo intuisce osservando una donna per la prima volta con occhi diversi e chiedendosi per un momento se sia davvero troppo tardi per tornare indietro. Ma è così, l’ossessione per il potere, il successo, l’avere, rende cieco l’uomo e vanifica ogni sacrificio per aumentare il proprio prestigio, possesso, consolidare la posizione professionale. Cosa rimane della vita, se immoliamo ogni gioia sull’altare del ‘successo’?
Ne ho parlato recentemente a proposito del mito della produttività che sta imperversando in molti podcast, all’idea che procrastinare la soluzione di un problema sia solo un modo per lasciar andare occasioni e opportunità che non torneranno, che ogni momento della nostra vita debba essere in qualche modo incasellato in una filiera produttiva. Per poi farne cosa? A volte, rimandare la soluzione di un problema è solo un modo per lasciarlo nell’onirica indeterminatezza dell’incubazione, lasciare che sia l’inconscio ad occuparsene ancora per un po’, fino a quando non sentiremo la scintilla dell’intuizione aprirci una nuova prospettiva. Avremo perso qualche occasione forse, ma ci saremo goduti nel frattempo la nostra vita, i nostri affetti, il nostro essere.
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