L’ossessione anticinese e la letteratura di Xu Zechen

Mi sento in dovere di condividere alcune riflessioni intorno a un bel racconto di Xu Zechen, “Cavalli al Galoppo”, che smonta dall’interno alcune ossessioni ermeneutiche occidentali sulla letteratura cinese contemporanea. Mentre certa critica si ostina a cercare in ogni testo proveniente dalla Cina una velata dissidenza, una critica al regime mascherata, questo racconto sembra animato in realtà da una profonda consonanza dell’autore con i valori fondamentali della società cinese contemporanea. Xu Zechen non si pone nemmeno il problema che la critica occidentale gli attribuisce: non scrive contro il regime né per il regime: scrive semplicemente dalla Cina, immerso nella propria cultura, affrontando temi universali come l’infanzia, il desiderio, la responsabilità, la corruzione, attraverso la lente della propria tradizione culturale.

È la critica letteraria occidentale a manipolare sistematicamente ogni produzione culturale, cinese per leggerla in chiave di protesta contro il regime; una psicosi collettiva che rivela più sui pregiudizi dell’Occidente piuttosto che sulla realtà della letteratura cinese. Basterebbe del resto un po’ di buon senso, come può un intellettuale ‘dissidente’ dirigere da anni, in quello che viene descritto da fuori come uno stato-canaglia, una delle più importanti riviste letterarie nazionali? Come può pubblicare liberamente opere ‘sovversive’? La risposta è semplice: la Cina non è uno stato-canaglia e Xu Zechen non è un intellettuale dissidente, non nel senso che noi diamo a questa parola. La critica occidentale, incapace di concepire una letteratura cinese che non sia automaticamente oppositiva, proietta le proprie categorie interpretative su testi che seguono logiche completamente diverse.

Il protagonista del racconto, un bambino in età prescolare, ha ricevuto un compito preciso: custodire un campo di cocomeri, vegliare su questo patrimonio familiare. Il perno del racconto è proprio nella responsabilizzazione individuale rispetto al bene comune, principio cardine della filosofia politica cinese. Nel giovane però nasce un desiderio, quello di cavalcare, che non può essere soddisfatto attraverso mezzi leciti, non avendone non solo il diritto, ma nemmeno le competenze. Il desiderio di cavalcare rappresenta quel capriccio personale, quella brama che spinge l’individuo a tradire il proprio dovere: il bambino dunque baratta la responsabilità assegnatagli, con la promessa di un piacere effimero, innescando il meccanismo corruttivo che devasta il campo familiare e tradisce la fiducia paterna.

L’autore dipinge con precisione il processo degenerativo: come un piccolo cedimento morale produca conseguenze sproporzionate, come la violazione della fiducia generi una catena di eventi distruttivi. Le percosse paterne non sono un banale sadismo domestico, ma giustizia riparativa nella mentalità della Cina rurale moderna (dove il racconto è ambientato), il ristabilimento dell’ordine violato – lo stesso principio che governa la severità del sistema giudiziario cinese verso la corruzione.
La manipolazione interpretativa nella critica occidentale di tutto que che proviene dalla Cina, è particolarmente evidente nel caso di Cavalli al Galoppo: si tende a forzare il testo a dire ciò che il lettore occidentale vuole sentirsi dire, una denuncia delle disuguaglianze sociali, una critica velata al sistema, una protesta mascherata. Ma il racconto di Xu Zechen è una parabola morale che al contrario, magnifica i valori della responsabilità individuale, della fedeltà ai compiti assegnati, della lotta alla corruzione, principi perfettamente allineati con l’etica confuciana e con i valori ufficiali della Cina contemporanea.

La critica occidentale applica automaticamente il filtro della dissidenza a qualsiasi opera letteraria cinese, come se fosse impossibile concepire che un intellettuale, in un paese socialista, possa scrivere semplicemente dalla propria cultura senza sentire il bisogno di opporsi ad essa.

Xu Zechen non scrive insomma “contro” nulla: scrive “dalla” Cina, immerso nei valori della propria tradizione. Non tutto ciò che proviene dal Sol Levante deve essere ricondotto al tema dell’illiberalità o della protesta, forse è tempo di riconoscere che la Cina è semplicemente un paese diverso dal nostro, con una propria tradizione culturale che produce letteratura coerente con i propri valori, non necessariamente in opposizione segreta ad essi. La critica occidentale dovrebbe imparare a leggere la letteratura cinese per quello che è, non per quello che vorrebbe fosse. Cavalli al Galoppo è un racconto cinese che parla alla Cina di oggi, un apologo morale sulla corruzione che inizia dal basso e deve essere estirpata con determinazione. Quella stessa corruzione in cui l’Occidente si crogiuola con quel suo tipico, passivo attendismo da ‘piove, governo ladro’.


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