L’insidia dell’uomo nero. Joyce e il ‘vecchio strambo’

Il tema della molestia e dell’insidia è manifesto, per quanto non dichiarato, in questo racconto di James Joyce, che sotto una superficie di apparente ordinarietà suburbana nasconde una vicenda inquietante di predazione. Il testo è pieno di sospette omissioni, promesse narrative fuorvianti, contraddizioni interne, che spingono il lettore a cercare il non detto in quel vecchio ‘strambo’: nelle parole che l’autore non scrive si può leggere con inquietante chiarezza la denuncia sottesa di un abuso evidentemente tutt’altro che raro allora. Stanislaus Joyce, fratello dell’autore, testimonia che la storia si basava proprio sull’incontro reale con un anziano pederasta mentre giocavano a fare i ‘marinaretti’. La trama del racconto è semplice, lineare, quasi irrilevante come sempre nella letteratura modernista: due ragazzi marinano la scuola e vanno a giocare nei prati lungo il fiume a Dublino, dove incontrano un uomo sui cinquant’anni ben vestito, dall’aspetto trasandato, che inizia a parlare con loro; inizialmente la conversazione sembra innocente, feriale, l’uomo parla di viaggi e libri ma poi d’un tratto entra nell’intimo, pone domande ambigue intorno alle storie d’amore ed erotismo nei romanzi, alle ragazze di quei bambini, il linguaggio si fa poi aggressivo e minaccioso quando l’uomo inizia compiacersi nel parlare delle punizioni corporali, manifestando un disgustoso desiderio di prenderli a frustate. I ‘dolci ragazzi’ non comprendono appieno la natura della minaccia, non subito almeno, solo dopo un po’ avvertendo un’indefinibile pericolosità si allontanano; quello descritto da Joyce è il quadro inequivocabile di un approccio abusante su due minori, che il racconto non sembra voler nascondere ma al contrario, che lascia intendere tra le righe del testo.

Joyce in questo racconto anticipa la sensibilità contemporanea alla vulnerabilità infantile, nonostante il tema non venisse trattato apertamente nella società vittoriana che addirittura non prevedeva un reato specifico per quel tipo di molestia: si parlava più genericamente di perversione, senza entrare nel merito. Il bambino stesso prova un misto di curiosità, timore e vergogna davanti all’approccio del predatore, al punto di non riuscire nemmeno a raccontarlo apertamente: tutto si svolge al livello del linguaggio, in un’ambientazione volutamente liminale, il prato lungo il fiume semideserto lontano dagli sguardi degli adulti, sullo scenario desolato di una periferia urbana irlandese; l’uomo non viene pubblicamente riconosciuto, denunciato, la vicenda rimane nel non detto della paralisi borghese che pervade tutta l’opera. Quel che rende ancor più spaventoso e nauseante il racconto però, non è solo e nemmeno tanto la presenza fisica dell’uomo che insidia i ragazzi, quanto la copertura ideologica di cui questi si serve per mascherare la propria violenza: la punizione corporale come presunto atto educativo, moralmente legittimo, doveroso. Non ne parla come predatore, ma moraleggiando abusa della propria autorità di adulto e questo lo rende ancor più disgustoso perché pone il problema di riconoscere l’abuso dietro l’istituzione stessa delle pene corporali, all’ordine del giorno in famiglia come a scuola: in una società che legittima la violenza nell’educazione, un predatore come il vecchio dublinese può lasciarsi passare da legittimo educatore.

La perversione dunque non sta tanto e solo nel desiderio dell’uomo, ma nella società stessa che lo ratifica rendendo la sua violenza indistinguibile, agli occhi della società, dall’ordinarietà della violenza endemica, istituzionalizzata nell’educazione che sulla violenza si fonda e alla violenza ricorre: se uno sconosciuto può mascherare in quel modo i propri impulsi, quanti altri adulti (maestri di scuola, preti, padri di famiglia) potrebbero fare e probabilmente fanno lo stesso ogni giorno, senza che nessuno abbia il coraggio di denunciare apertamente il loro abuso? Questa la domanda cui Joyce non risponde, una domanda che tornerà a porsi nelle lotte contro l’autoritarismo nell’educazione nei campus americani degli anni ’50 e nei movimenti di protesta che successivamente si sono diffusi anche in Europa. Una domanda che ritroviamo cinquant’anni dopo, nell’inno alla rivolta antiautoritaria:

We don’t need no education
We don’t need no thought control
No dark sarcasm in the classroom
Teachers, leave them kids alone.


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