Federico Berti, L’ingegneria dell’oblìo. Novelle del Barbacani

Illustration Artwork by Federico Berti. Created with Gimp/Qwen

Federico Berti, L’ingegneria dell’oblìo.

Tratto da: Novelle del Barbacani

Dall’agonia di questa gabbietta per topolini si vedono le strade prendere vita. È giorno di mercato a Loiano. I banchi montano le tende, brave persone si alzano presto al mattino per rincorrere la merce migliore. Io dalla finestra del mio ufficio posso godermi il passo diverso di ciascuno, le movenze, quel che comprano, quanto spendono, le facce che fanno. Ogni tanto qualcuno solleva lo sguardo e saluta verso l’ospedale con un cenno. Hanno sempre bisogno di qualcuno che stia peggio, li conforta pensare ai nostri ospiti e noi siamo ben contenti di questo pio e caritatevole sentimento: senza le donazioni di quegli ipocriti avremmo chiuso da tempo. Dev’essere il senso di colpa a motivarli, perciò teniamo la struttura sempre un po’ fatiscente a vederla da fuori. Donano di più! Noi con quei soldini acquistiamo un paio di diavolerie dai nomi complicati, il resto lo reinvestiamo e capitalizziamo.

Ho qui sulla scrivania l’ultimo rapporto dell’Imperatrice, come la chiamano qui (a dispetto del nome è solo un’anziana zitella isterica: col pretesto di organizzare i turni degli ospiti, mi prende nota dei fatti salienti in modo da tenermi sempre aggiornata. È una donnina piccola e grassa, quando cammina ruota distrattamente la pancia su cui riposano indolenti le braccia; capelli d’argento raccolti a cipolla, occhiali di tartaruga, rossetto pesante a marcare un volto asimmetrico. Veste sempre allo stesso modo, lungo abito a fiori e grembiule in stile sabato del villaggio.

Quando arrivò in paese portò con sé i veleni della città, era una discreta giardiniera e iniziò a coltivare piante medicinali per rivenderle alle farmacie; poi, per inserirsi meglio, iniziò a prestare volontariato in tutte le associazioni possibili. Non era chissà che generosa, era solo un’opportunista, bravissima a fare in modo che nella vacuità del baratto la bilancia sempre pendesse in suo favore: in poco tempo le riuscì di metter su un piccolo agriturismo, col giro del volontariato le mandavano i clienti e fatturava piuttosto bene. Più si metteva a disposizione, più cresceva la sua attività, più si arricchiva e più si mostrava generosa.

Per un po’ le andò fatta bene e non fatico a pensare che fosse in buona fede; poi come nei romanzi del terrore la creatura sfuggì al controllo dei suoi stessi creatori, il volontariato delle cinque valli bolognesi passava tutto da lei: riusciva a infilare dappertutto i suoi filantropi per un gettone di rimborso, fondò a sua volta un’associazione e iniziò a competere per gli appalti pubblici, la spuntava sulle più qualificate professionalità, perché qualsiasi cosa proponesse costava meno e sai com’è, nel pubblico. Niente più lavoro retribuito nelle cinque valli bolognesi, ormai lavorava solo la sua manodopera servile, perché questo erano diventati quei poveretti, manodopera servile, e lei si era anche un po’ insuperbita.

Ci scappò il morto quando prese in custodia un povero vecchio paralitico in carrozzina, gli mandava due o tre dei suoi a fargli da badanti, ma questi non fecero in tempo a calarlo dal pulmino con cui gliel’avevano portato, che la carrozzina sdrucciolò sul ghiaino e rotolò per una discesa. Le han dato non so quanti anni per omicidio colposo più le magagne nel bilancio, truffe allo Stato, evasione e tutto il resto. Son convinta che lei non abbia mai avuto una sola volta l’impressione che stesse in qualche modo violando la legge, ora vive qui nella mansarda buia dell’ultimo piano. Dicono si senta parlar la notte coi ragni; i più maliziosi sostengono che se li lasci camminare addosso, li chiama affettuosamente i miei ragazzi. È riuscita a portarsi in cella i faldoni salvati dal sequestro dopo il processo; in realtà sono soltanto delle fotocopie che il suo legale è riuscito a farle avere (insieme all’infermità mentale). C’è sopra una mappatura lucidissima delle sue attività: numeri, nomi, presenze, assenze, compensi. Ne è gelosa come dei libri sibillini, glieli lasciamo tenere perché la rendono tranquilla, più malleabile.

Prima di staccare dal lavoro, una ronda per le stanze e i corridoi del Barbacani, poi m’infilo il cappello a tesa larga e scendo in giardino, dove un nuovo arrivato mi viene incontro. Lo saluto sforzandomi di riuscirgli simpatica, lui risponde ritroso; è un bell’uomo sulla quarantina, non ricordo il nome ancora ma ho letto il suo fascicolo, so che stava nell’editoria. Uno dei suoi autori è stato assassinato nel paese vicino, a Monghidoro: non si è capito il moven-te, né per quale motivo ci sia andato di mezzo lui. Conoscevo la vittima e quella storia per me ha ancora del torbido.

Mi avvicino al detenuto, sediamo insieme sulle sdraio nel prato. Stava cercando proprio me, dice che non riesce a capire la logica di questa residenza sanitaria: per quale motivo teniamo aperte le porte, come mai gli ospiti siano liberi di girare per i corridoi, perché nessuno tenti la fuga. Soprattutto, non gli quadrano le stanze arredate in quel modo bizzarro, col modernariato di recupero, negli stili più vari, né quel pittore che non si capisce dove prenda tele e colori. Penso che sia vano negargli l’evidenza, questo qui dev’essere un uomo intelligente: se me lo domanda, è perché un minimo di risposta deve essersela già data.

«Sarebbero queste dunque, le nuove frontiere della detenzione? Ditemi in tutta onestà» mi apostrofa, con una punta di ironia nel tono della voce.

«Siete un uomo colto e intelligente» rispondo, «Non avete bisogno delle mie spiegazioni, ma voglio essere sincera con voi, tanto saperlo o non saperlo conta il giusto. Quando arrivano al Barbacani, tutti vorrebbero andarsene; noi, attraverso un evoluto sistema di sorveglianza e grazie all’analisi del comportamento, studiamo le personalità degli assistiti. Passiamo poi i dati a un reparto incaricato di pianificare una proiezione dei vostri sogni nel mondo reale — quelli più innocui s’intende, le piccole gioie della vita che vi riducono l’ansia e il malcontento. In genere bastano poche settimane e non solo dimenticate il motivo per cui siete qui, ma vi passa anche la voglia di andarvene».

Mentre parlo gesticolando con leggerezza, come se stessi descrivendo il mio ultimo cardigan ricamato all’uncinetto, lo guardo intensamente negli occhi. «Mettiamo che un detenuto desideri in cuor suo il bancone di un bar in stile liberty nella propria cella: noi facciamo in modo, nell’arco di alcune settimane, che possa trovare da qualche parte nell’edificio quel che gli serve per costruirselo da solo, di propria iniziativa. Deve convincersi che il progetto è suo. Vedete quelle tre vecchine sedute intorno all’edicola, laggiù sotto quei due pini, come sferruzzano contente? Noi facciamo trovar loro l’occorrente in modo che abbiano meno tempo possibile per pensare alle loro disgrazie. Fanno la maglia, non si lamentano. Capite, dottor…?»

«Malaspina. Mi chiamo Ferruccio Malaspina.»

«Ecco Malaspina, il nostro compito è rendervi la vita in galera più desiderabile della libertà.»

Mi guarda sospettoso, non sa se può fidarsi di me. Non dovrebbe ma penso che dopo tutto lo farà, come tutti gli altri del resto. Abbiamo installato un sistema di telecamere che li riprende in ogni istante della loro esistenza, una rete neurale in grado di calcolare e prevedere ogni minimo gesto, espressione del volto, comportamento, azione e reazione, anche in base alle analisi cliniche, le interazioni cogli altri detenuti e col sistema stesso. Tutti noi abbiamo delle fragilità interiori, al Barbacani non si può mentire: nei primi giorni forse, poi col tempo cade ogni barriera, ogni difesa. La macchina è implacabile nei suoi calcoli. Troverà il suo punto debole, saprà come far breccia anche nel suo di cuore e ne troverò notifica nella mia casella di posta.

«Perdoni, ma perché premiarli così?» domanda. «È un ospedale giudiziario, non una ludoteca.»

Mi volto, abbasso gli occhiali sulla punta del naso e rispondo: «Non è mica un premio, per l’amor del cielo! Le porte aperte, l’apparente libertà di movimento, sono la nostra più riuscita innovazione: non essendovi il personale normalmente in servizio negli ospedali, ma solo qualche droide programmato per eseguire funzioni di base, il risparmio sul gestionale è del novanta per cento. Inoltre il rischio di criticità nella sicurezza è drasticamente abbattuto, poiché nessun prigioniero si sente costretto a rimanere qui: semplicemente desidera farlo, poiché le sue scelte vengono incanalate in modo che dentro di lui avvenga questo. Non lo ammettono nemmeno a loro stessi, ma queste piccole soddisfazioni generano a poco a poco un torpore nell’anima: vi sentite forti, liberi, indipendenti, ma siete solo bambinetti nelle mani dell’algoritmo che governa la struttura.»

Lo sto sfidando apertamente, perché in quest’uomo la volontà è ancora salda, deliziosamente viva. Mi piace, voglio vedere quanto riesce a tenersela stretta l’anima, prima di lasciarsela risucchiare dal sistema. Sono pronta a scom-mettere che in tre mesi lo avrò addomesticato, come tutti gli altri porcellini di quest’amabile fattoria.

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