L’editoria non è morta. Deve solo cambiare paradigma

Il problema dell’editoria contemporanea, è che troppo spesso si scollega la produzione del libro, nonché la sua distribuzione, dalle dinamiche del territorio su cui questo libro deve circolare. È la logica della produzione industriale, per cui un pezzo vale l’altro ed è questo che rende intercambiabile un testo di valore con una porcata scritta purché sia dal primo venuto.
Una ventina di anni fa pubblicai un piccolo opuscolo non più grande di un portafoglio, fotocopiato e graffettato a mano alla copisteria universitaria, con la copertina in cartone pergamenato delle tesi di laurea, che raccontava la storia di un monumento ai caduti dei moti risorgimentali di Savigno, in provincia di Bologna; lo scrissi in ottava rima su richiesta di un assessore locale e della bibliotecaria, dopodiché divulgai quel libercolo nei mercati di Bologna e provincia. Un paio d’anni dopo mi contattò il Museo del Risorgimento di Bologna per chiedermi se mi era rimasta una copia originale, dato che qualcuno gli aveva portato una fotocopia. Quindici anni dopo, mi sono ritrovato quel libro in vendita su Amazon a 19€.
Io credo che l’editoria abbia perso parte del suo senso scollegandosi dal territorio, dalle persone reali, pretendendo di pubblicare cose che debbano valere sempre per tutto e per tutti, un prodotto al pari di un dentifricio o una crema di bellezza. È così che siamo arrivati al paradosso, per cui il primo che si alza la mattina si auto pubblica delle corbellerie che finiranno al macero nel giro di due o tre anni, intasando nel frattempo il mercato e producendo un assordante rumore bianco. Le opere che sopravviveranno, sono quelle pensate per durare nel tempo. Quelle che non parlano solo ai vivi, ma anche ai morti e ai non ancora nati: quelli che sono venuti prima di noi, quelli che verranno dopo. L’editoria non è morta, deve solo riformulare il suo paradigma.
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