Le cinque fasi dell’Ars Memoriae. Lezioni di Mnemotecnica

Illustration Artwork by Federico Berti. Created with Gimp/GPT

Articolo di Federico Berti

Le tecniche di memoria, così come vengono insegnate al giorno d’oggi, si possono teoricamente riassumere in poche pagine. La loro apparente semplicità può indurre qualcuno a considerarle un insieme di espedienti pratici distinti, ognuno con la sua storia, pensati per intervenire sulla memoria episodica e dichiarativa nella registrazione del dato inerte. Ma non è così. Il fatto che la memoria consapevole sia radicata nelle profondità dell’inconscio e che la mente umana sia sempre incarnata in un corpo, rende l’atto stesso della reminiscenza qualcosa di ben diverso da una semplice computazione di dati neutri: ricordare è anche emozionarsi, e talvolta l’inconscio risveglia fantasmi che dobbiamo essere pronti ad affrontare quando ci caliamo nelle profondità di noi stessi.

Non potendo scindere l’aspetto etico, valoriale e psicologico dalla pratica della reminiscenza, le tecniche di memoria devono necessariamente confluire in una disciplina più ampia, che sconfina nella filosofia e ha a che fare con l’uomo nella sua totalità. Questa disciplina si articola in cinque fasi, distinte ma compresenti in ogni ricordo: associazione, composizione, conversione, speculazione e ritualizzazione. Tratteremo ognuna di queste fasi separatamente, per chiarire quello che è forse il lato oscuro nell’insegnamento contemporaneo delle tecniche di memoria: la tendenza a vederle come espedienti separati, contingenti, che nulla hanno a che vedere con la comprensione delle cose ma solo con la loro ripetizione meccanica. Alternando, e spesso sovrapponendo, queste cinque fasi in uno stesso movimento del pensiero, ci serviamo della memoria non solo per immagazzinare dati, ma anche per analizzarli e comprenderli.

I sistemi di associazione sono quelli che individuano collegamenti tra l’esperienza umana e le immagini di memoria interiorizzate nel passato, quelle prodotte spontaneamente al livello dell’inconscio. Non tutti tengono presente che l’associazione tra vecchie e nuove idee si svolge per lo più in modo inconsapevole, nel profondo di noi stessi. L’arte della memoria insegnata dai classici, prima ancora di costituirsi come disciplina dell’attenzione, descrive infatti il funzionamento naturale della mente quando si pone davanti ai problemi, il modo in cui l’uomo si rappresenta la realtà attraverso l’immaginazione, ovvero la capacità di produrre e gestire immagini di memoria. Quando il pensiero raggiunge la soglia della coscienza, un mnemonista addestrato è in grado di mettere in pratica le stesse procedure in modo volontario, intervenendo sulle figurazioni emerse dal subconscio e collegandole tra loro in sequenze tenute insieme da una narrazione condivisa, come fossero le illustrazioni di un libro disposte nell’ordine. Quello che oggi viene chiamato link method non è altro che il principio della libera associazione delle idee, che si verifica già spontaneamente in natura.

Le immagini di memoria create attraverso la libera associazione delle idee, cioè ragionando per metafore concettuali, vengono a loro volta organizzate in scenari e articolate in quelle che i latini chiamavano imagines agentes: visioni in movimento che appaiono e scompaiono dietro le quinte di un mutevole teatrino interiore. Anche questo è un procedimento naturale, sul quale possiamo esercitarci per riprodurlo in modo intenzionale, artificiale e volontario. Il teatrino dell’interiorità può essere associato a una sorta di terzo occhio ausiliario che consente di rievocare i dati dell’esperienza, dando l’impressione di vedere, sentire, odorare e toccare cose che non sono presenti. La metafora si adatta bene all’idea di un pensiero che lascia emergere le forme dell’ideazione inconscia per potervi ispirare associazioni volontarie.

Una volta acquisite le informazioni attraverso l’esperienza e prodotte le prime libere associazioni, possiamo sottoporle ai sistemi di conversione che nutrono l’immaginazione associando alle figure semplici un apparato di segni, simboli e rappresentazioni allegoriche, metaforiche, poetiche, per arricchire il contenuto delle visioni. Questo avviene servendosi della conversione simbolica o fonetica, rielaborando repertori comuni di immagini mnemoniche organizzate in canoni. Tutti i sistemi di scrittura sono stati pensati e impiegati per secoli come strumenti di questo tipo. Scopo di un canone è riassumere un’ampia gamma di significati attraverso la combinazione di un numero limitato di segni convenzionali, tradizionalmente usati per richiamarli.

Una volta prodotte immagini di memoria radicate in profondità, la mente vi interviene attraverso sistemi di composizione che sfruttano la memoria spaziale per collocarle in luoghi altrettanto immaginari, organizzandole in figurazioni sempre più complesse e allegoriche. Questa è la tecnica detta dei loci, o palazzo della memoria, che consiste nel collocare le immagini lungo un percorso stabilito, per recuperarle immaginando di spostarsi lungo una serie di tracciati predisposti in una struttura prodotta interamente dalla nostra immaginazione. Ogni luogo può ospitare una sola immagine agente; per collegare luoghi e immagini, la maggior parte dei sistemi avanzati utilizza come legante la narrazione: letta in sequenza, la catena delle immagini racconta una storia. Anche in questo caso, poiché il pensiero produce effetti sul corpo, è necessario prestare attenzione ai contenuti di cui popoliamo la mente. Come si può vedere, l’allocazione spaziale delle immagini è solo una parte del processo.

A questo punto si ritiene doverosa una precisazione: tendiamo a ritenere che in un processo cognitivo debba venire prima la comprensione dei contenuti e solo successivamente la memorizzazione; che le tecniche di memoria agiscano insomma a livello puramente computazionale, non valoriale, cosa confermata secondo alcuni dal fatto che è possibile imparare dati a prescindere dal loro significato; sulla base di questo luogo comune, la reminiscenza può disgiungersi dalla speculazione sui contenuti, cioè dal ragionamento. Se questo è in parte vero per le macchine, che elaborano enormi quantità di dati senza comprenderne il senso, non può esserlo per la mente incarnata dell’uomo, la quale vive ogni ricordo come un atto etico e personale: nella nostra mente, anche la privazione di senso ha comunque un senso. Comprensione e memorizzazione non sono dunque fasi separate, ma processi intrecciati a doppio filo sin dalla prima lettura di un testo.

L’ultima fase dell’ars memoriae è la ritualizzazione del ricordo: attraverso una ripetizione programmata a intervalli regolari, le immagini di memoria vengono consolidate, riorganizzate e al tempo stesso ristrutturate, sia a livello inconscio sia in modo intenzionale e volontario. Ogni volta che torniamo su un’idea elaborata in precedenza, inevitabilmente la ricostruiamo in modo leggermente diverso: tutte le tecniche di memoria attualmente in uso fanno dunque capo a un’attività meditativa che utilizza l’attenzione focalizzata per sintetizzare i contenuti in forma poetica, metaforica e allegorica. Le cinque dimensioni dell’ars reminiscendi — associazione, composizione, conversione, speculazione e ritualizzazione — non sono fasi lineari che si svolgono in luoghi e momenti separati, ma aspetti compresenti in ogni atto di mnemopoiesi. Il pensiero è circolare, torna sulle immagini, riorganizza le parole, modifica le connessioni.

Non può esservi dunque un atto di memorizzazione senza che siano chiamati in causa, in qualche misura, l’analisi dei contenuti, la libera associazione delle idee, la conversione fonetica o simbolica, l’uso delle metafore concettuali, la composizione strutturale e la meditazione. Sono processi che si svolgono continuamente in natura nella mente umana a livello inconscio, su cui la disciplina può intervenire per potenziarne e armonizzarne volontariamente l’apporto. Il primo passo dell’ars reminiscendi è dunque da ricercarsi nella fase della concentrazione, ovvero nel sostrato rituale della meditazione attiva.


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