L’antroposofia dei mostri secondo Herman Hesse

Nel 1930, a soli tre anni dall’avvento del nazismo in Germania, in piena ascesa della violenza e caduta della repubblica di Weimar, Herman Hesse pubblica un racconto breve nel quale si prende gioco di quella mistica esoterica su cui l’autarchia stava fondando il suo potere, una manipolazione delle scienze per giustificare l’arbitrio del potere, la follia suprematista, la dilagante arroganza del superuomo eretto a simbolo del potere assoluto.

La Germania stava attraversando una fase di estrema fragilità politica ed economica, aggravata dalle conseguenze devastanti della crisi del 1929, con l’aggravante di una totale dipendenza economica dalla finanza americana. Le elezioni del 14 settembre 1930 segnarono una trasformazione radicale nel panorama politico tedesco, con l’emergere prepotente del partito nazional-socialista come forza politica di primo piano. E’ in questa fase delicata della storia europea, che forze razionaliste e progressiste si trovano in aperto contrasto con correnti irrazionaliste e reazionarie che si fanno largo a suon di bastonate nel dibattito pubblico.

Prima di arrivare a quel punto di non ritorno però, la violenza nazista aveva attraversato una lunga fase di gestazione attraverso i circoli teosofici, come il noto gruppo Thule, società più o meno segrete di occultisti e appassionati di esoterismo, che manipolavano e reinterpretavano le arti, le scienze e le religioni per elaborare quelle teorie pseudo-scientifiche su cui si baserà l’ideologia della superiorità razziale nazista. Questi movimenti si infiltrarono ovunque nella società tedesca, arrivando a seminare il germe della follia nelle stesse università.

Un caso emblematico è quello di Martin Heidegger, la cui adesione all’ideologia nazista non fu momentanea, occasionale o accessoria, ma fondamentale per la sua stessa impresa filosofica. Nel seminario hitleriano dell’inverno 1933-34, Heidegger identificò il popolo con la comunità di razza e sostenne apertamente che fosse necessaria per il III Reich una nuova nobiltà, esaltando l’«eros» del popolo per il Führer.

Quello di Heidegger è solo uno dei molti casi di intellettuali che si prestarono a legittimare l’ideologia criminale dei nazisti attraverso i loro scritti e la loro attiva collaborazione al culto della violenza. Era naturalmente più facile manipolare gli studi orientalistici sulle culture ‘esotiche’, di quanto non lo fosse intervenire sui fondamenti ebraico-cristiani dell’Europa di allora, per questo l’antropologia venne piegata alle istanze dell’antipolitica autarchica.

Herman Hesse smaschera questo gioco al massacro, lui che per anni ha coltivato un profondo e autentico interesse per le filosofie orientali e per le tradizioni spirituali asiatiche, si accorge della manipolazione spregevole e di come una parte del mondo intellettuale stia consapevolmente lavorando per tirare fuori dagli esseri umani il lato più oscuro, sanguinario, violento.

Il personaggio di Edmund, nel racconto del 1930 che prende il titolo dal suo nome, è precisamente uno di questi intellettuali: uno studente universitario, che nel servirsi della meditazione, dell’immaginazione attiva, degli studi sull’occultismo e sull’antroposofia, evoca e coltiva il suo demone interiore, arrivando a strangolare il proprio insegnante, per rispondere alla ‘visione interiore’ emersa durante una sessione meditativa.

Questo racconto, in poche pagine riassume una denuncia accorata nella quale si rivolge più ai posteri che ai suoi contemporanei, ben sapendo che ormai non si potrà richiudere il vaso di Pandora, se non pagando un tributo di sangue altissimo. Quei posteri siamo noi, meditiamo sulle sue parole: continuare a fomentare l’odio, la crudeltà, la violenza, non può portare ad altro che a rivivere quell’orrore.

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