La paralisi della forma e la morte della poesia. Genesi del sonetto spaiato.

La paralisi della forma
e la morte della poesia

Genesi del
Sonetto spaiato

Articolo di
Federico Berti

Questa la devo raccontare. Viene da me un accademico a dirmi che le forme poetiche non si possono reinventare, dopo 25 anni di onorata carriera da ‘fine parolaio’ e decine di libri in verso pentametro distribuiti in decine di migliaia di copie nell’orbe terracqueo. Proprio a me, che sono rimasto fra quei tre o quattro a rispettare la cadenza, in un mondo allucinante dove il primo che passa ti spaccia per sonetto un’agghiacciante prosa con qualche finta e coatta parolaccia buttata là a caso, a me che le parole me le porto sulle spalle, ci sudo sette camice dentro, e quando le strizzo ne viene fuori tutto il mare delle sette atlantidi che a scanso equivoci avevo chiuso ben bene dentro la bottiglia per non scordarmi quanto fango putrescente ci hanno lasciato marcire dentro, uno che tra l’altro nemmeno mi conosce viene a dirmi che secondo lui avrei ‘sbagliato’ la rima fra prima e seconda quartina. Su quaranta sonetti, mica su uno. Non sia mai che ti venisse qualche dubbio, e dire che un esempio di sonetto ‘alla Lentini’ ce lo avevo lasciato apposta per far capire che l’irriverenza fa parte del gioco e l’ortodossia la conosco benissimo, mi ci sono pure laureato su queste faccenduole di lana caprina.

Surreale che si venga a parlare di koiné proprio a me che sono cresciuto sul lungomare dove l’hanno ammazzato, a Pasolini. Per la rima fra prima e seconda quartina andatevi a rileggere i sonetti di Shakespeare, le interminabili code del Berni e dell’Aretino, i rinterzati alla dantesca, o quei sonetti in settenari che ormai si trovano pure su Wikipedia tanto sono conosciuti. O quelli doppi, tripli, minimi, minori, maggiori, continui, acrostici o al limite, i miei sonetti terzinati, quelli in dodici versi che mi sono inventato apposta per la favola dell’Utopia. E ricordarsi che quella ‘coda’, quelle varianti, quelle strombazzanti scorregge barocche di fioriti arabeschi, qualcuno dev’essersele inventate prima o poi e se non lo avesse fatto, saremmo un po’ più poveri di strumenti. Questa forma la chiamiamo Sonetto spaiato, come i calzini. Per il nome si ringrazia sentitamente Arianna Rumiz della Drama Books, non poteva sceglierne uno migliore.

Chiamasi Sonetto spaiato una composizione poetica di 14 versi pentametri, composta da due quartine rimate diversamente fra loro secondo lo schema delle rime alternate o intrecciate, seguite da due terzine rigorosamente a incastro alla dantesca. Il primo che lo sbaglia, dovrà fare i conti con me personalmente: ora avete anche un nome e se mi prendono i cinque minuti registro pure il marchio. Dire a un situazionista che ha ‘sbagliato’ la forma è come dire a una porno star che ha sbagliato la posizione. Buona notte e sogni d’oro, questa mi mancava e me la segno, così ci ripenso quando sono triste. Spero di non svegliare la moglie dormiente con questi singulti spassosi. Il libro esce non so quando ma presto, con lo splendido e rutilante sceneggiato radiofonico che ci ha costruito intorno Germano Carella.

Prossimamente in
triplice edizione

Libro stampato, audiolibro,
scenneggiato radiofonico

“Trilussa contro Maciste”
Sonetti spaiati alla romanesca

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