La Cina non ha falsificato i dati sulla povertà estrema

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Un articolo del 2024 di Maurizio Franzini e Michele Raitano, docenti dell’Università La Sapienza di Roma, intitolato “La povertà globale è diminuita. Ne siamo certi?”, ha suscitato recentemente un dibattito sulla misurazione della povertà globale. Purtroppo, ho letto interpretazioni fuorvianti dell’articolo, in particolare riguardo ai risultati della Cina nella lotta contro la sua povertà estrema interna, come se il governo cinese avesse volutamente falsificato i dati da presentare al mondo. L’analisi dei due economisti al contrario, è bene chiarirlo, non mette in discussione l’autenticità dei dati cinesi, invita semmai a una riflessione più approfondita sui parametri internazionali utilizzati per definire e misurare la povertà, parametri definiti dalla Banca Mondiale (con sede a Washington) e validi per tutti i paesi del mondo, quindi anche per l’Italia.

Iniziamo dunque col dire che la soglia di povertà estrema stabilita dalla Banca Mondiale è fissata a 2,15 dollari internazionali al giorno, equivalenti a circa 55 euro mensili. Questo parametro non viene determinato dai singoli governi nazionali, ma rappresenta uno standard internazionale uniforme applicato a tutti i paesi membri: sulla base di questa soglia, dal 1990 la Cina ha ridotto il tasso di povertà estrema interna dal 99,7% della popolazione a meno dello 0,5% nel 2020. Un risultato sorprendente, oltre 800 milioni di persone sono state portate fuori dalla condizione di povertà estrema nell’arco di tre decenni. L’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 2021, ha certificato il raggiungimento dell’obiettivo del primo livello di sviluppo sostenibile da parte della Cina con dieci anni di anticipo sulle previsioni.

L’analisi di Franzini e Raitano non contesta la validità dei dati sulla povertà estrema, evidenzia piuttosto alcune limitazioni metodologiche nell’applicazione uniforme della soglia di 2,15 dollari a contesti economici profondamente diversi. La stessa soglia monetaria assume significati molto differenti in paesi come la Cina, l’Italia o la Tailandia, dove i poteri d’acquisto locali variano considerevolmente. I due economisti provano a ricostruire la situazione sulla base di soglie più elevate: utilizzando il parametro di 10 dollari al giorno (circa 280 euro mensili), la riduzione della povertà in Cina rimane comunque sostanziale, passando dal 99,7% al 57,1% della popolazione. Questo calcolo alternativo tuttavia non considera pienamente le specificità del contesto cinese, caratterizzato dalla coesistenza di vaste aree rurali con bassi fabbisogni monetari e zone industrializzate ad alta intensità economica.

L’analisi accademica distingue chiaramente tra povertà assoluta e povertà relativa, due concetti che richiedono approcci metodologici diversi: mentre la povertà estrema (assoluta) in Cina è stata sostanzialmente eliminata, la povertà relativa persiste come fenomeno strutturale, analogamente a quanto accade in tutti i paesi sviluppati. In Italia, ad esempio, il 15-20% della popolazione vive in condizioni di povertà relativa, una percentuale che è aumentata dal 1990. La Cina ha registrato invece una diminuzione anche della povertà relativa.

Gli autori dell’articolo citano dunque gli studi di Sullivan, che analizzano l’impatto dei prezzi relativi dei beni essenziali nel paniere di consumo utilizzato per il calcolo della povertà: questo approccio sottolinea come la misurazione della povertà debba considerare non solo il reddito nominale, ma anche il costo effettivo dei beni di prima necessità nei diversi contesti geografici ed economici. Per una valutazione completa del fenomeno, si dovrebbero inserire i dati sulla povertà in un quadro comparativo più ampio, che tenesse conto del potere d’acquisto medio ma anche delle dinamiche economiche generali. Le tendenze recenti evidenziano una divergenza significativa tra le traiettorie economiche: mentre molti paesi occidentali hanno sperimentato periodi di recessione o crescita stagnante, la Cina ha mantenuto tassi di crescita economica sostenuti.

Insomma, Franzini e Raitano dimostrano che il calcolo della povertà si basa su dati difficili da contestualizzare sul territorio, e che di conseguenza bisognerebbe rivedere il sistema alla base di queste misurazioni, per poter svolgere un’analisi comparativa tra le diverse economie del mondo. La conclusione raggiunta dai due professori della Sapienza, non è che la Cina abbia falsificato i dati, ma che il sistema di calcolo vada aggiornato e adeguato al contesto economico attuale. Nulla toglie al fatto che la Cina abbia conseguito un successo straordinario, essendo passata in soli trent’anni dal 99% allo 0,5% di cittadini in povertà estrema. Un risultato che non è frutto di manipolazioni statistiche, ma riflette un progresso economico e sociale concreto, che ha trasformato le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone.

L’analisi critica proposta da Franzini e Raitano non mette in discussione questi risultati, invita semmai a una riflessione più attenta sui metodi di misurazione della povertà: la loro proposta di utilizzare soglie più elevate e di considerare le specificità locali, non diminuisce l’importanza dei progressi cinesi, ma contribuisce a una comprensione più accurata delle sfide globali nella lotta contro la povertà, che non riguardano solo la Cina, ma il mondo intero. Il dibattito accademico deve rimanere focalizzato sui suoi obiettivi principali: migliorare gli strumenti di analisi per poter sviluppare politiche più efficaci nella riduzione delle disuguaglianze. In questo contesto, l’esperienza cinese offre lezioni utili per sperimentare come delle politiche economiche mirate e ben pianificate possano portare a risultati concreti nella lotta contro la povertà estrema.


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