Kafka e la vanità del potere
L’imperatore morente che sussurra il suo messaggio finale a un messaggero, l’autorità suprema che invia una propria emanazione a compiere un’impresa tanto elementare, quasi banale: recapitare un messaggio. Un messaggio imperiale. La struttura del palazzo stesso richiama vagamente la Città Proibita di Pechino, tuttavia Kafka, maestro delle narrazioni a doppio registro, non fa mai menzione esplicita del luogo, né introduce dettagli che possano caratterizzarlo in modo realmente univoco; ragion per cui, siamo costretti a prendere il riferimento all’impero cinese come un rimando evanescente al potere tout-court, che si può perfettamente contestualizzare in qualsiasi città europea.
Il potere in quanto tale costruisce sempre le sue cittadelle, le sue gerarchie inarrivabili, la sua burocrazia soffocante: il palazzo stesso dell’Imperatore, le stanze interne, i cortili e le scalinate, il secondo palazzo che racchiude il primo, tutti questi elementi sembrano descrivere un mondo a scatole cinesi per l’appunto, che diventano metafora del potere in quanto tale, non di un potere in particolare: quel potere labirintico, autoreferenziale, che non per volontà, ma per la sua stessa natura umana (o disumana), impedisce al messaggero di assolvere il suo compito.
Frenato dalla folla, dalla circolarità dei percorsi, dall’estensione infinita dello spazio da percorrere.
Sembra richiamarsi a questo brevissimo racconto il Buzzati dei “Sette messaggeri”, dove affronta lo stesso problema dell’assolutismo che cade vittima di sé stesso e finisce col perdere il controllo sulle sue periferie. Consegnare un messaggio da un estremo all’altro dell’Impero, diventa un’impresa impossibile, il messaggero stesso invecchia nel percorrerne la distanza.
Kafka mette in pratica l’antico paradosso di Zenone, dimezzando sempre le distanze percorse e frammentando il percorso, inmodo tale che nemmeno Achille piè veloce potrà mai raggiungere la sua tartaruga; la folla stessa diventa un muro insormontabile, quel leviatanico mostro che nella prima metà del Novecento inizia a configurarsi come massa indistinta, la cui ingombrante presenza impedisce qualsiasi connesione tra un estremo e l’altro della folla stessa.
L’impossibilità di consegnare il messaggio, corrisponde alla vanità di un potere vittima della propria complessità, un potere che resta soffocato nei meandri dei propri uffici e delle proprie cancellerie. Di una modernità sconcertante, questo racconto sembra esprimere con un’ironia disperata l’attuale fallimento dello stato di diritto.