Il sasso di San Zenobi a Pietramala fra leggenda e realtà. Il culto delle pietre. Note su alcune usanze tra sacro e profano.

L’incisione rupestre che si trova accanto al sasso di San Zenobi, in cui taluni vedono il volto del vescovo di Firenze, altri quello del Diavolo, ma potrebbe essere precedente all’evangelizzazione dell’Appennino fiorentino.

Il Sasso di San Zenobi
a Pietramala tra
leggenda e realtà

Note intorno a un racconto
popolare del crinale fiorentino

Articolo di
Federico Berti

Queste note sono materiali di studio per una storia cantata s’un luogo leggendario che si trova sul crinale della Raticosa, oggi frequentato da sciami di motociclisti ma un tempo solitario e per molti versi inquietante, il Sasso di San Zenobi. Viene descritto come un ofiolite, ovvero un ammasso di origine vulcanica, formatosi sul fondo del mare molti millenni prima rispetto all’orogenesi degli Appennini, riaffiorato in vetta solo dopo la formazione della catena montuosa. Prima di addentrarci nella leggenda vorrei riassumere alcune notizie storiche sul luogo di Pietramala, territorio dell’alto crinale cui la leggenda del sasso è profondamente legata. Per quanto ne sappiamo Castrum Petramore era un castello degli Ubaldini con chiesa annessa, citato nel diploma di Federico II del 1220 e in una lettera di Carlo d’Angiò di poco successiva, il castello fu successivamente ceduto a Firenze e demolito. Della fortificazione non rimane traccia né si conosce l’esatta ubicazione, sebbene la leggenda tramandi che un fortilizio si trovasse in vetta all’ofiolite detto per l’appunto ‘Sasso di San Zenobi’. Non possiamo dirlo dal momento che la pietra è stata usata come cava per trarne materiale da costruzionei. Il borgo di Pietramala è divenuto tristemente noto quando lo scrittore Stendhal capitò da quelle parti, testimoniò di alcuni viandanti derubati e uccisi in un albergo a Covigliaio da una banda di malfattori, guidata da un prete del posto. Il parroco coinvolto negli omicidi venne ritrovato nel 1726 stritolato sotto un masso, ma di questo non abbiamo che poche e confuse informazioni. Molti altri incidenti si ricordano provocati da pietre che risultavano provenire proprio dal Sasso di San Zenobi, la pietra di cui siamo a raccontare. Difficile dire se quello dei viandanti assassinati sia lo stesso albergo in cui un secolo più tardi soggiornerà l’americano Jack Kerouac, o quello in cui raccontò di aver dormito Giangiacomo Casanova s’un letto talmente scomodo da farlo rinunciare malvolentieri a una notte d’amore, o se sia vero come racconta Paolo Rumiz che vi sia passato Annibale coi suoi elefanti scendendo verso il centro della penisola. Per molto tempo una dogana ha diviso Pietramala da Monghidoro. Il monte Raticoso che dà nome al passo, veniva considerato un vulcano e si riteneva fosse una delle bocche dell’inferno, così nel 1718 un noto massone inglese, tale Horace Dodsworth, venne a studiare il fenomeno delle fiamme libere in cui la gente del posto vedeva gli spiriti dei defunti. Ma la svolta nella conoscenza dei fenomeni geologici locali sarà Alessandro Volta a darla, spiegando il nesso tra l’aria che prendeva fuoco e i giacimenti di gas metano tuttora impiegati come combustibile per le automobili. Non l’inferno dunque né un vulcano, ma il gas naturale.

La leggenda come si racconta oggi

Veniamo dunque alla leggenda, se ne raccontano molte versioni e varianti sebbene al momento non risulti nessuna fonte documentata precedente il secolo romantico, verrebbe quasi da pensare a un racconto popolare tramandato verbalmente se non fosse che in vetta all’ammasso sul crinale della Raticosa si trova ancora una croce, alla sua base un’incisione rupestre e fino al passaggio del fronte nel ’44 una chiesina dedicata per l’appunto a San Zenobio o Zanobi, vescovo di Firenze nel V secolo d.C. ricordato da Sant’Ambrogio come suo contemporaneo, responsabile dell’evangelizzazione di tutta la provincia fiorentina. La chiesa che si trovava alle sue pendici è menzionata a partire dalla metà del XIII secolo, ma l’incisione potrebbe essere precedente di alcuni secoli. La pietra è stata impiegata nel 1944 come cava dall’esercito alleato per ricavarne materiali atti alla riparazione delle strade durante le manovre lungo la Linea Gotica. Secondo un racconto popolare, Zenobio era venuto in visita pastorale sul crinale dell’Appennino fiorentino e aveva ispirato molte conversioni al cristianesimo combattendo con decisione i cosiddetti falsi dèi pagani e l’eresia ariana. Satana allora si riunì con altri diavoli e volle sfidare il vescovo a una prova di prestanza fisica, chi avesse trasportato sulle spalle il masso più grande più lontano di quanto l’altro non potesse vedere, avrebbe regnato sulla regione. A questo punto le versioni della storia non sono tutte concordi, non potendo identificarne una di riferimento comune vanno riportate così come sono.

Ognuno dei contendenti prese sulle spalle un grande masso, iniziarono entrambe a camminare ma dopo un po’ il Diavolo si sentì schiacciato dal peso: alcuni raccontano che la sua roccia avesse preso a diventare sempre più grande, mentre veniva trasportata sulle spalle dal Demonio. Convinto di trovarsi più avanti del vescovo posò la pietra, Zenobio nel frattempo s’era portato di là dal crinale, in posizione non visibile dal Diavolo, depose quindi la sua in un luogo dove lui non potesse vederla. Satana allora vedendosi sconfitto scomparve tra fuoco e fiamme infuriato, dopo aver scagliato la pietra a valle dove si trova l’attuale Sasso della Maltesca, con tre balzi ritornò all’inferno da dove era venuto; taluni riportano un dettaglio interessante, nei tre punti in cui posò il piede caprino la terra si sciolse e la pietra divenne come fango. La storia così come viene riportata da fonti per lo più orali contiene alcune contraddizioni interne, nel senso proprio del dispositivo narrativo: in primo luogo perché il sasso della Maltesca è più piccolo rispetto al sasso di San Zenobi, non si comprende su quale punto vertesse la competizione fra i due, se sulla dimensione della pietra o sulla lunghezza del percorso, per quale motivo il Diavolo avesse scelto un sasso più piccolo dell’altro se la gara consisteva proprio nel trasportare la roccia più grande? In secondo luogo non è chiaro se i due si pretenda fossero partiti dall’Ospedaletto, come qualcuno racconta, oppure dal torrente Idice più a valle come dicono altri e quanti metri dovrebbero aver percorso con quelle pietre sulle spalle. E’ una leggenda si dirà, ma il nostro problema non è prenderla alla lettera, bensì interrogarci sul suo contenuto, darle un senso. Quanto al trasportare la pietra fin dove l’altro non potesse vederla, la non visibilità si direbbe fosse reciproca: se un crinale li separava allo sguardo, allora anche il Diavolo aveva portato il suo masso fin dove il vescovo non poteva vederlo. Chi riporta la storia non si è interrogato su questi dettagli, che evidentemente non considerava rilevanti. Inoltre l’idea della roccia che diventa sempre più grande e della pietra che si scioglie diventando come fango, sembra richiamare il diffuso fenomeno dei vulcanetti, soffioni come quello che si trova ancora oggi a Sassonero, nel vicino comune di Monterenzio, compatibili con la geologia del posto. Ovvero bocche da cui affiora fango caldo che risale dal terreno, compatibile con la forma di quei sassi. In ultima analisi, la storia non spiega né pone domande sull’incisione rupestre che troviamo tuttora ai piedi del monte. Si dovrà dunque fare un passo indietro.

Culto delle pietre prima e dopo Cristo

Il primo elemento del racconto che merita la nostra attenzione è la croce posta in vetta all’ofiolite e la presenza per seicento anni di una chiesa cattolica, sono dettagli che insieme qualificano il sasso di San Zenobi inequivocabilmente come luogo di culto. Non è cosa di cui sia lecito stupirsi dopo cent’anni di studi entro-antropologici sulla storia delle religioni, né dimostra nulla più di quanto Sant’Agostino abbia esplicitamente affermato sull’opportunità di assimilare i culti pagani proprio per ribadire la superiorità del Vangelo. Non basta però dire che vi sia stata un’assimilazione, la stessa chiesa cattolica ormai la rivendica proprio per riaffermare il suo apporto positivo nel superamento della superstizione e del feticismo magico-religioso caratteristici dell’animismo. L’antropologia culturale ha del resto assolto con efficacia il compito di portare alla luce quel che un tempo la medesima istituzione fermamente negava, è dunque il momento di fare un passo in più che finora non si è voluto o potuto fare, domandarsi cioè di quante e quali ‘verità’ il racconto leggendario si possa considerare portatore. Per fare questo non sarà inutile partire da quanto già hanno portato alla luce gli studi dell’antropologia culturale e dalla storia delle religioni intorno al culto dei sassi, dati ormai condivisi e ampiamente documentati di cui daremo solo un breve resoconto, limitato ai dettagli di nostro interesse.

Nella religione che più delle altre per lungo tempo ha conteso il passo al Cristianesimo, sulle rovine dei cui templi molti santuari cristiani tuttora sorgono, il dio persiano Mitra si riteneva fosse stato generato da un fulmine che il Padre Cielo aveva scagliato contro una roccia, fecondando la Petra Genetrix, lo chiamavano perciò ‘Theos ex Petras’, ovvero il dio venuto fuori dalla pietra. Il dio greco Hermes era nato da Maia in una grotta dopo lo stupro di Zeus, aveva la forma di un simulacro fallico in pietra che si credeva propiziasse la potenza generatrice della donna. Cibele, dea cella caccia nativa dell’Anatolia, era nata da una pietra nera. La pietra fecondatrice era protagonista di usanze anche familiari legate alla fertilità del corpo femminile, tra gli antichi romani ad esempio in occasione della prima notte di nozze la suocera guidava la sposa, prima che giacesse col marito, a sedere sul fallo eretto d’un Priapo di pietra, come osserva Orazio nelle Satire: veniva così deflorata dal dio Matitus talora detto «Christus» perché il pene eretto della statua veniva lubrificato con il crisma, ovvero l’olio santo, e la giovane che andava a poggiarsi su di esso per essere così deflorata, veniva di conseguenza indicata come Vergine Sposa del Dio.

Straordinaria la testimonianza del documentario di Luigi di Gianni sul culto delle pietre in Abruzzo, nel quale si vedono proprio donne e uomini, giovani e anziani, rotolarsi contro la roccia, strofinarsela addosso, baciarla, simularvi l’incubazione del sonno rituale per tornare poi nel regno dei vivi passando attraverso la chiesa di San Venanzio. Dilungarsi non serve, se guardiamo a queste cose con gli occhi della religione siamo di fronte a rituali che la dottrina cristiana ha elaborato a partire da pratiche devozionali precedenti, con l’intento dichiarato di neutralizzarne la superstizione animistica e feticistica implicita nel rituale, non sarebbero più dunque pratiche magico-religiose ma atti puramente simbolici su cui la fede ha l’ultima parola. Se le guardiamo non più con gli occhi della religione, ma con quelli dell’antropologia culturale, siamo di fronte a pratiche di cura dell’anima o medicina psico-somatica in cui si vanno ad attivare la motivazione e la reazione del corpo a un blocco di natura non sempre e solo biologica. I due punti di vista, quello religioso e quello scientifico, non sono in contraddizione l’uno con l’altro, ma rappresentano due spiegazioni dello stesso fenomeno in chiave simbolica l’uno, razionale l’altro. Non sarà inutile ricordare che ancora oggi alcune pratiche di cura simili a quelle vengono coltivate con ferma convinzione nelle cosiddette culture del New Age, con tanto di guaritori carismatici che impongono le pietre sul corpo di chi si rivolge a loro.

Dal mito di Sisifo alla leggenda di Milone

Ma la storia di San Zenobi non sembra potersi ridurre al culto della pietra fecondatrice, quello descritto nel racconto non è un transito attraverso la roccia, ma una gara quasi ‘olimpionica’ tra un vescovo cristiano e il signore degli inferi. Sul trasporto di massi giganteschi numerose leggende sono fiorite un po’ ovunque, dall’età classica ai secoli più recenti; a Cividale del Friuli si racconta per esempio che la grande pietra posta nel mezzo del fiume su cui poggia il noto ponte ‘maledetto’, fosse stata trasportata dalla madre del Diavolo, tenendola nel suo grembiule. Nella mitologia greca il disonesto Sisifo, un briccone che ingannava gli uomini e gli dei, venne condannato da Zeus a rotolare un masso dalle pendici alla vetta di un monte, ma arrivato in cima ogni volta quello rotolava nuovamente a valle e il poveretto doveva ricominciare da capo la salita. Il tema del masso scagliato da uomini dotati di una forza sovrumana è del resto ricorrente nella letteratura antica, ad esempio nell’Iliade Ettore ferisce l’arciere Teucro proprio scagliandogli contro un grande masso, Diomede fa lo stesso combattendo contro Enea, nell’Odissea Ciclopi e Lestrigoni scagliano massi grandi come vette di montagne contro le navi di passaggio.

Dal mito alla cronaca il passo è più breve di quanto non penseremmo, il medico Ippocrate elencò nel V secolo a.C. una serie di esercizi per mantenere sano il corpo, tra cui la lotta e i sollevamenti usando pesi di pietra o di metallo, allenamento consigliato ancora tre secoli più tardi dai medici Antillo (II secolo d.C.) e Oribasio (IV secolo d.C.). Il trasporto di massi sulle spalle era una prova atletica soggetta a un regolamento come le altre gare. Un’iscrizione del VI secolo a.C. su un enorme blocco di pietra a Olimpia si riferisce a un tale Bybon che con una mano lanciò «al di sopra della testa» un macigno di 143 chili, un’altra iscrizione di Epidauro parla di Ermodikos che in Asia Minore trasportò per un centinaio di metri un masso di 334 chili; un’altra ancora si trova a Tera e parla del forte Eumastas, capace di sollevare una pietra di 480 chili. Non pretendiamo che questo sia vero ma è interessante il racconto come si riportava 600 anni prima di Cristo, molto simile a quello che si racconta ancora oggi nella leggenda di San Zenobi a Pietramala. Per molto tempo sono fiorite storie su uomini come il famoso Milone di Crotone (siamo già nella Magna Grecia, l’attuale territorio italiano). Di lui si narra che fosse discepolo di Pitagora, durante un banchetto sostenne il pericolante soffitto della sala dopo il cedimento d’una colonna. Tra le sue imprese più ricordate sarà il giro completo dello stadio di Olimpia con un toro sulle spalle, poi sacrificato alla dea; gli venne dedicata una statua nel recinto sacro, inutile dire che fu lui stesso a sistemarla con le proprie mani. Proprio la leggenda di Milone viene richiamata nel 170 d.C. da Claudio Eliano detto il sofista, nel XII libro delle sue Storie varie. Scrive da Palestrina, nei dintorni di Roma:

“Si narra che Milone, il quale era orgogliosissimo della sua forza fisica, si imbatté un giorno nel pastore Titormo e, vedendo che questi aveva un corpo possente, volle metterlo alla prova. Pur ritenendo di non essere particolarmente robusto, Titormo scese sulla riva del fiume Eveno e, toltosi il mantello, afferrò un macigno enorme: lo tirò a sé e lo allontanò due o tre volte, quindì lo sollevò fino alle ginocchia e, infine, presolo sulle spalle, lo portò alla distanza di otto orge (15mt, Ndt) e lo scagliò lontano. Milone invece, riuscì a stento a smuovere quel masso. (…) Afferrò con una mano la zampa di un toro selvaggio, impedendogli di scappare; con l’altra mano ne afferrò un secondo e riuscì a trattenerli sul posto tutti e due. A quella vista Milone alzò le mani al cielo esclamando: – O Zeus, tu ci hai generato un nuovo Ercole!-“

Claudio Eliano, Storie Varie, Libro XII

Questo motivo narrativo lo si ritrova nella leggenda del Sasso di San Zenobi, dove la parte del contadino viene impersonata dal vescovo di Firenze e quella dell’atleta dal Diavolo in persona. Tuttavia quello di Pietramala non è l’unico masso in Italia legato a leggende sul Diavolo, vale la pena soffermarsi un poco sopra alcuni tra i motivi riccorrenti nei toponimi locali per evidenziarne gli eventuali tratti comuni.

Sassi del Diavolo e leggende popolari

Si racconta in località Sorriva di Viano nel territorio di Reggio Emilia che in un bosco vi fosse un grosso sasso con questo nome, sotto il quale si nascondesse un tesoro. Il prete scavando insieme ad altri paesani lo trovarono, ma dal tesoro uscì una bestia a forma di mucca, con due corna di caprone, soffiando così forte da portare via la stola al prete. Insieme alla stola scomparve anche il tesoro, la bestia chiese dunque al religioso se volesse andare sopra o sotto le spine, alla sua risposta di voler andar sopra le spine quello si ritrovò a Ca’ di Montoni, lontano da dove si trovava. Spaventato il prete fuggi, corse a casa e per lo spavento prima perse tutti i capelli, poi poco tempo dopo morì. Un’altra pietra del Diavolo nota col nome di Teufelsstein o Marchstein si trova a Terento in Val Pusteria, sul sentiero per la malga Pertinger. Si racconta che il signore degli inferi avesse preso un sasso da Luson per lasciarlo rotolare da Mutenock al Mulino, ma nel trasportarlo lungo il sentiero dovette fermarsi a riposare perché era molto pesante. Non si accorse che si vedevano ormai le prime luci dell’alba e non appena il sacrestano suonò le campane del mattutino dovette ritirarsi rapidamente abbandonando il sasso, che si trova ancora lì. Nella valle del Rio Resartico a Resia, mezz’ora di cammino dalla frazione Povici di Sopra nel comune di Resiutta, seguendo il sentiero che porta alla miniera, si arriva al Clap dal Diaul, di cui si narra sia stato un tempo trasportato dal diavolo racchiuso nel suo grembiule; intendeva scagliarlo nel fiume Fella affinché servisse da ponte per attraversarlo raggiungendo il paese di Ovedasso, ma al suono dell’Avemaria dovette fuggire di corsa e così lasciò cadere il masso nel rio Resartico, dove si trova ancora oggi. In questo caso troviamo riuniti il tema del trasporto nel grembiule e quello della fuga per il suono delle campane. Un altro masso a dieci minuti da Carmignano nei dintorni di Prato, sul quale è riconoscibile l’impronta di una zampa caprina alla base del sasso, è interessante anche il toponimo di Montalbano che ritroviamo nei pressi del Sasso di San Zenobi sull’alto crinale. Quello delle impronte lasciate sulla pietra è un altro motivo ricorrente, come nel sito sulla strada che porta da Tobbiana a Cascina nel pistoiese, dove il demonio s’era messo in agguato per portarsi via l’anima d’un carrettiere, il quale però si pentì dei peccati prima di morire e venne salvato da un angelo: infuriato per la sconfitta il demonio a ha sferrato un pugno sul masso lasciandovi la propria impronta.

Nel territorio di Alagna Valsesia, si racconta che mentre la chiesa di Gressoney era in costruzione, il diavolo volendo polverizzarla scelse il masso più grande che si trovasse al Col d’Olen e iniziò a spingerlo, ma giunto in prossimità del colle si fermò a riposare e venne avvicinato da un angelo del Signore, che gli comandò di lasciare la pietra. Colto da un eccesso d’ira il Diavolo colpì la pietra con un pugno e questa iniziò a rotolare verso Alagna, ma si fermò per fortuna a Pianalunga dove si trova ancora oggi. Ha una spaccatura annerita sul lato, testimonianza del pugno accompagnato dalle fiamme dell’inferno. Qui abbiamo il trasporto del sasso, la stanchezza del Diavolo, la sconfitta e la sottomissione alla croce, la pietra scagliata dall’alta vetta. L’episodio ricordato al masso del diavolo che si trova a 600 metri dall’abbazia di Vallombrosa, è più inquietante: un discepolo di san Giovanni Gualberto che aveva espresso l’intenzione di lasciare il convento, salì nei pressi del sasso e si gettò nel burrone (si dice) su ispirazione del demonio. Diverso il racconto che si ricorda in Val d’Orcia nei pressi del Monte Amiata, dove una pietra vulcanica simile nell’aspetto a una grande poltrona diede luogo alla leggenda del Diavolo che vi sedeva sopra in attesa dei passanti. Lo stesso topos del demonio seduto sulla roccia si ritrova a Colazza nel novarese, tra lago Maggiore e lago d’Orta, dove le impronte lasciate sopra il Sass Preiatecia sono proprio quelle del sedere. Un altra sedia del Diavolo si ritrova nel menhir di Schiara in Lunigiana, dove si racconta che un gruppo di viandanti in sosta si fermò davanti al masso e accese un fuoco, ma un vento improvviso spense le fiamme, si udì il cinguettìo d’un uccello e apparve il Demonio per scacciare gli sprovveduti dalla sua dimora. Nei pressi del lago di Como sul sentiero fra Carvagnana e Colmenacco si trova il sasso del Calvron (Calvario) con una vasca scavata nella pietra, la leggenda è che nessuno sia mai riuscito a piantarvi sopra una croce perché questa veniva subito sbalzata via.

L’incisione rupestre di Pietramala

Questi racconti non esauriscono il tema del sasso del Diavolo, luoghi di questo tipo non si pretende averli censiti tutti, quel che a noi interessa è passare in rassegna i motivi ricorrenti per capire in quale ciclo si inserisce la storia del sasso di Pietramala. Quando il demone lancia un sasso è perché non può sostenerlo più sulle spalle, oppure perché un angelo gli ha ordinato di deporlo, o perché sente suonare le campane e capisce di dover rientrare nel regno dei morti, vuol dire che si sente sconfitto. Un tratto comune è il segno impresso nella pietra, di cui talvolta è dimostrata una datazione antica ma più spesso non si conosce l’origine. Coppelle, vasche scavate nella roccia, poltrone, canali di scolo, incisioni rupestri, impronte di mani, dita, piedi, zoccoli caprini, croci scolpite o piantate nella stessa roccia, questi sono i tratti distintivi più comuni, oltre naturalmente al racconto che si tramanda verbalmente non sappiamo da quanto tempo. Un altro motivo ricorrente in alcuni casi è il riferimento alla morte, al Calvario o a mai documentati sacrifici umani, che potrebbero rispondere a una damnatio memoriae di culti precedenti ma di cui non è stata mai confermata l’occorrenza. Si parla spesso di un tesoro nascosto sotto al sasso, come avevamo già riscontrato nella leggenda di Montovolo e del serpente che ne custodiva la chiave, ma per lo più il tesoro del Diavolo non è spendibile, porta alla follia, alla dannazione, malattia e morte. Nell’economia del racconto di solito vuole contendere le anime dei viandanti a Dio, terrorizzarli o in alcuni casi devastarne le comunità scagliando il masso contro un paese.

Detto questo il racconto di San Zenobi non sta circolando in forma scritta. Rimane un mistero l’incisione rupestre del volto sul masso alla base dell’ofiolite, in cui talvolta si vuol vedere una rappresentazione del vescovo di Firenze, ma che non può corrispondere ne a lui, né al volto del Diavolo. Non vi sono particolari che possano far pensare all’uno o all’altro in quel glifo minimale, che raffigura semplicemente un uomo con la barba, due grandi labbra, le guance incavate, la fronte bassa e una prominente arcata sopraccigliare. Non vi è alcun accenno alla mitria, al pastorale, alla croce o altri dettagli che rimandino in modo inequivocabile a un vescovo e questo, se ipotizziamo che il glifo risalga al V secolo d.C., come vuole la leggenda, non può ricondursi a imperizia figurativa: se fosse un manufatto costruito dopo la predicazione di San Zenobi, vi sarebbero impressi dei simboli cristiani. Invece non vi troviamo corna, zoccolo caprino, segni per i quali sia evidente e univoca l’identificazione di quel volto con il Diavolo; si potrebbe pensare semmai a un uomo selvatico, un gigante, oppure un volto parzialmente coperto da una maschera, o più semplicemente un uomo con la barba. In assenza di una connotazione specificamente cristiana, non possiamo considerare l’incisione altro che precedente l’episodio leggendario, ovvero prima del V secolo d.C. Se infatti qualcuno avesse voluto porre sopra un sasso accanto alla chiesa un graffito successivamente alla sua costruzione, senza una conferma o un accordo preventivo con l’autorità religiosa, quel segno sarebbe stato cancellato, asportato, dimenticato come un banale atto di vandalismo. Al contrario, troviamo il masso conservato con cura, l’incisione ai piedi del monte sormontato da una croce e presidiato da una cappella in onore del santo, ovvero all’interno di un complesso religioso, dove l’introduzione di qualsiasi elemento figurativo è soggetta al controllo di chi quel luogo custodisce. Non siamo nemmeno certi che il masso si trovasse proprio lì anticamente, non sappiamo quale forma avesse il complesso dell’ofiolite visto che è stato a lungo usato come cava per materiali da costruzione, non solo dagli americani.

Conclusioni

Per trarre delle conclusioni ragionevoli dovremmo poter consultare delle fonti primarie sulla leggenda di San Zenobi e il Diavolo, al momento possiamo solo dire che il racconto della competizione tra i due era noto non meno di quattro generazioni prima della nostra, ma non siamo in grado di ricostruire un testo ‘autentico’ e non possiamo risalire per il momento a prima del XVIII secolo. Si può dire però che il racconto popolare combina tra loro almeno tre motivi ricorrenti: uno è quello dell’atleta dalla forza sovrumana vinto dal pastore nel trasporto di una pietra, riportato nel 170 d.C. da Claudio Eliano in un testo scritto e pubblicato a Palestrina nei dintorni di Roma due secoli prima della missione di Zenobio sulla montagna fiorentina, sicuramente non ignoto ai predicatori che furono responsabili delle conversioni nei dintorni di Pietramala. Un secondo, quello del Diavolo che trasporta un sasso per lanciarlo contro un villaggio o per attraversare un fiume, o che sede sopra una poltrona di pietra in attesa di viandanti da adescare, comune a tanti altri sassi leggendari in Europa. Il terzo è quello più specificamente locale della pietra che si scioglie o del sasso che si rompe. L’incisione sulla roccia ai piedi del complesso ofiolitico non possiamo datarla con sicurezza, ma si direbbe precedente la predicazione di Zenobio avvenuta nel V secolo, l’assenza di altri segni potrebbe essere il frutto dell’intervento dell’uomo essendo stato quel luogo soggetto ad attività estrattive e presidiato per secoli prima da una rocca militare, poi da una chiesa. Fino a quando non saremo in grado di datare il racconto leggendario, non potremo nemmeno renderci conto delle motivazioni che possono aver portato dei predicatori a combinare tra loro questi tre motivi, ovvero quale fosse l’intenzione del narratore, tuttavia conoscendo lo scenario terrificante di questi luoghi in cui l’aria prendeva fuoco, dove si pensava fosse la bocca dell’inferno e dove tuttora si praticano rituali di esorcismo, possiamo dire la leggenda del Sasso di San Zenobi si inserisce perfettamente nel suo territorio.

Bibliografia

Elisa Pucci, La ‘malapietra’ che incantò Telemaco Signorini: Pietramala e l’Appennino nei diari di viaggio tra ‘700 e ‘800, Signa, Masso delle fate, 2017

Alessandro Volta, Scritti sull’aria infiammabile, sulleudiometro e sopra i fuochi di Pietramala e Velleia, Roma, Leonardo da Vinci, 1928

Diego Garoglio, Canti di Pietramala, 1919-1930, Firenze, Casini e Ortolani.

Orazio, Le satire, Mi, Istituto Editoriale Italiano, 1927

Robert Graves, I miti greci, Mi, Longanesi, 1992

Alfredo Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Milano, Mondadori, 2003,

Qui puoi trovare il libro di Federico Berti
“Le vie delle fiabe. L’informazione è narrazione”

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