Il falso problema della Sacra Sindone

Le recenti scoperte sulla testimonianza di Nicole Oresme che nel XIV denunciava la Sindone come una contraffazione, oltre a non essere l’unica prova delle denunce coeve su questo tema, costituiscono un falso problema per la religione cristiana. Non essendo infatti la reliquia, in quanto tale, paragonabile a un feticcio magico, per il credente non conta l’autenticità dell’oggetto, quanto il suo significato simbolico e la condivisione dell’atto rituale che gli viene tributato. Tecnicamente, in questo senso, nessuna reliquia è un falso.
Mi capitato più volte di confrontarmi con ferventi cattolici sull’autenticità delle reliquie che venerano, tutti mi hanno risposto la stessa cosa: non importa, non siamo attaccati alla reliquia come oggetto, è il simbolo che conta. Da non religioso, non posso che rispettare l’atteggiamento e rilevarne la coerenza. Si tratta di un’autosuggestione che (per convenzione) la religiosità stessa istituisce nel’intento di consolidare il senso di comunità intorno a una performance, un forma di teatro sociale. E’ quell’atto condiviso a dare un senso alle reliquie.
Denunce intorno alla produzione materiale della Sacra SIndone non sono mancate nel corso dei secoli, quest’ultima pubblicata (peraltro) da un’ Università Cattolica, non fa che retrodatare di settant’anni la consapevolezza del fatto che il Sacro Lino non ha avvolto un corpo di tredici secoli prima. Il punto è che l’Europa usciva dalla peste in quel periodo, corpi avvolti nei lenzuoli per portarli via ne aveva visti purtroppo in enormi quantità, il trauma era vivo nella memoria popolare. Si sviluppò un culto particolarmente sentito della Passione di Cristo, un modo per superare insieme, collettivamente, quel trauma, attraverso l’atto simbolico di venerare un sudario.
Non importa se mai quel sudario abbia avvolto davvero il corpo di un uomo, o se quell’uomo sia vissuto realmente al tempo di Gesù Cristo, o se fosse proprio il suo corpo ad aver lasciato quell’impronta: preoccuparsene sarebbe, come non mancano di far notare i protestanti, un atto di feticismo idolatrico. Quel che conta è condividerne la venerazione ritualizzata, una rappresentazione collettiva della Passione che in quel momento storico doveva svolgere una precisa funzione, e di cui il Velo è testimonianza. E’ il simbolo che conta.
Indubbio è che di questo bisogno collettivo, qualcuno al tempo se n’è approfittato, questo sì. Quando un Papa nel XVI secolo ordinò di gettare nel Tevere un baule riempito con tutti i denti di Santa Apollonia rtirati dai rispettivi santuari, riconobbe che si stava passando il limite. La religiosità vive da sempre sul filo sottile che passa tra la finzione rituale e l’esaltazione dell’animo. L’importante è non passare quel limite, scivolando dalla venerazione al culto idolatrico, il grande problema che i Popoli del Libro si pongono dal tempo del Vitello d’Oro.