Guy de Maupassant, Un fantasma

Traduzione a cura di Federico Berti

Parlavamo di sequestri, alludendo a un recente processo. Era sul finire di una serata tra amici, in un antico palazzo della Rue de Grenelle, e ciascuno degli ospiti aveva da raccontare qualcosa che garantiva essere accaduto davvero. Si fece allora avanti il vecchio marchese de la Tour-Samuel, ottantadue anni, e venne ad appoggiarsi al bordo del caminetto. Raccontò la seguente storia con la sua voce appena tremante.
«Anch’io ho assistito a una cosa strana — così strana da essere diventata l’incubo della mia vita. Accadde cinquantasei anni fa, eppure non passa mese che non la riviva in sogno. Da quel giorno porto su di me un marchio, un’impronta di terrore — capite? Sì, per dieci minuti fui in balia della paura, in modo tale che da allora un’angoscia costante è rimasta annidata nella mia anima. I rumori improvvisi mi gelano il cuore; gli oggetti che nelle ombre della sera fatico a distinguere mi fanno venire voglia di fuggire. Ho paura, di notte.
«No! Non avrei mai ammesso una cosa simile prima di raggiungere l’età che ho ora. Ma oggi posso dire tutto. Si può temere i pericoli immaginari a ottantadue anni. Di fronte al pericolo reale, però, non mi sono mai voltato indietro, mesdames.
«Quell’accaduto mi sconvolse così profondamente, mi riempì di un’inquietudine così cupa e misteriosa, che non riuscii mai a raccontarlo. Lo tenevo chiuso in quella parte più riposta di me, in quell’angolo dove custodiamo i nostri segreti tristi, i nostri segreti vergognosi — tutte le debolezze della nostra vita che non si possono confessare.
«Vi racconterò quell’episodio così come si svolse, senza alcun tentativo di spiegarlo. A meno che io non sia stato pazzo per un breve momento, una spiegazione deve esistere. Eppure non ero pazzo, e ve lo dimostrerò. Immaginate ciò che volete. Ecco i fatti, nella loro semplicità:

«Era il 1827, luglio. Ero di stanza con il mio reggimento a Rouen.
«Un giorno, mentre passeggiavo sul lungosenna, mi imbattei in un uomo che credevo di riconoscere, senza però riuscire a collocarlo con certezza. Rallentai istintivamente il passo, pronto a fermarmi. Lo straniero colse il mio gesto, mi guardò, e mi cadde tra le braccia.
«Era un amico della mia giovinezza, di cui ero stato molto affezionato. Sembrava invecchiato di mezzo secolo nei cinque anni da cui non lo vedevo. I capelli erano bianchi, camminava curvo come un uomo esausto. Comprese il mio stupore e mi raccontò la storia della sua vita.
«Un evento terribile lo aveva spezzato. Si era innamorato perdutamente di una giovane ragazza e l’aveva sposata in una sorta di ebbrezza sognante. Dopo un anno di felicità senza ombre e di passione che non si consumava, lei era morta all’improvviso, di una malattia di cuore — uccisa, forse, dall’amore stesso.
«Egli aveva lasciato la campagna il giorno stesso dei funerali ed era venuto a vivere nel suo palazzo a Rouen. Vi restava, solitario e disperato, con il dolore che lo logorò lentamente, così infelice da pensare di continuo al suicidio.
«”Poiché ti ho ritrovato per caso,” mi disse, “ti chiedo un grande favore. Voglio che tu vada al mio castello a prendere delle carte di cui ho urgente bisogno. Si trovano nel cassetto della scrivania della mia camera — della nostra camera. Non posso mandare un domestico né un avvocato, perché la faccenda dev’essere tenuta segreta. Voglio il silenzio assoluto.
«”Ti darò la chiave della stanza, che ho chiuso con cura prima di partire, e la chiave della scrivania. Ti darò anche un biglietto per il giardiniere, che ti lascerà entrare.
«”Vieni a colazione da me domani e parleremo di tutto.”
«Promisi di rendergli quel piccolo servizio. Per me non sarebbe stata che una piacevole gita: il suo podere distava appena venticinque miglia da Rouen. Potevo arrivarci in un’ora a cavallo.

«Il giorno seguente alle dieci ero già da lui. Colazionammo soli, e per tutto il tempo non pronunciò più di venti parole. Mi chiese di scusarlo. L’idea che io stessi per entrare nella stanza dove la sua felicità giaceva in frantumi lo turbava, disse. E davvero appariva inquieto, agitato, come se un conflitto misterioso si svolgesse dentro di lui.
«Alla fine mi spiegò con precisione quello che dovevo fare. Era molto semplice. Dovevo prendere due pacchi di lettere e alcune carte, chiusi nel primo cassetto a destra della scrivania di cui avevo la chiave. Aggiunse:
«”Non ho certo bisogno di chiederti di non scorrerle con gli occhi.”
«Quelle parole mi offesero quasi, e glielo dissi con una certa durezza. Egli balbettò:
«”Perdonami. Soffro tanto!”
«E le lacrime gli salirono agli occhi.
«Partii verso l’una per sbrigare la commissione.
«La giornata era radiosa. Attraversai al galoppo i prati ascoltando il canto delle allodole e il ritmo cadenzato della sciabola contro lo stivale. Poi entrai nel bosco e misi il cavallo al passo. I rami degli alberi mi sfioravano dolcemente il viso, e di tanto in tanto afferravo con i denti una foglia e la mordevo con avidità, pieno di quella gioia di vivere che ti invade senza ragione con una felicità tumultuosa, quasi indefinibile — una sorta di forza magica.
«Avvicinandomi alla casa, tirai fuori la lettera per il giardiniere e con sorpresa notai che era sigillata. Ne fui così stupito e seccato che per poco non tornai indietro senza compiere la mia missione. Poi pensai che così avrei dato prova di eccessiva suscettibilità e di cattivo gusto. Il mio amico poteva averla sigillata distrattamente, angustiato com’era.
«Il castello sembrava abbandonato da vent’anni. Il cancello, spalancato e tarlato, reggeva non si capiva come. L’erba aveva invaso i vialetti; non si distinguevano le aiuole dal prato.
«Al rumore che feci sbattendo uno sportello, un vecchio uscì da una porta laterale e parve sbalordito di vedermi. Scesi da cavallo e gli consegnai la lettera. La lesse una, due volte, la girò e rigirò tra le mani, mi scrutò con diffidenza e chiese:
«”Ebbene, che cosa vuole?”
«Risposi seccamente:
«”Lo sa già, dopo aver letto gli ordini del suo padrone. Voglio entrare in casa.”
«Parve sopraffatto. Disse:
«”Dunque — lei vuole entrare — nella sua camera?”
«Stavo perdendo la pazienza.
«”Parbleu! Intende forse interrogarmi?”
«Balbettò:
«”No — monsieur — è solo che — non è stata aperta da quando — da quando è morta lei. Se vuole aspettare cinque minuti, vado a vedere se—”
«Lo interruppi con impazienza:
«”Senta, mi sta prendendo in giro? Non può entrare in quella stanza: la chiave ce l’ho io!”
«Non sapeva più cosa dire.
«”Allora, monsieur, le mostro la strada.”
«”Mi indichi le scale e mi lasci. Trovo da solo.”
«”Ma — tuttavia — monsieur—”
«Persi la calma.
«”Basta così! O la smette, o se ne pentirà!”
«Lo spinsi da parte bruscamente ed entrai nella casa.

«Attraversai prima la cucina, poi due piccole stanze dove abitavano il vecchio e sua moglie. Di lì sbucai in un ampio atrio. Salii le scale e riconobbi la porta che il mio amico mi aveva descritto.
«La aprii senza difficoltà ed entrai.
«La stanza era così buia che al primo momento non distinguevo nulla. Rimasi fermo, colpito da quell’odore di muffa e di aria stantia tipico delle stanze abbandonate e condannate, delle stanze morte. Poi, poco a poco, gli occhi si abituarono alla penombra, e vidi abbastanza chiaramente: un grande ambiente in disordine, un letto senza lenzuola che conservava ancora il materasso e i cuscini, uno dei quali portava l’impronta profonda di un gomito o di una testa, come se qualcuno vi si fosse appena appoggiato.
«Le sedie sembravano tutte fuori posto. Notai che una porta, probabilmente quella di un armadio, era rimasta socchiusa.
«Andai prima alla finestra e la aprii per far entrare la luce, ma i cardini delle imposte esterne erano così arrugginiti che non riuscii a smuoverli. Tentai persino di forzarli con la sciabola, senza riuscirci. Quegli inutili tentativi mi irritarono, e poiché gli occhi erano ormai abituati alla luce fioca, rinunciai ad avere più chiarezza e mi avviai verso la scrivania.
«Mi sedetti sulla poltrona, abbassai il ripiano e aprii il cassetto. Era colmo fino all’orlo. Dovevo prendere soltanto tre pacchi, che sapevo riconoscere, e mi misi a cercarli.
«Stavo sforzando gli occhi per decifrare le iscrizioni quando mi parve di udire — o piuttosto di sentire — un fruscio alle mie spalle. Non vi feci caso, pensando che una corrente avesse mosso qualche tenda. Ma un minuto dopo, un altro movimento, quasi impercettibile, mi mandò un brivido sgradevole lungo la schiena. Era così ridicolo turbarsi anche solo in quel modo che mi vergognai di voltarmi. Avevo appena trovato il secondo pacco e stavo per afferrare il terzo, quando un sospiro lungo e doloroso, vicinissimo alla mia spalla, mi fece balzare di due metri come un forsennato. Nel balzo mi ero girato, con la mano sull’elsa della sciabola; e se non l’avessi sentita, certamente sarei fuggito come un codardo.
«Una donna alta, vestita di bianco, mi fronteggiava, ritta dietro la poltrona su cui sedevo un istante prima.
«Mi percorse un brivido tale che per poco non caddi all’indietro! Oh, chi non li ha provati non può capire quegli orrori grotteschi e agghiaccianti! L’anima si scioglie; il cuore sembra fermarsi; il corpo intero diventa molle come una spugna, e le viscere sembrano cedere.
«Non credo ai fantasmi; eppure mi trovai annientato davanti alla paura orribile dei morti; e soffersi — oh, soffersi più in pochi minuti, nell’angoscia irresistibile del terrore soprannaturale, di quanto abbia sofferto nel resto della mia intera vita!
«Se non avesse parlato, forse sarei morto. Ma parlò; parlò con una voce dolce e lamentosa che mi fece vibrare ogni nervo. Non posso dire che recuperai il sangue freddo — no, ero al di là di ogni consapevolezza di ciò che facevo; ma un certo orgoglio che è in me, e l’orgoglio militare, mi aiutarono a mantenere, quasi mio malgrado, un’apparenza dignitosa. Recitavo una parte, una posa per me stesso e per lei, per lei, qualunque cosa fosse — donna o spettro. Me ne resi conto in seguito, perché al momento dell’apparizione non riuscivo a pensare a nulla. Avevo paura.
«Disse:
«”Oh, potreste essermi di grande aiuto, monsieur!”
«Cercai di rispondere, ma non mi uscì una parola. Dalla gola mi sfuggì soltanto un suono vago.
«Continuò:
«”Lo volete? Potete salvarmi, guarirmi. Soffro tremendamente. Soffro sempre. Soffro — oh, quanto soffro!”
«E si sedette con delicatezza nella mia poltrona. Mi guardò.
«”Lo volete?”
«Annuii con la testa, ancora paralizzato.
«Allora mi tese un pettine da donna, in tartaruga, e mormorò:
«”Pettinatemi! Oh, pettinatemi! Questo mi guarirà. Guardate la mia testa — come soffro! E i miei capelli — come fanno male!”
«I capelli sciolti, lunghissimi, nerissimi mi parve, le ricadevano lungo il dorso della sedia fino a sfiorare il pavimento.
«Perché lo feci? Perché, tremante, accettai quel pettine, e perché presi tra le mani quella chioma di ghiaccio, che lasciò sulla mia pelle un’impressione spaventosa di freddo, come se avessi toccato dei serpenti? Non lo so.
«Quella sensazione mi è rimasta ancora tra le dita, e rabbrividisco al solo ricordarla.
«La pettinai; maneggiai, non so come, quella chioma di gelo. La raccolsi e la disciolsi, la intrecciai, come si intreccia la criniera di un cavallo. Lei sospira, chinava il capo, sembrava felice.
«All’improvviso disse: “Grazie!” — mi strappò il pettine di mano e scomparve attraverso quella porta che avevo notato essere rimasta socchiusa.

«Rimasto solo, ebbi per qualche secondo quell’impressione annebbiata che si prova svegliandosi da un incubo. Poi mi ripresi. Corsi alla finestra e sfondate le imposte con un assalto furioso.
«Un fiume di luce irruppe nella stanza. Mi precipitai verso la porta attraverso cui quell’essere era sparito. La trovai chiusa, inamovibile.
«Allora mi prese una febbre di fuga, un panico — il vero panico della battaglia. Afferrai in fretta i tre pacchi di lettere dalla scrivania aperta, attraversai la stanza di corsa, scesi i gradini quattro alla volta, mi ritrovai fuori non so come, vidi il cavallo lì vicino, balzai in sella in un sol gesto e partii al galoppo.
«Non mi fermai fino a Rouen, davanti alla porta di casa mia. Gettate le briglie al mio attendente, volai nella mia stanza e vi mi chiusi dentro per raccogliere i pensieri.
«Per un’ora mi chiesi se non fossi stato vittima di un’allucinazione. Dovevo aver subito uno di quegli urti nervosi, uno di quei disordini del cervello da cui nascono i miracoli e da cui il soprannaturale trae la sua forza.
«E stavo quasi per concludere che si era trattato di una visione, di un’illusione dei sensi, quando mi avvicinai alla finestra. Gli occhi mi caddero per caso in basso. La mia tunica era coperta di capelli — capelli lunghi di donna, che si erano avvolti attorno ai bottoni.
«Li staccai uno a uno e li gettai fuori dalla finestra con le dita tremanti.
«Chiamai il mio attendente. Mi sentivo troppo turbato, troppo scosso, per andare dal mio amico quel giorno. Avevo bisogno di capire cosa avrei dovuto dirgli.
«Feci recapitare le sue lettere tramite il soldato. Egli firmò la ricevuta e si informò di me. Gli dissero che stavo male; che avevo preso un colpo di sole, o qualcosa di simile. Sembrò addolorato.
«Andai a trovarlo il mattino seguente, di buon’ora, deciso a dirgli la verità. Era uscito la sera prima e non era rientrato.
«Tornai il giorno stesso, ma di lui non si aveva alcuna notizia. Aspettai una settimana. Non tornò. Avvertii la polizia. Lo cercarono ovunque, ma nessuno riuscì a trovare la minima traccia del suo passaggio o del suo ritiro.
«Si fece un’accurata ispezione nel castello abbandonato. Non si scoprì nulla di sospetto.
«Nessun segno che una donna vi fosse stata nascosta.
«L’inchiesta non portò ad alcun risultato, e le ricerche finirono lì.
«E in cinquantasei anni non ho saputo nulla di più. Non ho mai trovato la verità.»

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