Grazie Deledda, Sotto l’ala di Dio

Giangavino Alivesu vive solitario come un eremita, guardiano non retribuito di una chiesetta solitaria sulla costa sarda, in cerca di pace lontano dagli uomini e (più ancora) dalle donne. Anni prima, Giangavino aveva trovato un tesoro d’oro vicino alle rovine di quella stessa chiesa, ma lo aveva nascosto tra gli scogli e le aquile marine lo avevano accidentalmente portato via, perdendolo in mare. Gli era rimasta da allora una diffidenza radicata verso le donne.

Questo preteso equilibrio si rompe quando si presenta alla chiesetta Barbara Sau, la proprietaria del terreno, che ha ricostruito a proprie spese la chiesina. Barbara ha con sé la figlia gravemente malata, vuol farle respirare l’aria di mare e chiede a Giangavino di cederle la sua stanzetta per dormire in una capanna all’aperto. Giangavino, scontroso e indispettito, sparisce e non si fa più vedere per tutto il giorno.

La notte stessa, Barbara entra nella cappella per rabboccare l’olio della lampada votiva. Ai piedi dell’altare, raggomitolato sul vecchio drappo giallo che serve da tappeto, trova Giangavino che dorme. Svegliato da un tocco del piede di lei, l’eremita reagisce bruscamente accusando la donna di essere un “diavolo” venuto a farlo ricadere nel peccato: «sono sotto l’ala di Dio io. Non mi toccare».

Riemerge a quel punto un passato fra i due. Barbara gli ricorda sprezzante che, quando era un servo malato accolto in casa sua, lui minacciava di bruciare e rompere ogni cosa se lei non fosse diventata la sua ‘amica’. Furiosa lo trascina giù dai gradini dell’altare e lo sbatte fuori dalla chiesa, sprangando la porta. Giangavino, furioso, rimane là fuori, esacerbato dalla pulsione rabbiosa della vendetta. Presa da un improvviso terrore e dal freddo della solitudine, si trascina lei stessa sotto l’altare a piangere, comprendendo di essere, tra i due, la più debole e la più bisognosa dell’ala tiepida di Dio.

Il cuore della novella non sta nel ‘peccato’ ovvero nella liceità carnale, o in un vago senso di colpa per relazioni intercorse, ma piuttosto nella rottura delle barriere sociali, la diversa condizione dei due. Giangavino è un pezzente, un servo che a suo tempo, soccorso e curato dalla padrona, ha messo avanti al privilegio di casta la propria forza fisica, minacciandola. La vicenda successiva del tesoro, che lui interpreta come un rovesciamento della provvidenza divina, lo induce a prendere la via dell’eremitaggio.

La chiesetta solitaria diventa un rifugio dello spirito per entrambe, in cui entrambe i personaggi trovano rifugio sia dalle passioni distruttive, che dalle minacce del mondo. L’aspetto forse più interessante nel racconto è il modo i cui viene delineato il personaggio di Barbara, una delle tante figure femminili nell’universo della Deledda, dalla forte autodeterminazione: è indipendente, gestisce da sola le sue proprietà, possiede una forza fisica e psicologica tale da affrontare l’uomo e allo stesso tempo è proprio in quanto donna vulnerabile nella violenta società patriarcale del tempo, dove nemmeno il proprio status sociale sembra in grado di difenderla.

Voce Narrante. Audiolibri

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