Grazia Deledda e la tecnica del Chiaroscuro
Quattordici anni prima del Nobel, la Deledda se ne esce con una raccolta di racconti intitolata a una tecnica pittorica, quella del chiaroscuro. Una tecnica basata sul contrasto tra zone di luce intensa e zone di ombra profonda, indipendentemente dal colore: trasposto sul piano narrativo e letterario, mi sembra di poter ritrovare il principio del chiaroscuro nel delicato equilibrio tra personaggi, nessuno dei quali sembra potersi dire totalmente positivo o negativo, ma ognuno porta con sé luci e ombre.
Carolu è un bugiardo e un violento, ma anche un uomo malato, solo, che sul letto di morte si riscatta con un’ultima confessione sincera. Sabera è fedele fino all’abnegazione, ma quella fedeltà ha qualcosa dimalsano, autodistruttivo, come in molte relazioni tossiche contemporanee. Sidore è cinico, dice le verità scomode, ma lo fa con il tono di chi si compiace della propria lucidità, è a sua volta aggressivo, scostante. È questo che rende il racconto distante dal moralismo facile, non c’è il cattivo che viene punito e il buono che trionfa, c’è la vita sempre un po’ più complicata di come la si vorrebbe
Sabera avrebbe tutti quel che una donan della sua età può desiderare: non è povera, la corteggiano con rispetto uomini concreti e laboriosi, eppure sceglie di aspettare Carolu, l’uomo che la inganna, che se ne va senza pagare l’affitto, che la coinvolge nelle proprie menzogne. E alla fine gli promette persino di ripagare i suoi debiti, di rimediare alle sue colpe.
Sidore lo dice chiaramente, con il suo cinismo da piazza: le donne preferiscono il malfattore al galantuomo. Il ftto è che Sabera non è stupida, né cieca: legge la lettera della madre di Carolu, capisce chi è davvero quest’uomo ma soprattutto quale sia il contesto in cui ha vissuto, quali altre persone siano coinvolte nella sua vita, e cambia atteggiamento.
Le relazioni tossiche non si reggono sulla forza del maltrattante ma sulla storia emotiva di chi rimane. Sabera non è una vittima passiva: è una persona che ha fatto, in piena autonomia, una scelta che nel complesso le fa più male che bene, ed è questa, forse, la cosa più inquietante del racconto e il suo aspetto più attuale. Perché questa sindrome della redentrice che si annulla in una relazione tossica è tremendamente attuale.
Poi c’è il tema dell’emigrazione, ad attenuare il nostro giudizio sul personaggio del malfattore. Carolu parte per l’America come fanno molti uomini del suo tempo, spinto dalla vergogna, dalla rottura con la famiglia, dalal prospettiva di ricominciare altrove. Trova lavoro nei cantieri del Canale, vive in una baracca con tre compagni, accumula qualcosa. Poi la malattia, l’abbandono, l’accusa di furto che non riesce a scrollarsi di dosso. Torna al paese peggio di come era partito. Le sue ombre sono innate, o sono anche il frutto di un’alienazione sociale, una vita di sfruttamento, una società ingiusta?
Anche qui il racconto travalica il tempo. Chi arriva oggi sulle nostre coste, o chi ancora ne parte, porta con sé la stessa struttura di speranza e vulnerabilità: la storia dell’emigrante che fallisce non è la storia tipica (la maggior parte di chi parte si ricostruisce una vita) ma è quella che dice di più sull’umanità, su come la povertà, la solitudine e la diffidenza altrui possano indurre a perdersi anche chi parte con le migliori intenzioni.
Spunti per il dibattito:
Carolu costruisce un’immagine di sé grandiosa, per nascondere un passato torbido e il misero stato in cui vive. Quanti di noi nascondono le nostre ombre e i loro fallimenti, per timore del giudizio altrui? Quanti si costruiscono addosso personaggi mirabolanti, dietro la cui maschera si nascondono persone mediocri?
Sabera resta fedele a Carolu nonostante le bugie e la violenza. È amore, spirito di sacrificio o, come suggerisce Sidore, un’attrazione inspiegabile per “il malfattore” rispetto al “galantuomo”? SI pensi all’autodistruzione delle relazioni tossiche, tema attualissimo.
Il racconto tocca il tema di chi parte (Panama, America) per cercare fortuna, ma non trova che sconfitte o peggio, cade nel vizio, nel crimine, nel malaffare. SI tratta comunque di una piccolissima parte in verità, i più finiscono per integrarsi nei paesi in cui scelgono di ricostruirsi una vita. Quanto speculare è la storia dei nostri migranti a quella delle persone che sbarcano sul nostro paese?
Sabera arriva a promettere di ripagare le malefatte di Carolu. Fino a che punto è giusto sacrificare se stessi e le proprie risorse per rimediare agli errori altrui? È vera generosità, o una forma di sottomissione?
Fatemelo sapere in commento. Buon ascolto!
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